
“Siamo ciò che mangiamo” recita una massima del filosofo Ludwig Feuerbach. Una citazione storica che ha aperto a riflessioni sempre attuali, riguardo sia la produzione degli alimenti sia il nostro stile di vita. Ciò che ci restituisce l’analisi dell’età contemporanea è un incremento vertiginoso di stili di vita sedentari, sempre meno inclini al movimento e alla socialità che ne consegue. A questo va aggiunto l’aumento del consumo del celebre “cibo spazzatura”, ovvero quello che generalmente troviamo nei più vari fastfood che abbondano sui territori.
La prospettiva è un futuro all’americana. La cucina è un’area già scomparsa in tantissime abitazioni USA, sintomo di un ricorso quotidiano al cibo d’asporto offerto sia dalle grandi catene che da piccole e medie imprese. Il mix letale di identità sedentarie e aumento dell’ingerimento di “cibi spazzatura” hanno contribuito ad una piaga enorme per la comunità internazionale: l’obesità. Dobbiamo pensare che numerosi professionisti sostengono che tali fattori abbiano condotto ad un “epidemia dell’obesità”, tale da aver triplicato negli ultimi 20 anni il numero di obesi in Europa.
Per l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) l’obesità è una “condizione clinica caratterizzata da un eccessivo peso corporeo per accumulo di tessuto adiposo in misura tale da influire negativamente sullo stato di salute”, aggiungendo che “l’obesità grave riduce progressivamente la qualità e la durata della vita”. Patologie come diabete, disturbi cardiaci e respiratori, ipertensione arteriosa, problemi ortopedici cronici e tumori sono strettamente correlati all’obesità: più si è in sovrappeso, maggiori risultano i problemi inerenti lo stato di salute. Dobbiamo pensare che una persona obesa va incontro a discriminazioni sociali importanti, capaci addirittura di minare il proprio percorso professionale e, soprattutto, la sua salute psicologica. Nel primo numero dell’anno di Magazine Informare, abbiamo deciso di parlare di colui che ha ridato speranza a centinaia di pazienti obesi che stentavano a vedere una via d’uscita.
Si tratta del dottor Cristiano Giardiello, Direttore del Dipartimento di Chirurgia Generale, d’Urgenza e Metabolica, Centro di Eccellenza per il Trattamento dell’Obesità, da oltre 40 anni eccellenza italiana della chirurgia e della cura dell’obesità. I suoi straordinari risultati sono stati mostrati al grande pubblico grazie a Real Time, con il programma “La Clinica per Rinascere”. Si tratta di una trasmissione televisiva girata all’interno dell’Obesity Center del Pineta Grande Hospital, diretto proprio dal dott. Giardiello. L’Obesity Center non è un centro che si occupa unicamente della chirurgia bariatrica, ma è una struttura ambulatoriale completamente dedicata ai pazienti obesi, attigua all’ospedale, semplificando così l’accesso a coloro che presentano una ridotta mobilità. Il Centro è riconosciuto dalla SICOB (Società Italiana di Chirurgia dell’Obesità) come Centro di Eccellenza Italiano.
Il dott. Giardiello è un vanto della medicina italiana e ovviamente non siamo solo noi di Informare a dirlo. Parlano chiaro gli oltre 5mila interventi come primo operatore, 3mila in laparoscopia, di cui 2mila nella chirurgia laparoscopica avanzata per il trattamento di tutte le patologie addominali. E se non bastano ci sono le 113 pubblicazioni scientifiche in riviste italiane e straniere su argomenti di interesse chirurgico, o i due capitoli e le due monografie in trattati di chirurgia. Avere la possibilità di interfacciarsi con lui significa avere una fotografia delle principali evoluzioni dei metodi di contrasto all’obesità, un tema reso ancor più effervescente dall’avvento dell’AI. Grazie al dott. Giardiello e al suo team per l’enorme disponibilità riservataci, ma soprattutto per ciò che quotidianamente fanno al fine di regalare una nuova speranza ai tanti pazienti che non vedevano vie d’uscita.
«Ho vissuto in una casa dove mio padre era un chirurgo che amava moltissimo la sua professione, quindi ho sempre avuto un influsso legato alla medicina e in particolare alla chirurgia, ma non sono stato uno studente modello. A scuola ero distratto, ho cambiato diversi istituti e sono stato bocciato un paio di volte, quindi mio padre riteneva non fossi adatto alla carriera da medico. Mi diceva sempre che ci voleva tanta passione. All’epoca mi interessavo di tutto tranne che studiare, mi piacevano le auto e quindi mio padre mi propose di aprire una concessionaria, dicendomi che preferiva che io fossi il miglior venditore d’auto piuttosto che il peggior medico. Decisi lo stesso di iscrivermi alla facoltà di Medicina, ma la intrapresi in maniera molto leggera, fui bocciato ai primi due esami. A quel punto feci un esame di coscienza, mi chiesi cosa volessi davvero fare da grande. Capii che non mi sarebbe piaciuto altro che fare il medico, ma un medico bravo, che fa davvero il bene dei pazienti. A quel punto ho intrapreso seriamente la carriera da medico, laureandomi in 5 anni».
«Sono stato due anni negli Stati Uniti e avrei potuto rimanerci, ma non mi piaceva quella vita e ho preferito ritornare. Per differenziarmi da mio padre ed evitare di essere “il figlio di…” decisi di prendere un’altra strada: la cardiologia. Mi sono specializzato in cardiochirurgia infantile e ho lavorato in questa branca per 3 anni. Poi però mi sono reso conto che quella era una chirurgia che mi dava poca soddisfazione, c’era molto studio pre-operatorio ed era molto routinaria, quindi sono tornato alla chirurgia generale».
«Ho rincontrato il dottor Schiavone, che conoscevo da capitano medico dell’ospedale militare di Caserta, e abbiamo deciso di creare questo centro di eccellenza per il trattamento dell’obesità: così sono arrivato a Pineta Grande. Dopo nove mesi, il dottore Schiavone ha deciso che ero pronto e preparato a gestire tutto il dipartimento di chirurgia, abbracciando tutti i settori di quest’ultima, quindi sono diventato responsabile di tutto il dipartimento. Dobbiamo pensare che, grazie all’attività che abbiamo svolto per implementare sempre di più l’attività di chirurgia bariatrica, il nostro centro è ormai riconosciuto a livello nazionale».
«La più importante e d’impatto è stata l’avvento della chirurgia laparoscopica. Ha cambiato totalmente l’approccio terapeutico nei confronti dei pazienti, portando una mininvasività che ha avuto il vantaggio di garantire un recupero funzionale da parte dei pazienti molto più rapido, una potenzialità di ritornare alle normali attività in tempi molto brevi. Allo stesso tempo ha garantito la sicurezza e la trasmissibilità dell’operato chirurgico, poiché tutti gli allievi che vogliono vedere come funziona un intervento lo possono fare, dato che tutte le immagini vengono trasmesse su un televisore».
«Purtroppo assolutamente no, se ne parla tanto ma non credo che venga attuata nella maniera giusta. In molti ambienti la dieta mediterranea viene abusata in eccesso, ma questo non è legato solo alla dieta, è un problema sociale. Noi siamo bombardati continuamente da messaggi promozionali legati al cibo, la nostra vita è legata al cibo, ormai non ci si incontra più se non si va al ristorante; siamo “martellati” da segnali che sono chiaramente strumentali per l’industria alimentare. Anche sui regali c’è stato questo cambiamento, non si regala più nulla che non sia cibo, non si parla più di nulla che non sia commestibile. Ciò chiaramente porta a un incremento pazzesco di obesità adolescenziale. In molti paesi sono state già avviate moltissime campagne istituzionali, sia nelle scuole che a livello comportamentale nelle strutture ospedaliere».
«Mettere al centro il paziente nel suo comportamento generale. L’intervento chirurgico non guarisce il paziente, gli fa perdere peso, ma se non c’è un cambiamento nel comportamento di vita e alimentare, qualsiasi intervento può fallire, perché l’attore principale di ogni storia è sempre il paziente. Quindi l’Obesity Center non è la chirurgia bariatrica, ma un insieme multidisciplinare formato da dietisti, psicologi, psichiatri ed endocrinologi che prendono in carico il paziente e lo portano all’intervento chirurgico nella piena consapevolezza di quello che stiamo andando a fare, seguendolo quod vitam nella gestione di quello che è stato fatto. Purtroppo c’è moltissima migrazione sanitaria verso le strutture del nord che ormai hanno creato un business con i pazienti obesi, perché le strutture settentrionali, a differenza delle regioni del sud, hanno a disposizione un extra-budget nel momento in cui operano pazienti di altre regioni. Tutto ciò fa sì che le strutture ospedaliere in nord Italia incentivino i pazienti a recarsi presso i loro presidi, ma poi questi pazienti non sono seguiti e sono destinati a fallire nel percorso post-intervento. Ormai in Italia più del 50% dei pazienti che hanno subìto un’operazione, soprattutto se giovani, avranno necessità di fare un altro intervento, c’è una recidiva molto importante sia di ripresa di peso che di aumento di peso rispetto al primo intervento».
«Ho sempre avuto dei preconcetti prima di venirci quindici anni fa. Ho trovato un territorio che è stato denigrato e maltrattato per anni, ma che è molto fertile, in cui ci sarebbe tantissimo ancora da fare. Il dottor Vincenzo Schiavone ha creato una perla conosciuta in tutta Italia. Dal canto mio sono orgoglioso di aver portato il nome di Castel Volturno alla ribalta nazionale con la serie tv e far vedere quello che siamo capaci di fare a Castel Volturno e quanto questo territorio possa dare ancora tanto in termini di risorse e professionalità».
«Marco deve avere tanta passione, non è facile fare il medico. E, siccome il lavoro è più della metà della nostra vita, o lo si ama tanto o non lo si farà mai bene. Se a lui piace tanto, deve essere contento di svegliarsi ogni mattina e andare a lavorare e imparare cose nuove, essendo soddisfatto di tutto quello che riesce a realizzare e della gratitudine delle persone a cui lui dedica la sua arte. Io ho scelto di fare la chirurgia bariatrica perché è qualche cosa che davvero cambia la vita dei pazienti in modo visibile, fa tornare le persone a vivere, e loro mi trasmettono tutto l’entusiasmo e la gratitudine che hanno nei miei confronti per avergli ridato una nuova vita. Questo non ha prezzo».
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