
Il nuovo studio con la Federico II spiegato dallo scienziato Antonio Giordano
Quando si parla di Terra dei Fuochi, per chi è nato e cresciuto a Castel Volturno non si tratta di un’inchiesta giornalistica né di un concetto astratto. È vita vissuta, è quotidianità che brucia, è un odore acre che ti sveglia di notte e non ti fa più dormire. È la paura per chi ami, per te stesso, per la terra che ti dà da mangiare. Per questo motivo, da più di vent’anni, Informare racconta questa emergenza con passione e precisione, dando voce a chi, con coraggio, denuncia e studia per fermare lo scempio. Tra queste voci, una in particolare si è imposta come punto di riferimento mondiale: quella del professor Antonio Giordano, oncologo e scienziato tra i più autorevoli sulla questione, Presidente della Sbarro Health Research Organization (SHRO) e docente sia alla Temple University di Philadelphia che all’Università di Siena. Da anni il professor Giordano porta avanti una battaglia scientifica e civile per smascherare le responsabilità e misurare gli effetti dell’inquinamento nella Terra dei Fuochi. Lo fa con la forza dei dati, con la serietà della ricerca e con l’urgenza di chi sa che il tempo è finito. Di recente, insieme all’Università Federico II di Napoli, ha pubblicato un nuovo studio sulla prestigiosa rivista Science of the Total Environment. Uno studio che utilizza le piante (i muschi) come sentinelle ambientali, dimostrando che la contaminazione atmosferica causata dai roghi illeciti di rifiuti tossici non risparmia nessuno. Lo abbiamo intervistato per capire, ancora una volta, perché questa terra non può più aspettare.


Professore, iniziamo dallo studio pubblicato su Science of the Total Environment in sinergia con l’Università Federico II di Napoli. Che tipo di ricerca avete condotto e perché avete scelto di usare i muschi come bioindicatori?
«Lo studio pubblicato rappresenta un ulteriore passo avanti nella comprensione scientifica del disastro ambientale che da decenni colpisce la Terra dei Fuochi. Abbiamo scelto una metodologia basata sull’utilizzo di muschi, in particolare la specie Scorpiurum circinatum, come bioindicatori per monitorare la qualità dell’aria in alcune aree campane. Il muschio è un organismo particolarmente sensibile e, non avendo radici, assorbe esclusivamente ciò che proviene dall’atmosfera: per questo motivo è considerato una “sentinella ambientale”. Abbiamo posizionato questi muschi in due contesti apparentemente opposti: uno ad alta urbanizzazione come Giugliano in Campania e l’altro più isolato e rurale, come il bosco della Reggia di Carditello. Come metro di paragone, è stata scelta una località montana isolata (il Monte Faito) priva di fonti inquinanti. Ciò che abbiamo osservato è stato sconcertante: le concentrazioni di elementi tossici erano pressoché identiche in entrambe le aree sotto esame (Giugliano e Carditello). Questo dimostra che le sostanze sprigionate dai roghi tossici non restano confinate, ma si diffondono capillarmente in tutto l’ambiente circostante, contaminando anche le aree che credevamo preservate».
Il dato forse più inquietante è che anche aree considerate “verdi” e non antropizzate mostrano lo stesso livello di contaminazione delle zone industriali. Come spiega questa diffusione così capillare?
«Sì, questo è l’aspetto più drammatico. La nostra ipotesi, confermata dai dati raccolti, è che i fumi e le polveri generate dalla combustione illegale dei rifiuti contengano particelle ultrafini e metalli pesanti che, trasportati dal vento e dalle precipitazioni, finiscono per depositarsi ovunque, anche a chilometri di distanza dalla fonte primaria. Il concetto che emerge è chiaro: non esistono più confini tra “area inquinata” e “area pulita”. L’inquinamento nella Terra dei Fuochi ha assunto una dimensione sistemica. Questi risultati ci parlano anche di una pericolosa sottovalutazione: mentre si continuano a classificare i territori secondo categorie obsolete, la contaminazione si estende silenziosa. E non possiamo più permetterci di ignorarla».
Il vostro studio è stato pubblicato a pochi mesi dalla storica sentenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo sulla Terra dei Fuochi. C’è un collegamento tra la vostra ricerca e quella sentenza?
«Assolutamente sì. La sentenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, che ha condannato l’Italia per non aver protetto adeguatamente i cittadini della Terra dei Fuochi, parla di un rischio reale, concreto e imminente. Il nostro studio fornisce l’evidenza biologica e ambientale di quel rischio. È come se la scienza avesse certificato sul campo ciò che la Corte ha stabilito dal punto di vista giuridico. Questa sinergia tra sapere scientifico e giurisprudenza è potentissima: unisce due linguaggi diversi per dire la stessa cosa. Non è più il tempo del sospetto o dell’ipotesi: ora abbiamo prove tangibili, immagini al microscopio, dati tracciabili. E queste prove devono diventare strumenti per pretendere giustizia e interventi concreti, a partire da una bonifica reale e partecipata».
Lei parla spesso di approccio One Health. In che modo questo studio rafforza l’idea che la salute dell’uomo non può essere separata da quella dell’ambiente?
«Il concetto di One Health è ormai imprescindibile. Significa comprendere che la salute umana è strettamente legata alla salute degli ecosistemi e degli animali. In questo studio lo vediamo chiaramente: abbiamo rilevato danni cellulari e stress ossidativo non in animali o esseri umani, ma in una pianta. Ma quella pianta vive nello stesso ambiente in cui vivono i bambini, gli anziani, gli agricoltori. Se il muschio si ammala, non possiamo illuderci di essere immuni. La natura non è un contenitore esterno, è il nostro stesso habitat. Ogni danno a lei si riflette su di noi. Questo tipo di ricerca, quindi, non riguarda solo l’ecologia, ma ci interroga su come intendiamo la prevenzione sanitaria nel senso più ampio e profondo del termine».
Cosa si aspetta ora dalle istituzioni? E che messaggio sente di mandare ai cittadini della Terra dei Fuochi, in particolare a quelli di Castel Volturno?
«Mi aspetto innanzitutto consapevolezza. Le istituzioni non possono più limitarsi a dichiarazioni d’intenti o a interventi spot. Servono piani strutturati di bonifica, controllo e prevenzione. Ma soprattutto serve ascolto: le comunità locali conoscono il territorio, sanno dove si nascondono i rifiuti, vedono ciò che spesso le autorità fingono di non vedere. Ai cittadini di Castel Volturno e di tutta la Terra dei Fuochi dico: non smettete di farvi sentire. La vostra voce ha un valore immenso, e se è accompagnata da dati scientifici come quelli che forniamo noi, diventa inarrestabile. Questa battaglia non è persa: ma ha bisogno di ciascuno di noi, con competenze, con coscienza e con coraggio».
A Palazzo Santa Lucia è stata presentata la 64esima edizione del Giro di Campania, alla presenza dell’Assessora allo Sport...
La Costiera Amalfitana brucia ormai da giorni. Tra la devastazione e le fiamme alimentate dai forti venti, si lavora incessan...
Il 16 settembre 2026 sono stati ultimati i lavori riguardo il restauro dell’edicola votiva di San Gennaro, situata in piazz...
Come ogni mese torna la nostra rubrica culturale “Leggere che passione”, ecco i due libri consigliati ai nostri lettori. ...