
Il rapporto dell’uomo con l’animale ha subìto nel tempo un vero e proprio mutamento, portando quest’ultimo ad assumere un ruolo centrale e primario nella nostra vita quotidiana. Parliamo di animali domestici nello specifico, di coloro che non chiedono mai e donano amore incondizionato. Pensate per un attimo alla vostra cerchia di amicizie, chi è che non possiede almeno un piccolo animale da compagnia? Ed è proprio su questa definizione che vorrei soffermarmi: “animale da compagnia”. In una società sempre più individualista, fatta di uomini molto meno aperti al contatto ed alla convivialità, i nostri animali rappresentano l’eccezione.
Parliamo di un’era digitale in cui i social ti sottopongono a continui giudizi e ti mettono difronte esempi di vita “alterati” o fasulli. Quale regalo migliore di un “amico speciale” che si limita a volerti bene senza giudizio? Della questione ci parla anche la Dott.ssa Angela Pelliccia, sociologa cinofila con cui abbiamo fatto una chiacchierata, che afferma: «La nostra società definita spesso liquida, secondo una definizione del sociologo Baumann, è caratterizzata da un profondo senso di precarietà, sono crollate tutte le certezze (famiglia, scuola, Chiesa) che un tempo rappresentavano un’ancora per gli attori sociali. L’avvento dell’era digitale ha abbattuto i confini dello spazio e del tempo e ha ridotto notevolmente l’importanza del rapporto faccia a faccia, delle emozioni e delle sensazioni. L’uomo è sempre più solo, chiuso nella spirale dell’individualismo, pertanto la presenza costante di un animale domestico, penso soprattutto al cane, significa legame, stabilità, certezza».
L’importante valore sociale e culturale di queste tematiche mi concede la possibilità di prendere quest’articolo come un’opportunità di confronto e riflessione con voi lettori, mettendo in luce alcuni aspetti che spesso non vengono presi in considerazione, quali: da che deriva questo senso di pienezza e soddisfazione che proviamo nel prenderci cura dei nostri animali? La Dott.ssa Pelliccia risponde: «La presenza di un animale domestico nella nostra vita quotidiana aiuta a superare, spesso, l’isolamento sociale e investe diversi ambiti dell’agire sociale, come il riconoscimento dell’alterità: l’animale è diverso dall’uomo e per costruire una sana relazione bisogna costantemente mettersi in gioco. La cura di cui hanno bisogno i nostri pelosetti chiama in causa il nostro senso di responsabilità: qui faccio riferimento al motto di don Milani “I care”, mi prendo cura di te, ti prendo in carico, sono responsabile. La natura non giudicante degli animali domestici, inoltre, ci dà conforto nei momenti difficili: loro non guardano il nostro aspetto fisico, non sono interessanti ai beni materiali, ci amano sempre e comunque incondizionatamente. Sentirsi indispensabile, “utile”, rafforza la nostra autostima e ci offre nuovi orizzonti di senso».
Quando inseriamo la figura dell’animale domestico in un contesto familiare, facendo riferimento al suo ruolo all’interno della coppia o di una famiglia, la situazione si fa più complessa. Non parliamo più di individualità ma di relazione, e di conseguente condivisione del “bene” animale. Ci siamo quindi chiesti quanto possa incidere la presenza di un cucciolo nella stabilità di un rapporto. O come ci si comportasse nel caso di un eventuale separazione. Parliamo di due o più soggetti che si occupano dell’animale, quindi due menti, affezioni e abitudini comportamentali diverse: come si conciliano tutti questi fattori in caso di rottura?
Per affrontare l’argomento mi sono rivolta all’Avvocato Marina Ursini, lei si occupa diritto civile in generale, con particolare attenzione alle problematiche relative al settore famiglia e responsabilità mediche: «Possiamo affermare che l’animale domestico (da considerare, senziente) – affettivamente paragonabile ad un figlio – può essere causa della rottura di rapporti fra coniugi (ad esempio litigi dovuti alla diversità di vedute circa la condotta educativa dell’animale da affezione, troppa permissività da parte di uno dei due padroni). Può anche essere motivo di riappacificazione tra gli stessi. In altro dire, come i figli possono essere collante per la coppia o motivo di rottura allo stesso modo possono esserlo i nostri animali d’affezione» – continua – «Al momento della separazione, l’animale cessa di essere assimilato a un semplice bene-oggetto della coppia e diventa un essere titolare di diritti, anche dopo la separazione dei padroni o dopo lo scioglimento del matrimonio dei predetti ed è fonte di scontro nella coppia per quanto riguarda l’affidamento all’uno o all’altro padrone».
L’avvocato ci ha sottoposto l’esempio di due sentenze civili aventi ad oggetto la separazione dei coniugi: una del Tribunale di Foggia che affidava l’animale da affezione ad uno dei coniugi concedendo all’altro il consueto diritto di visita. L’altra del Tribunale di Cremona che disponeva l’affido condiviso del cane con obbligo di suddivisione al 50% delle spese per il suo mantenimento. I due Tribunali, in assenza di una norma di riferimento, hanno applicato la disciplina prevista per i figli minori.
Dialogare con i nostri animali domestici è comportamento comune. Ci avvicina a loro, li rende “figli” ai nostri occhi. Abbiamo quindi aperto una parentesi con la Dott.ssa Pelliccia sull’abitudine di “infatilizzare” l’animale. Spesso questo accade per compensare la mancanza di un figlio nella coppia o per continuare a tenere vivo il senso di responsabilità della persona, che aumenta di conseguenza la sua autostima: «Gli animali domestici possono consolidare un rapporto perché in alcuni casi essi compensano la mancanza dei figli. La cura che offriamo ai nostri animali domestici è simile a quella che diamo ai bambini: cibo adeguato, controlli medici, vaccinazioni. Si può quindi correre il rischio, purtroppo, di “infantilizzarli” con scarpette, mutandine o abitini alla moda».
È da pazzi pensare che gli animali ci capiscano fino in fondo?
«È stato scientificamente provato che i cani, in particolare, riescono a capire un elevato numero di parole. Un team di ricerca della Arizona School of Anthropology, ha di recente pubblicato i risultati di un nuovo studio che dimostra come la capacità del cane di “capire” al volo l’uomo, anche senza alcun addestramento, compare molto presto nel ciclo di vita dell’animale. Secondo gli autori questo significa che è una caratteristica ereditata dai genitori e che alla base del rapporto tra uomo e cane ci sia anche la genetica. Non è da pazzi, dunque, pensare che gli animali capiscano fino in fondo altrimenti non si spiegherebbe nemmeno la presenza di cani da salvataggio, cani per ciechi, cani addestrati per la pet therapy».
Abbiamo compreso l’importanza dei nostri cuccioli nella sfera privata della nostra vita, loro sono l’essenza, la proiezione della cura che abbiamo dell’altro quotidianamente. Come abbiamo detto all’inizio, il rapporto dell’uomo con l’animale ha subìto nel tempo un vero e proprio mutamento, come afferma la Dott.ssa Pelliccia: «è diventato “magia”».
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