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COPERTINA - La terra dei nessuno: il reportage esclusivo dal Ciad

Antonio Casaccio
Antonio CasaccioRedazione Informare
2 ottobre 202420 min di lettura

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COPERTINA - La terra dei nessuno: il reportage esclusivo dal Ciad

Indice (6)

  • 1Reportage dal Ciad 
  • 2La Politica 
  • 3La Missione 
  • 4Le Difficoltà 
  • 5I Giovani 
  • 6Il Sudan 

Da tre anni a questa parte ho preso una scelta: dedicare un mese all’anno al servizio missionario in Africa. Si tratta di una scelta maturata da riflessioni di carattere personale e professionale, le quali mi hanno spinto a vivere le esperienze più belle della mia vita. 

Da un punto di vista squisitamente intimo, ho sempre trovato necessaria “l’assenza” e la capacità che essa ha nel manifestarci le cose. Conosciamo il nero perché esiste il bianco, così come sappiamo definire il bene perché siamo ben conosci degli effetti del male. Questo susseguirsi di paragoni ci permette di definire ciò che ci appare davanti, non nella sua interezza ma nella porzione emersa dal contrasto. Partendo da questa intima riflessione, ho sempre pensato che per vedere le cose nella propria purezza bisogna spogliarsi di tutto: se avrò sete riuscirò a vedere l’acqua, se patirò la fame si mostrerà davanti a me non la sazietà dell’empio, ma la ricchezza del cibo.  

A tali moti dell’anima, corrisponde la curiosità giornalistica di un giovane direttore di giornale che è nato con il mito dei cronisti al fronte per raccontare la verità atroce della guerra. Partendo da queste premesse diventa comprensibile la mia idea di aver preso parte ad un’esperienza missionaria in Ciad, precisamente nel villaggio di Abéché. 

Reportage dal Ciad 

Il Ciad, situato in centrafrica, è uno dei paesi attraversato dal dolce abbraccio del Sahel, ovvero quell’area di transizione posta tra l’aridità del deserto del Sahara e la savana arborata sudanese. I Paesi che insistono in questa regione sono quasi tutti accomunati da un’instabilità politica e livelli di povertà inimmaginabili. Il Ciad è ovviamente tra questi. 

Si tratta di uno dei Paesi più poveri al mondo, segnato da condizioni socio-economico ed igienico sanitarie devastanti, acuite dall’enorme problema di non avere uno sbocco verso l’acqua (fatta eccezione per il Lago Ciad, zona vietata vista l’insistenza del gruppo terroristico Boko Haram .ndr). 

È uno Stato che si regge su agricoltura e allevamento, esercitati prevalentemente nel Sud del Paese, dove le condizioni climatiche permettono l’approvvigionamento di quelle poche risorse agricole che trainano l’economia. La stragrande maggioranza della popolazione, oltre all’agricoltura e all’allevamento, si dedica al piccolo commercio, un’attività riservata principalmente alle donne e ai bambini. Sì, i bambini lavorano sin dalla tenera età nel piccolo commercio o nel reperimento di bottiglie di plastica da vendere ai mercanti. L’educazione dei bambini, oltre che dalla famiglia, può provenire anche da istituzioni para-scolastiche, a seconda dell’estrazione sociale e del credo religioso esercitante.  

Tanti bambini musulmani, soprattutto nel Nord del Paese, frequentano le daara, ovvero le scuole coraniche che spesso utilizzano i minori per chiedere le elemosine utili al mantenimento del “marabut” (la guida religiosa della daara). Ai bambini delle scuole coraniche spesso è vietato di giocare con i coetanei che professano un credo diverso. L’effetto è quello di ritrovarsi in un campo da calcio con una parte di fanciulli che giocano e pochi altri che si limitano a guardare mentre tengono per le mani la scodellina delle elemosine. 

Il Ciad d’altronde è devastato dalle discriminazioni, che già dai bambini si manifestano. Il Sud e il Nord del Paese sono divisi, oltre che geograficamente, da un contrasto profondo tra i cittadini, che sembrano ben distanti dal considerarsi tutti figli di un’unica nazione. Un’altra discriminazione rilevante è quella riservata alle donne, ritenute inabili all’apprendimento scolastico da parte di alcune cerchie sociali del Paese. Un’altra ancora riguarda i profughi della guerra in Sudan: oltre un milione di questi ha raggiunto il confine influenzando l’economia in modo determinante, ma di ciò ne parleremo meglio nel paragrafo dedicato alla guerra. 

A queste discriminazioni va aggiunta quella tra cristiani e musulmani: i primi sono prevalenti al Sud mentre gli altri al Nord. La discriminazione da parte dei musulmani è tale da rendere impossibile la professione del credo specialmente nei territori del Nord. Io svolgevo servizio missionario nella parrocchia di Abéché e non era insolito trovare fedeli che percorrevano chilometri e chilometri per assistere ad una messa. Parliamo di discriminazioni che si ripercuotono anche in termini economici sulla vita dei fedeli cristiani; consideriamo che nel Nord del Ciad i musulmani sono per la stragrande maggioranza affittuari delle “abitazioni” in cui risiedono i cristiani.  

Ma c’è una cosa che unisce tutto il Paese? Sì ed è inimmaginabile. Questo Stato maledetto, fallito in tutto e per tutto, ha come punto di giuntura l’alcol. Liquore e birra sono le vere religioni del Ciad, un Paese in cui tutti, dal prete all’imam fino al militare, bevono come se non ci fosse un domani. Personalmente non avevo mai conosciuto prima il problema dell’alcolismo, ma vederlo così diffuso in un intero Stato mi ha letteralmente sconvolto.  

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La Politica 

Ma su quale organizzazione democratica si regge uno Stato così ridotto? La risposta è semplice: su una Repubblica fittizia. Il Ciad è in teoria una Repubblica presidenziale e il suo sistema giuridico si fonda sul diritto civile francese; al presidente viene riconosciuto un’importante influenza sull’Assemblea nazionale e sulle nomine di giudici, funzionari e capi delle società in house dello Stato.  

Nella pratica si tratta di un paese continuamente sull’orlo di una guerra civile, un rischio già corso due anni fa e alla fine delle elezioni di quest’anno. Per comprendere bisogna partire da Idriss Deby, ex storico presidente del Ciad, che durante la campagna elettorale del 2021 aveva promesso di riportare stabilità e sicurezza nella regione. Idriss Deby uscirà vincente dal voto per la rielezione, ma verrà ucciso pochi giorni dopo durante un conflitto a fuoco con i ribelli del Front pour l’alternance et la concorde au Tchad (FACT) nel Nord.  

Deby era il riferimento politico delle Nazioni Unite, ma nel corso degli anni la sua azione pubblica ha mirato più a irrobustire l’esercito e far proliferare la corruzione piuttosto di aiutare la popolazione con infrastrutture, politiche sociali e industriali.  

La morte di Idriss Deby scaturì la parvenza di uno spartiacque, un momento decisivo dal quale il Ciad poteva uscirne rinnovato. Sulla scia di tale fiducia, nel 2021, è stato indetto un periodo di transizione con un Congresso volto a riunire le migliaia di anime sociali/etniche/religiose che compongono il Ciad per un dialogo volto ad una ricostruzione politica seria. Nulla di più falso. Il Congresso si è dimostrato essere una farsa dalla quale è scaturito il peggior epilogo possibile: rendere possibile giuridicamente l’elezione a presidente del giovanissimo figlio di Idriss Deby, Mahamat.  

Il Congresso si concluse quindi con una modifica legislativa che permetteva così la continuità al potere della famiglia Deby, una vera e propria bomba ad orologeria per i ciadiani in vista delle elezioni del 6 Maggio 2024. Sulla strada verso le elezioni, le forze di sicurezza del Ciad si macchiano dell’omicidio del principale oppositore politico di Mahamat Deby, ovvero l’attivista Yaya Dillo. Pensiamo che al leader dell’opposizione è stata dapprima uccisa in pubblico la madre, con metodi barbari, per poi patire anch’egli sotto i colpi delle forze di sicurezza ciadiane.  

L’elezione farlocca del 6 maggio ha avuto come risultato, ovviamente, l’elezione di Mahamat Deby con il partito Salvezza Patriottica (MPS), così la famiglia Deby è pronta a dare avvio ad un potere simil-dinastico. I barbari omicidi delle forze di sicurezza ci portano al vero nodo per capire la politica interna ed estera del Ciad: l’esercito. Per le Nazioni Unite il Ciad è l’unico Stato del Sahel capace di mantenere a bada le organizzazioni terroristiche che da anni rendono instabile l’area, come Boko Haram. Le forze NATO sono in costante rapporto con l’esercito ciadiano, guidandolo nelle attività di repressione e coordinamento.  

L’esercito ciadiano è uno dei più strutturati ed efficienti dell’Africa, un potere militare capace di mantenere l’ordine non solo all’esterno, ma anche all’interno. La repressione dei militari nel Nord è incredibile, non sono rari i fermi arbitrari dei militari e le violenze a danno dei civili. Di questa repressione ne ho avuto testimonianza diretta, essendo stato per ore trattenuto dalle forze militari segrete del Ciad.

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La Missione 

Una volta avuto chiaro cos’è il Ciad, arriviamo alla mia missione. Il 4 Aprile il Vescovo di Mongo, Mons. Philippe Abbo Chen, firma il mio ordine di missione per l’accoglienza nel Paese prevista ad agosto 2024. Ad aspettarmi ci sono i missionari comboniani di Abéché, popoloso villaggio al confine con il Sudan, che sono impegnati quotidianamente in formazione scolastica e dialogo interreligioso. La mia principale attività, oltre il reportage, era l’intrattenimento dei bambini che accorrevano al centro dopo lavoro e il dialogo con i giovani ciadiani.  

Arrivato a ‘Ndjamena, resto basito dalle condizioni della capitale. Mai vista la principale città di uno Stato versare in condizioni così fatiscenti, con pochi edifici e strade inondate d’acqua durante la stagione delle piogge (in pieno Agosto .ndr). Le reti fognarie ed idriche sono scarse, così quando piove l’unica alternativa è togliersi le scarpe e affrontare il cammino…e siamo in capitale. Sottopongo la mia sorpresa al responsabile provinciale dei Comboniani in Ciad, Padre Marco Vailati, che subito mi chiarisce: “Antonio, qui sei nel culo del mondo”. 

Dopo una breve sosta per la capitale, mi aspettava un viaggio di oltre 900km per raggiungere il villaggio al confine col Sudan. Il lungo tragitto mi ha permesso di spaccare il Paese, guardando da vicino le tante anime del Ciad e i differenti paesaggi che scorrono davanti a te. Si passa dalle piccole tribù, in cui si trova dimora nelle capanne e si soffre la fame, alle conformazioni urbane più dense, rese vive dal mercato. Nello stesso modo si passa dalla vegetazione del Sud, florida per l’agricoltura, alla polvere che ti accoglie per mostrarti la fascia desertica del Nord. Il Ciad cambia. 

Giunto ad Abéché c’è ad accogliermi la comunità dei padri comboniani del posto, guidati da Padre Bernard, congolese assegnato alla parrocchia del villaggio. Quando scendo dalla macchina, dopo il viaggio infinito, sento una voce rivolgersi a me: “E tu foss’ Antonio da Caserta?”. Mi aspettavo di tutto, ma non quell’accento. Non in Ciad. Ebbene, anche nel villaggio di Abechè, alle porte del deserto, c’è un napoletano: Enrico Gonzales. Proveniente dalla Pignasecca, Enrico parla fluentemente arabo, che ha approfondito in Egitto, ed è dottore di ricerca di sociologia. In Ciad si occupa della formazione dei giovani ed è un fratello comboniano. Con lui discorrevo la sera sul Paese, su tutte le difficoltà che vedevo attorno a me. «I profughi che stanno arrivando sono troppi – afferma Enrico – Le organizzazioni internazionali hanno budget limitati e la guerra in Sudan diventa sempre più atroce». 

Il pensiero fisso per il fratello napoletano è assicurare una formazione ai tanti giovani ciadiani e a coloro che si muovono dal Sudan, per questo insiste con loro sulla nascita di una coscienza sociale forte. «Oggi i giovani africani hanno a disposizione la comunicazione digitale, questo può cambiare tutto» – spiega. 

Nei giorni della mia permanenza, si è lavorato duramente alle iscrizioni per la scuola elementare e media femminile, un processo che richiede enorme attenzione. Le scuole non sono come le nostre, le aule sono spoglie e si ha difficoltà a reperire il materiale scolastico da dare ai bambini.  

Il preside del liceo privato all’interno dell’area della parrocchia ci spiega: «C’è una mancanza considerevole di edifici che possono fornire aule. Nell’anno che si è appena concluso, siamo stati costretti ad occupare il cortile della chiesa cattolica. L’altra enorme difficoltà è reperire i libri scolastici». 

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Le Difficoltà 

Quando si è in missione occorre resistere, anche alle condizioni che più possono scoraggiarti. Ad Abéché la costante erano le continue interruzioni di corrente che non permettevano di programmare tanto, soprattutto se l’unica torcia che hai è quella del telefono, lo stesso smartphone che usi per un reportage che consumava fin troppa carica.  

Senza elettricità c’è il buio e sono rimasto stupefatto difronte all’insofferenza verso quest’ultimo, pensavo di riuscire a sopportare quest’assenza, eppure le mie debolezze si sono fatte manifeste in me. La mancanza di elettricità è stato uno scoglio duro, soprattutto se pensiamo che l’oscuro attrae una delle piaghe più grandi in Ciad durante la stagione delle piogge: le zanzare. La malaria è endemica nel Paese, così come il tifo, di cui è scoppiata un’epidemia dopo il mio rientro. 

Le condizioni igienico sanitarie sono impensabili, nel Sud del Paese non è raro trovare aree di oltre 200mila persone coperte da un unico medico di base che funge da: chirurgo, ginecologo, ortopedico etc. Gli ospedali di Abéché non hanno nulla che ricordi vagamente un ospedale, si tratta di stanze pavimentate dal solito terriccio rosso completamente prive di attrezzature mediche necessarie. All’esterno di queste piccole stanze vi sono spesso madri e bambini in attesa del proprio turno. 

L’altra difficoltà è stata la repressione militare. Durante la missione ho stretto amicizia con diversi ragazzi che un giorno decisero di portarmi in un “bar” di fiducia in cui poter sorseggiare una birra. Davanti al nostro tavolo vi erano dei militari intenti a bere, al di sopra del loro tavolo sostavano decina di birre vuote già consumate dai quattro.  

I miei amici presero il mio telefono e mi scattarono una foto, ma all’improvviso uno dei militari si alza redarguendolo ad alta voce. L’ubriachezza, l’incazzatura, il copricapo musulmano, gli occhiali neri e il mitra che aveva con sé facevano trasparire poca rassicurazione. Il militare non ci pensò due volte: prese il mio cellulare e partì per non so dove. Restai di stucco, i nervi cominciarono a crescere e così i miei amici mi dissero di mantenere la calma vista la violenza dei militari. Dopo due ore, i miei amici riuscirono a capire dove era stato portato il mio cellulare, così ci recammo in una pseudo base militare. All’interno vi era una piccola stanza in cui entrammo io e i ragazzi, ad aspettarci vi era il militare ubriacone e un altro molto più rassicurante. Dopo alcuni momenti di tensione e paura, mentre scorrevano sopra e sotto la mia galleria di immagini e video, decisero di farci scrivere una lettera di scuse da consegnare al militare offeso.  

Una volta uscito dalla stanza ero contentissimo: eravamo illesi e mi era stato consegnato il telefono, l’unica stortura riguardava il trattenimento del mio passaporto da parte delle forze militari. Ecco, questa vicenda, che fatico ancora a scrivere, risulta essere normalità per i giovani del Ciad. Immaginiamo di vivere dinamiche del genere, in cui l’espressione della libertà è messa a repentaglio continuo dall’arbitrio di un militare, per giunta sbronzo.  

Dopo gli ospedali e i militari sono stato un populista, ho guardato al nostro Paese e mi sono sentito fortunato della Sanità Pubblica, della libertà e della democrazia. Per la prima volta riuscivo a sentirle. 

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I Giovani 

I ragazzi vivono una condizione tremenda. Oltre la povertà dilagante, diventa insostenibile il peso della rassegnazione. I giovani ciadiani sanno già che non riusciranno mai a reperire abbastanza soldi per un passaporto, il che significa essere condannati a restare in uno Stato repressivo e violento, oltre che estremamente povero. 

A spiegarcelo c’è Florent, studente di geografia all’università di Abéché. «Le autorità se ne infischiano perché i politici non hanno i loro figli qui. I loro figli sono all’estero, in Occidente. E noi qui? Noi, qui, dobbiamo lottare per non farci consumare» – Florent è diretto. 

Lui viene da ‘Ndjamena, la capitale, quindi ha un atteggiamento più aperto rispetto ai locali di Abéché. Ho parlato tanto con lui ed è stato uno dei primi ad illustrarmi le difficoltà dei ragazzi ciadiani. «Occorrono sei anni e tantissimi soldi per laurearti. E dopo sei anni, finisci e non hai un lavoro. Sarai disoccupato e lo sarai per 10 anni, 20 anni e per tutta la tua vita qui – afferma Florent – L’università costa 50mila franchi e una stanza senza acqua ed elettricità ne costa 15mila». 

La domanda vien spontanea: ma se per pagare l’università occorre racimolare tanti soldi, quando si ha il tempo per studiare e frequentare le lezioni? Florent ci dà la risposta: «Per andare all’università devi lavorare. Ma se vuoi lavorare, non puoi andare a scuola. E se non vai a scuola, non puoi lavorare. È questo il problema. Se vuoi lavorare lasci la scuola e lavori. Se vuoi andare a scuola lasci da parte il lavoro, ma non avrai niente. Non puoi pagare la casa, non puoi mangiare…nient’altro che questo». 

A ribadire la condizione di sofferenza e depressione che vivono i giovani studenti ciadiani c’è Rodri, già laureato in geografia e che lavora come custode per la parrocchia. «Se per un figlio non si riesce a mettere da parte dei soldi affinché termini la scuola, allora come fa la famiglia con quattro figli? In Ciad le famiglie sono numerose e in genere si guadagna un salario di 60mila franchi al mese. Come si fa a coprire le spese degli altri tre figli? È impossibile». 

L’atteggiamento dei giovani è incredibile, nonostante la propria condizione si ritrovano spesso a parlare dei disagi di chi sta peggio di loro. Non so se è una solidarietà naturale o se riusciamo a vedere l’altro solo nelle assenze che ci lacerano. 

Il Sudan 

La dinamica che sta devastando il Nord del Ciad è l’ingresso di milioni di profughi di guerra dal Sudan e dei ciadiani di ritorno che stanno lasciando lo Stato bellicoso. La mole di profughi nei villaggi di confine ha fatto sprofondare questi ultimi nell’economia di guerra, con prezzi inflazionati per viveri e affitti. Parliamo di disagi profondi che cadono particolarmente sulle nuove generazioni, più esposte allo sfruttamento economico proprio in virtù del costo di eventuali studi. 

I profughi dal Sudan raggiungono il villaggio di Adrè e alcuni vengono sistemati in piccole tende che, insieme, danno vita a grandi campi profughi. Giovani, madri e bambini lasciano alle spalle le atrocità di una guerra spudorata che fa vittime ogni ora. Gli aiuti della comunità internazionale sono irrisori e non potranno mai coprire le esigenze dei numerosissimi profughi in fuga. 

La guerra si respira nell’aria, ma la si può vedere negli occhi dei rifugiati che girovagano per il villaggio alla ricerca di qualche aiuto. Nel terzo giorno di permanenza ad Abéché, ho visto aspettare seduto all’esterno dell’ufficio del parroco un giovane ragazzo. Haytham ha i capelli increspati, il che mi fa presumere che non sono alla presenza di un ciadiano. «Da dove vieni?» – gli chiedo. «Dal Sudan» – era felice di incontrare un bianco interessato alla sua storia, ma nessuno dei due sapeva che da lì a poco sarebbe nata un’amicizia profonda. 

«Mia madre è deceduta in Sudan a causa della guerra, i miei fratelli sono rimasti lì, ma non so se siano vivi o morti. Io sono qui» – esordisce Haytham in un inglese che faceva fatica a manifestarsi. 

«Vivevamo in Sudan, a Khartoum, e in seguito è scoppiata la guerra; non ci aspettavamo che sarebbe durata così a lungo. Siamo stati costretti a spostarci. Per le strade c’erano le “Forze di sostegno rapido” che ci colpivano, hanno anche colpito il braccio dell’amico che conduceva la macchina. Dopo poco, mi è arrivata la notizia della morte di mia madre, e allora ho deciso di venire in Ciad, non avendo soldi. Qui ad Abéché all’inizio procedeva bene, riuscivo a guadagnare qualcosa, ci davano farina, datteri, olio, ecc. Poi hanno deciso di darci un sostentamento economico di 2.800 franchi ogni due mesi, ma questa cifra non ci sarebbe bastata nemmeno per una settimana. Ce l’hanno dato solo il primo mese, poi siamo stati 7 mesi senza niente. Allora ho deciso di trasferirmi dall’accampamento di Erdemi nel Ciad orientale a Kalait per lavorare. Aa Kalait un locale ci ha proposto di lavorare come allevatori e di portare il bestiame a Douar Ket, dicendoci che lì ci avrebbe dato 6mila franchi e ci avrebbe riportati indietro a Kalait. Una volta arrivati a Douar Ket ci ha dato soltanto 2mila franchi, noi gli abbiamo chiesto subito spiegazioni in quanto il nostro accordo era diverso, ma ci ha addirittura minacciati di non darci niente se avessimo insistito. Noi, trovandoci soli lì, abbiamo accettato i 2mila franchi e gli abbiamo chiesto di riportarci a Kalait come promesso, ma lui ha rifiutato anche questo. Siamo rimasti un mese e poi ci siamo avviati da lì; durante il percorso abbiamo incontrato persone vestite da militari, ma non sapevamo se fossero effettivamente militari, o ladri vestiti da militari; ci hanno colpito violentemente, ci hanno chiesto dove fossero i nostri soldi e ci hanno fatto scendere nel deserto, dove abbiamo camminato per due giorni, finché non abbiamo trovato una macchina. Io in quel momento avevo 16 anni, ne avrei compiuti 17 dopo 5 mesi. Spero che possiate aiutare i rifugiati, io per esempio non ho mangiato niente da ieri. Qui è difficile, poi se non parli la lingua loro non puoi fare niente, non ti danno niente, sei obbligato a comunicare nella loro lingua o essere della loro tribù, ma noi non lo siamo. Chiedo a Dio di aiutarci». 

Il racconto di Haytham mi tiene incollato ai suoi occhi e alle sue labbra, mi spingeva a sovrapporre i miei 17 anni ai suoi, perché solo sovrapponendo, le cose si manifestano. Dovevo chiederglielo: “Haytham che ne pensi della vita?”. 

«Credo che questa non sia vita – afferma sicuro – non abbiamo i beni essenziali per vivere, le cose minime, quali acqua, cibo, istruzione, ma viviamo come dei senzatetto, non siamo a casa nostra, non siamo liberi, c’è solo razzismo, differenze tribali, discriminazione, molestie… questa non è vita». 

È stato questo l’inizio di un’amicizia che continua e si rafforza, di cui non scriverò perché bene prezioso che coviamo tra noi, ma condivido con voi lettori la speranza di poterlo ricevere presto in redazione. Questi sono i figli del Sudan, i martiri di una guerra barbara che lasciano la sofferenza per abbracciare una speranza che non esiste. «Quando guardano i miei capelli capiscono che sono un profugo del Sudan, così evitano di parlarmi perché pensano che voglia rubare» – conclude Haytham. Perché chi è alla ricerca di una casa è un ladro? La sopravvivenza diventa reato e l’illecito è amorale. Ci hanno insegnato a guardare le cose come i binari di un treno, mentre in realtà siamo il mare di pietruzze che c’è sotto le rotaie.  

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Antonio Casaccio
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