
“La cosa che ci è sembrata più straordinaria, a Napoli, è il numero e la magnificenza delle sue chiese: posso dirvi, senza esagerare, che ciò oltrepassa l’immaginabile”. È il 1687 e Maximilien Misson, viaggiatore francese, autore del Nouveau Voyage d’Italie, fra le più consultate guide per i viaggiatori del XVIII secolo, dopo aver visitato l’Olanda e la Germania, arriva in Italia e rimane incantato dall’enorme patrimonio ecclesiastico di Napoli. Nessuno sa esattamente quante siano le chiese della città di Partenope, nemmeno l’informatissima Wikipedia che, se di Roma afferma con certezza che la capitale ha 930 chiese ed è la città con il numero maggiore di edifici sacri nel mondo, del capoluogo campano afferma che “le chiese di Napoli sono circa un migliaio”. Il “dilemma” non è di facile soluzione perché il “proprietario” degli edifici di culto poche volte è un ente ecclesiastico e solo una piccola parte è riconducibile alla curia arcivescovile. Alcune sono di proprietà del comune, altre rientrano nel patrimonio del Fondo Edifici di Culto del Ministero dell’Interno o appartengono al Ministero della Cultura, o al Demanio o alle Confraternite o ad Ordini religiosi.
Sul totale delle chiese del centro storico, circa 300 sono chiuse da decenni: sia perché danneggiate dal terremoto dell’80, in altri casi perché non si sa cosa farne, mentre altre volte ancora è difficile persino individuarne l’ente proprietario. Sta di fatto che parecchie di esse sono autentici scrigni di tesori, sovente incustodite ed esposte alla brama di trafficanti di opere d’arte senza scrupoli o allo scorrere inesorabile del tempo, senza nessuna cura. Non si tratta di piccole cappelle, ma spesso si presentano come vere e proprie basiliche: Sant’Agostino alla Zecca, San Diego all’Ospedaletto, l’Incoronata, San Giorgio dei Genovesi, San Giovanni Battista delle Monache, Santa Maria della Sapienza, Santa Maria della Pazienza alla Cesarea e l’elenco potrebbe non finire mai. Sono tutte racchiuse nel perimetro del centro storico e tutte accomunate dallo stesso destino: veri e propri monumenti al degrado e a volte allo spreco perpetrato per anni poiché per tante di esse sono stati stanziati milioni di euro, mai spesi o utilizzati male.


Un esempio lampante è la Chiesa di Santa Maria dell’Incoronata, che sorge in via Medina, a pochi passi da Palazzo San Giacomo. Fondata nel 1352, è uno dei pochi esempi di chiese di epoca angioina ancora presenti in città, edificata per ricordare l’incoronazione dei nuovi sovrani Giovanna I d’Angiò e Luigi Ludovico di Taranto. Insieme alla chiesa venne costruito anche un ospedale. Durante i secoli, della struttura originaria si salvarono la navata e il portico esterno. I restauri del 1925 e del 1961 eliminarono le coperture barocche e riportarono in luce l’originaria struttura gotica, quella che vediamo oggi, permettendo di ritrovare anche i resti di due campanili e di affreschi medievali di scuola giottesca.
Qualche anno fa l’intero complesso fu interessato da ulteriori lavori di restauro. Ma la chiesa, benché pronta per essere aperta alla visita delle migliaia di turisti che ogni giorno transitano su via Medina, rimase chiusa. Il comune di Napoli, affidatario del bene di proprietà della Soprintendenza, si impegnò a garantire il personale per la custodia e l’accoglienza dei visitatori. E per qualche mese ci riuscì salvo poi richiudere la chiesa dopo poche settimane per mancanza di vigilanti. Ma per non perdere l’abitudine, visto che a Napoli “chi fràveca e sfràveca nun perde maje tiempo”, nei mesi scorsi sono stati rimossi i cumuli di rifiuti nel frattempo accumulatisi e il sito è stato interessato da ulteriori lavori che non sono serviti a riaprire la chiesa.
Chi ci perde sono i cittadini, i turisti, i cultori dell’arte e forse, in un’ottica di valorizzazione e cura dei beni turistici, anche le casse del comune. A pochi passi dall’Incoronata sorge la Chiesa di San Diego all’Ospedaletto in San Giuseppe Maggiore, un altro monumento all’incuria e al degrado. Costruita in epoca rinascimentale da nobili della città e donata ai francescani, nel 1595 fu munita dell’annesso convento con il relativo chiostro, dove si curavano gli ammalati. A struttura basilicale, con un’imponente facciata, conserva al suo interno opere pregevoli sopravvissute al terremoto del 1784 e poi ai bombardamenti della Seconda guerra mondiale: lavori di Battistello Caracciolo, Andrea Vaccaro e Massimo Stanzione, tutti di scuola caravaggesca, insieme a sculture di Giacomo Colombo. Il convento è attualmente della Polizia di Stato, ma la chiesa è di proprietà del comune di Napoli. Rimase aperta al culto e visitabile fino al 2018 grazie al Touring Club. I problemi iniziarono con la caduta di piccole parti di intonaco della navata di sinistra. Nulla di importante, fisiologico per un edificio che affronta lo scorrere dei secoli. Il comune, a corto di fondi, dichiarò la chiesa inagibile determinandone la chiusura totale. Abbandonata per un decennio dagli uomini ma felicemente abitata da stormi di piccioni che hanno trovato in essa un comodo rifugio, imbrattandola di guano che danneggia irrimediabilmente i marmi. Il colpo di grazia lo diedero le forti piogge di qualche anno fa, che danneggiarono il tetto scoperchiando la chiesa. Il Comune ha finalmente stanziato i fondi ed avviato i lavori. Per ora è stata completata la messa in sicurezza e si attende il suo recupero definitivo. Quando? Nessuno lo sa!


Per non parlare della Chiesa di Sant’Agostino alla Zecca, che sorge maestosa tra corso Umberto e il quartiere di Forcella. Chiusa dal novembre 1980, appena dopo il terremoto dell’Irpinia, è una delle chiese più grandi della città e la sua cupola si vede praticamente da ogni angolo di Napoli. L’edifico ha una storia travagliata, fatta di crolli, abusi, interrogazioni parlamentari, promesse mai pienamente mantenute. Un luogo che fino a qualche anno fa era totalmente abbandonato, violentato nella sua magnificenza, usurpato da privati che si impossessarono di una parte degli ipogei della chiesa dove attualmente sorgono officine e depositi, violazioni mai denunciate né comunicate all’ente proprietario del monumento, il Fondo Edifici di Culto del Ministero degli Interni. I lavori di restauro, che sono conclusi da qualche anno, iniziarono nel 2013 interessando la facciata, il sagrato, il campanile e gli interni. E perché la chiesa è ancora chiusa? Per un contenzioso di natura giudiziaria tra le imprese che formavano l’associazione temporanea appaltatrice. Riaprirà? Lo speriamo ma, considerando i tempi della giustizia italiana, forse quando entreranno i primi visitatori saranno necessari nuovi lavori di restauro.
Al problema delle chiese chiuse di Napoli si affianca l’annosa questione del traffico di opere d’arte e il mare dove attingere è particolarmente pescoso. A sollevare la questione è stato il procuratore di Napoli Nicola Gratteri: “Napoli è un tesoro. Ci sono trecento chiese chiuse solo nel centro storico. Immaginate la possibilità per i trafficanti d’arte di entrare in questi edifici e rubare. E allora dobbiamo avere una sensibilità continua e costante ed essere sempre pronti alla tutela di questi beni”. Se è vero che per rimettere in sesto tanti edifici sono necessari grossi investimenti, non sempre possibili per la scarsità di fondi pubblici, ci si scontra anche con un interesse sempre meno attento alla cultura, ad ogni livello. Ed è paradossale che tutto questo accada in una Nazione come l’Italia che da sola detiene il 70% dell’intero patrimonio artistico mondiale. È urgente più che mai un’inversione di rotta per rimettere al centro l’uomo e i suoi bisogni, non solo fisici, ma anche interiori. E quale via migliore se non l’arte, capace di elevare lo spirito alla contemplazione della bellezza che, lo speriamo, può salvare il mondo da una dilagante disumanità.
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