
Le scuole non sono più le stesse. Quando frequentavo il liceo, non troppi anni fa, ricordo che indicavamo col dito il passaggio di una studentessa che portava il velo. Solo poco dopo avremmo imparato a chiamarlo hijab. Non era razzismo, non era odio: era la curiosità di giovani di paese che si approcciavano per la prima volta a un fenomeno allora incompreso perfino dai nostri governanti, quello delle nuove generazioni figlie dell’immigrazione.
Oggi, nei centri come nelle periferie, il discorso è un po’ cambiato. Nell’anno scolastico 2022/2023, il 7,3% di tutti gli iscritti era composto da ragazzi e ragazze nati nel nostro Paese ma senza cittadinanza italiana. Parliamo di quasi un milione di studenti che compongono il quadro multietnico di una società che cambia, ma a trasformarsi sono stati anche i fenomeni interni alle classi.
Fin da ragazzini abbiamo imparato a conoscere i danni provocati dal bullismo: dall’autolesionismo alle ripercussioni psicologiche, fino al suicidio di giovanissimi. In questo numero vogliamo offrire un’analisi su un tema ampiamente trattato, ma che oggi assume connotati nuovi.
Il bullismo è cambiato radicalmente e può diventare il seme di un odio capace di spezzare un equilibrio sociale sempre più complesso. Ma, per capire davvero la questione, occorrono altri dati. Sì, perché se pensiamo ai fenomeni di bullismo di matrice razzista soltanto come alla faida tra “italiano” e “straniero”, allora siamo fuori strada.
Lo straniero non esiste, e non si tratta di una romantica frase “di sinistra”. La classe multietnica non è un blocco unico. Nel 2022/2023, le cittadinanze più presenti erano quelle di Romania, con 148.826 alunni pari al 16,3%; Albania, con 118.745 pari al 13,0%; Marocco, con 114.097 pari al 12,5%; Cina, con 48.223 pari al 5,3%; e Ucraina, con 43.357 pari al 4,7%.
La varietà multietnica manda in crisi la concezione del blocco unico e, se non è supportata da un’educazione che abbia come priorità l’inclusione, rischia di alimentare numerose divisioni sociali su base etnica. Pensare che il bullismo si esaurisca nella contrapposizione tra l’italiano e lo straniero non tiene conto delle separazioni già esistenti nella nostra comunità. Numerosi docenti degli istituti superiori segnalano la presenza di casi di discriminazione razziale nelle classi scolastiche, anche tra quei ragazzi che compongono la terza, o addirittura la quarta, generazione di giovani nati in Italia da genitori stranieri.
Per dirla in modo semplice, immaginate che nelle classi si rafforzino discriminazioni tra le cittadinanze che abbiamo menzionato sopra: che gli studenti albanesi discriminino i compagni marocchini o viceversa, e che entrambi siano a loro volta discriminati dagli italiani.
L’Italia sarà sempre più un Paese multiculturale, ma se le nuove generazioni coltivano il seme dell’odio ricevuto da quelle passate, allora il rischio di un Paese spezzettato diventa più concreto. Se nella vita pubblica questo è già evidente, nell’istituzione scolastica può assumere caratteristiche ancora più preoccupanti in prospettiva futura. Il dubbio è che non vi siano indicazioni ministeriali efficaci né un corpo docente adeguatamente formato per affrontare la complessità del multiculturalismo e dell’inclusione.
Nel rapporto “Bullismo e cyberbullismo nei rapporti tra i ragazzi – Anno 2023”, l’Istat rileva che il 68,5% degli 11-19enni ha subito, nei 12 mesi precedenti, almeno un episodio offensivo, aggressivo, diffamatorio o di esclusione, online o offline. Il 21% dichiara di aver subito episodi di bullismo più volte al mese. Ma la forbice per cittadinanza è netta: tra i ragazzi di cittadinanza straniera la quota sale al 26,8%, contro il 20,4% dei coetanei italiani. E, di nuovo, non siamo davanti a un blocco indistinto: i più colpiti risultano i ragazzi di nazionalità romena (29,2%) e ucraina (27,8%), mentre tra i ragazzi cinesi il dato si attesta attorno a un caso su quattro e, tra quelli albanesi e marocchini, supera il 22%.
Ecco perché parlare di bullismo attraverso lo stereotipo dello sbruffone che picchia il ragazzino nerd risulta semplicistico e fuorviante. Il bullismo si fonda sul pregiudizio e oggi le sue forme più preoccupanti sono quelle etniche e omofobiche.
A tutto ciò si aggiunge il cyberbullismo, insieme alle derive che l’AI, soprattutto nella sua componente generativa, può assumere. Se sui social vediamo video o immagini di leader politici intenti a fare cose assurde, pensiamo a cosa potrebbe accadere se, al posto di quel personaggio, vi fosse uno studente o una studentessa.
Insomma: la violenza e il suo utilizzo sono cambiati radicalmente. Dalle guerre tra Stati fino a quella digitale, tutto si trasforma, e con esso cambia anche la variante rappresentata dal bullismo.
Nei prossimi articoli abbiamo provato a trattare la complessità dell’argomento, caricandolo di un senso nuovo, capace di cogliere le trasformazioni sociali in atto. Da esperti di AI a studiosi che hanno scritto sui “maranza”: per guardare al bullismo moderno dobbiamo liberarci dagli stereotipi.
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