
Arcangelo Correra, Santo Romano, Emanuele Tufano: i più recenti. Annalisa Durante, Francesco Pio Maimone, Giovanbattista Cutolo. E tanti, troppi ancora ce ne sarebbero da citare. Ferite aperte nel cuore di una città che cerca di cambiare, imbrigliata in quella che è una dimensione divisiva e lacerante: da un lato il turismo, l’evoluzione, le opportunità, dall’altro la povertà educativa, la periferia lasciata ai margini, l’abbandono. «I canali di accesso alle armi sono più di uno: c’è un mercato illegale in mano ai clan, uno legato ai gruppi etnici, una fetta connessa alle armi che vengono rubate (sottratte ai collezionisti, alle armerie o ai vigilantes), il dark web e quindi un mercato di armi comprate o armi giocattolo che vengono lavorate e trasformate in vere. Messi insieme, si parla di numerose modalità molto chiare che permettono una circolazione ed un accesso semplice alle armi». A spiegare questo concetto ai nostri microfoni è il professore Giacomo Di Gennaro, docente di Sociologia del diritto e della devianza presso l’Università Federico II di Napoli ed autore, insieme alla Dott.ssa Maria Luisa Iavarone, dello studio “Ragazzi che sparano – Viaggio nella devianza grave minorile”.
Nella ricerca, condotta su richiesta dell’allora prefetto di Napoli, Marco Valentini, sono riportati i dati relativi alle armi, da sparo e bianche, sequestrate dalle forze dell’ordine nel 2021. In riferimento all’insieme delle attività condotte nel territorio dell’intera area metropolitana, in un anno sono state sequestrate 157 armi da fuoco e 184 armi bianche: a queste va ovviamente aggiunto un numero oscuro che non è possibile quantificare. Ma perché i giovani si dotano di un’arma? «Bisogna fare una differenza. Il figlio del camorrista possiede l’arma perché nell’ambito della sua stessa famiglia avere un’arma è quasi una sorta di obbligo. Poi c’è un altro profilo, ovvero i ragazzi che crescono in questi quartieri, che intercettano queste reti e che hanno come riferimento, anche solo di amicizia, queste persone: oggi è uno scippo, domani una rapina e si ritrovano in un circuito che nemmeno immaginavano. Un altro segmento sono coloro che non hanno come riferimento il clan, ma che hanno assorbito la cultura e la disponibilità a fare uso dell’arma: questi in genere hanno l’arma bianca, ma qualcuno comincia ad utilizzare anche l’arma da sparo». Una distinzione doverosa per analizzare il fenomeno in tutte le sue complessità. «È sbagliato pensare che siano tutti pronti e disponibili a lasciarsi armare e guidare dai clan di camorra. Bisogna considerare il grado di involontarietà ed inconsapevolezza: ci sono realtà in cui questa disposizione la si acquisisce per una cultura deviante, che è facile si evolva e cada dentro codici di comportamento criminali senza che ce ne si renda conto».
Vittime ed offender allo stesso tempo: ragazzi il cui futuro è indirizzato da logiche all’interno delle quali sono costretti a crescere. «Il problema è anche la responsabilità genitoriale. Se il contesto di povertà educativa è tale che un genitore non riesce a rendersi conto dei rischi in cui va incontro il ragazzo, il problema è ben più ampio. Questo aspetto non è da sottovalutare». Il tema della povertà educativa è da anni ampiamente trattato sul territorio, senza però dare continuità agli interventi, che di fatto non concretizzano del tutto i propri effetti. «Il problema è che, nonostante lo sforzo delle associazioni, non si riesce a spezzare la catena delle diverse condizioni che determinano percorsi più o meno virtuosi per questi poveri ragazzi. Non c’è continuità di policy e non c’è valutazione del rendimento positivo delle policy: queste carenze impediscono di poter parlare con cognizione di causa». Una responsabilità genitoriale connessa anche alla debole presenza dell’autorità statale sul territorio. «C’è una massa, soprattutto nell’area metropolitana, che vive di economia informale, di lavoro nero e di lavoro criminale. Queste tre dimensioni di attività economiche sono ovviamente anche un fatto sociale e culturale. Sociale, perché c’è tutto un tessuto che percepisce lo Stato, l’autorità e gli enti che lo rappresentano come un nemico, un avversario o un estraneo. Culturale, perché c’è un’autonomia decisionale nel rispetto delle regole».
Centrale in tutto il discorso legato all’uso di armi da sparo tra i giovani è il tema delle carceri minorili, la cui funzione dovrebbe essere quella di reindirizzare la vita del minore. «L’educazione carceraria è un fallimento. Non a Nisida, attenzione. È un fallimento in linea generale, perché non si lavora in una direzione di rieducazione, responsabilizzazione e reintegrazione. Ai giovani in carcere si insegna il ventaglio dei mestieri, mentre si dovrebbe lavorare sulla loro capacità di cognizione. Non sono abituati a saper distinguere il bene dal male: sono cresciuti in ambienti dove portare una pistola è normale, così come praticare l’uso della violenza. È questa logica che deve essere scomposta e destrutturata e per farlo bisogna lavorare con una tipologia diversa di attività e di figure professionali: nelle carceri minorili non c’è né l’uno né l’altro».
Necessaria diventa anche un’azione concreta ed effettiva di sicurezza urbana, volta anche a cambiare ed aggiornare i sistemi stessi. «Il problema è sempre lo stesso: quali sono le priorità? Le morti di questi ragazzi come le consideriamo? Se le consideriamo semplicemente parte del disordine urbano allora va bene proseguire in questo modo. Ma io non mi rassegno a questa logica. Se sono una priorità, occorrerebbe mettersi attorno al tavolo e ridiscutere i modelli di funzionamento e strategia della sicurezza urbana. Se traduciamo questo fenomeno nel domandare solo uomini in più e più sorveglianza, non cambierà nulla».
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