
C’ è un filo rosso – non soltanto cromatico – che attraversa una ricerca lunga decenni: è quello della memoria, della stratificazione emotiva e di un tempo che non si esaurisce mai davvero, ma piuttosto si trasforma continuamente. Ed è proprio quel filo che tiene insieme il lavoro del celebre artista campano Arcangelo Esposito, nella cui poetica il tempo si trasforma in una materia pittorica autentica, fatta di pennellate dolci che non si misurano con l’orologio, ma attraverso la sedimentazione di immagini e di esperienze.
Nato ad Avellino nel 1956, ma cresciuto tra Benevento e l’Irpinia, Arcangelo porta con sé un immaginario profondamente radicato nel paesaggio del Sud Italia. «I miei ricordi sono per gran parte del tempo legati all’Irpinia e alla natura» racconta ai nostri microfoni l’artista, che prosegue i suoi studi presso l’Accademia di Belle Arti a Roma alla fine degli anni Settanta. Trasferitosi poi a Milano, una tappa fondamentale che rappresenterà la base per il suo lavoro, comincerà a visitare musei e gallerie d’arte in Europa, viaggi che consentiranno al giovane artista di confrontarsi con altri artisti internazionali. Iniziano così le numerose esposizioni personali e collettive tra la Germania e la Svizzera, esponendo le proprie opere alla Galerie Tanit di Monaco, alla Galerie Buchmann di Basilea, città nella quale Arcangelo debutterà qualche anno più tardi con la mostra “Perspective”, in occasione di una delle mostre di arte moderna e contemporanea più celebri nel panorama internazionale: l’Art Basel.

Ma non è tutto: a queste, infatti, sono seguite anche numerose altre esposizioni– presso la Galerie Janine Mautsch di Colonia e presso la Galerie Pierre Huber a Ginevra. Città che rappresenteranno una svolta per l’intera carriera professionale dell’artista, e che lo porteranno a spostarsi prima in Francia – a Parigi, presso la Galerie Maeght-Lelong – e poi in Inghilterra – a Londra, all’interno dell’Edward Totah Gallery. Dopodiché, l’artista deciderà di rientrare in Italia e di partecipare all’XI e alla XII edizione della Quadriennale Nazionale d’Arte di Roma – rispettivamente, nel 1986 e nel 1996. Da lì, Arcangelo deciderà di avviare una collaborazione con la Galleria Guenzani di Milano inaugurando i suoi spazi, esponendo alcune delle sue opere più importanti al PAC (Padiglione d’Arte Contemporanea). Una tappa cruciale dell’intera carriera dell’artista: da quel momento in poi, infatti, anche numerosi musei e spazi privati disseminati per tutta Europa avranno l’onore di ospitare, all’interno delle proprie sale, le sue opere.
Il grande simbolismo di cui le opere di Arcangelo risultano ormai pregne si connotano per l’impiego di una precisa tecnica pittorica che si caratterizza per il radicale rifiuto della tela tradizionale. Una scelta induce l’artista a prediligere lenzuoli grezzi, capaci di assorbire i pigmenti naturali, il carbone e l’acqua. Ecco, dunque, che emerge un ulteriore elemento peculiare dello stile pittorico dell’artista: il suo rapporto con la materia naturale. Non a caso, infatti, lo studio dell’artista è invaso da numerosi contenitori di colori e di barattoli, nei quali lascia ammuffire l’acqua.
Un dato che svela la profonda connessione che l’artista instaura con la natura, e che si riflette anche nell’estrema povertà della tavolozza: «Io al massimo utilizzo due colori» afferma, spesso lasciando emergere lo sfondo naturale del tessuto. Insomma, si tratta di uno stile pittorico che simboleggia un punto di approdo per l’artista dopo una serie di sperimentazioni artistiche che affondano le proprie radici negli anni Ottanta. È allora, infatti, che l’artista inizia a produrre grandi e piccole opere ritraenti paesaggi neri – impiegando l’utilizzo di carboni, carboncini e ceneri diverse applicati sulla superficie di lenzuoli.
Ma non è tutto: la forza e l’energia di questi primi esperimenti artistici, infatti, non è da ricercare unicamente nella grande espressività emanata dal colore, ma anche nel lavoro frutto delle mani dello stesso artista, o nell’impiego della tecnica del frottage – una peculiare tecnica pittorica che consiste nello sfregamento di una matita, un pastello o un carboncino contro una superficie di carta, adagiata a sua volta al di sopra di una superficie ruvida. E sono proprio questi aspetti – che contraddistinguono la pittura di Arcangelo – ad aver indotto la critica del mondo dell’arte a considerare la pittura di Arcangelo al polo opposto rispetto alla Transavanguardia imperante, accostandola maggiormente ad una corrente artistica di stampo “poverista”.

di Alessandro Giuseppe Terracciano
Riguardo al tuo “ritorno” a Napoli con la mostra che si è tenuta la scorsa primavera alla galleria Al Blu di Prussia, hai parlato di un “ritorno a un tempo”, che è poi anche il titolo dell’esposizione. Un tempo e un luogo della tua infanzia, della tua memoria, che è Napoli. Dal punto di vista artistico, invece, cosa vuol dire per te ritornare in questa città dopo tanti anni, dal 1982, quando esponesti alcune tue opere presso lo Studio Trisorio?
«Inizio sempre con il parlare della mia terra, l’Irpinia e il Sannio, con tutto ciò che ho ascoltato, visto, assorbito, quindi la Campania, la sua storia, Pompei, Ercolano, i Musei, Napoli. E poi mi sono inoltrato nel Sud del mondo attraverso i miei viaggi e le atmosfere sempre simili per me tra di loro, un unico Pianeta Terra sempre in movimento così come i cicli di opere. Nel 1982 non ero ancora “Arcangelo”, non ero maturo come espressione pittorica. Nel 1983, solo dopo un anno, iniziai ad avere un’indipendenza e padronanza ed anche i primi veri riconoscimenti, dapprima europei ed anche italiani, dopo tanto duro lavoro, anche in una città così difficile come Milano, dove arrivai pieno di sogni, ma con pochissima economia. Furono anni di grandi sacrifici. Dal punto di vista fisico e mentale non ho mai chiuso con Napoli: da artista non l’ho più frequentata se non per qualche sporadica partecipazione, ma come uomo ho continuato a visitarla, rivedendo cose che già conoscevo, ma anche il nuovo che veniva proposto come le fermate della Metro. Un rapporto, quindi, tra noi, io e la città, molto intimo e silenzioso, e a me piace così.
Certo l’ho sentita come una grave mancanza per entrambi, parlo sempre tra me e Napoli. Ora, qui al Blu di Prussia, si percepisce una bella e affascinante attesa del fare e dell’esporre, ed io mi esprimo anche attraverso i miei lavori. Io sono un artista, e questa mostra rimette al centro di nuovo tutto. Mi fa ritornare a Napoli, con una maturità e consapevolezza di tutto il mio lavoro, soprattutto incentrato sul territorio. Infatti, alcuni miei racconti artistici risentono delle atmosfere vissute in queste città, soprattutto la parte archeologica, il sapore drammatico di alcuni scorci, l’estremo sentimento religioso che leggi ovunque, soprattutto nel centro storico, e naturalmente le sue grandi contraddizioni che mi appartengono, tra sacro e profano, molto evidenti nel mio lavoro».
«Per tracciare una linea non solo temporale ma anche concettuale/informale, i miei fiori, come spesso affermo, sono anche loro un pretesto per parlare di ciò che esigo esprimere attraverso la pittura. È un ciclo piccolo e molto intimo. Queste opere sono ancora materiche ma il blu profondo e il celeste prendono la scena, e rappresentano una sorta di “festa della Luce”. Del resto, il blu è un colore dalla grande profondità, scuro, ma non è assoluto come il nero, colore che amo molto, di cui cerco, come per il rosso, le infinite tonalità. Una profondità misteriosa, che dà profondità e calma, un colore estremamente fluttuante tra il mare e il cielo, l’infinito, e poi tutto ritorna come negli altri cicli. Ed è quasi un passaggio “obbligato”: sembra quasi una tappa precisa che i miei blu si mostrino in uno spazio il cui nome è “Al Blu di Prussia”, no?
Il mio mondo pittorico è una continua ricerca di luce e pace tra ricordi d’infanzia, spesso anche dolorosi, e il mondo che mi circonda. E credo che questa ricerca, che mi appartiene profondamente, sia radicata in questa città così contraddittoria in cui mi appresto a ritornare. Il vero artista è indistruttibile, nonostante le innumerevoli contrarietà nelle strategie lavorative dell’arte che ho subito. Sono indistruttibile anche nelle mie tematiche e nelle mie opere, le azioni vanno e vengono, il lavoro rimane. Nella camera in cui lavoro, ho un altarino con le foto dei miei genitori che sono morti diversi anni fa e un’immagine della Madonna Addolorata di Cervinara, paese irpino dove sono nati i miei genitori. Un luogo per me sacro, dove ho trascorso momenti bellissimi della mia infanzia nella casa della nonna materna.
Ogni anno, ad agosto, a Cervinara si svolge la processione della Madonna Addolorata, sono molto devoto a questa Madonna, credo anche per ciò che rappresenta attraverso i ricordi nitidi della processione e la devozione di tutta la mia famiglia, ed è anche una Madonna molto speciale, sofferente nel cercare suo figlio. Ho cercato attraverso alcune piccole opere di renderle omaggio, pensandole come immagini devote a cui rivolgersi per le preghiere quotidiane. L’immagine è sempre la stessa che ingrandisco o rimpicciolisco. Con il suo sguardo severo, ma pieno di amore. Ogni anno cerco di andare a visitarla e vederla in processione. Per Napoli credo siano immagini anch’esse sentite, non c’è angolo nel centro storico in cui non ci siano altarini religiosi, con fiori e luce, a ricordare eventi drammatici, o magari soltanto per un’ala di protezione, e le mie Madonnine sono come un’immagine che protegge e ricorda e rimanda alla preghiera».
di Maria Savarese, curatrice d’arte italiana
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