
La copertina è inequivocabile: l’ingordigia del legislatore nell’entrare a gamba tesa sul diritto di cronaca. Nel testo del ddl Nordio, tra l’abolizione dell’abuso di ufficio e il tetto alle spese per le intercettazioni, c’è anche l’ormai celebre “Legge Bavaglio”.
Si tratta dell’emendamento a nome di Enrico Costa, in quota Azione, che con prepotenza interviene su cosa e come i giornalisti devono operare con le motivazioni delle misure cautelari scritte dai giudici. Con la proposta Costa è vietata la pubblicazione “integrale o per estratto” delle ordinanze del Gip, una stretta che si vocifera dovrebbe essere ancora più stringente, con una modifica che vieterà la pubblicazione “totale o parziale”.
Il parlamentare di Azione ci lascia manovra almeno sulle parole da utilizzare per le fantomatiche sintesi che ci ha imposto. Il fatto è che il legislatore nuovamente utilizza il suo potere di produzione del diritto come un’arma per allentare gli organismi che, proprio per la loro funzione di critica, sono a salvaguardia della democrazia.
Chi mastica tanto di legge e poco di diritto di cronaca resta scettico, i dubbi sono i soliti: “ma è giusto creare casi mediatici su persone citate nelle ordinanze, ma che non sono neanche indagati?”. Ebbene, a questi va un esempio esplicativo dell’importanza del diritto di cronaca e della libertà giornalistica in un Paese civile.
Il gip Antonella Consiglio firmò un’ordinanza di custodia cautelare lo scorso giugno, si tratta di una contestazione mossa a sei persone accusate a vario titolo di vendita e cessione di droga. A finire agli arresti domiciliari è Mario Di Ferro, titolare di un agriturismo, accusato di vendere droga a diversi personaggi noti del siciliano, tra i quali l’onorevole Gianfranco Miccichè. Proprio l’ex senatore di Forza Italia e parlamentare siciliano è stato beccato dagli inquirenti, con foto e intercettazioni, mentre andrebbe a ritirare la droga. Ovviamente la sola ipotesi di consumo di cocaina non è sufficiente ad iscriverlo al registro degli indagati, difatti il parlamentare siciliano oggi risulta pulito sulla questione legata allo spaccio.
Ecco: nel mondo dell’emendamento Costa, gli elettori di Miccichè non potranno sapere che il parlamentare che hanno votato fa uso di droga. Quegli elettori, così come tutti, non potranno mai sapere che un esponente politico che li rappresenta in Assemblea frequenta spesso soggetti legati allo spaccio di droga. Nel mondo di Enrico Costa e di Azione i cittadini non meritano di sapere esattamente cosa si son detti in quell’occasione e su quali termini si basa quel rapporto.
Non si tratta di Miccichè o altri, la questione si concentra su come un Paese delle democrazie europee guarda al futuro. I giornalisti svolgono una funzione essenziale per lo sviluppo della critica pubblica, continuando ad adattarsi ai nuovi modi di comunicazione via social, in un mondo in cui la sfera privata del politico diventa una risorsa elettorale. Possiamo sapere quando cucinano le pizze, cosa mangiano al mattino e dove fanno jogging, ma appena si toccano quei rapporti privati che è meglio non conoscere allora ecco che scatta la “stampa assassina”.
Siamo abituati al gioco del potere politico che piega l’azione pubblica per garantire la propria sussistenza. In questo balletto le leggi diventano battaglie politiche da modificare, la stampa un organismo da zittire e i cittadini sono solo dei bersagli da colpire per portarli a votare. Tutto ciò non funziona e i cittadini se ne sono accorti da tempo, unendosi sotto il segno dell’astensionismo.
L’indipendenza non viene difesa, ma attaccata. Lo abbiamo visto con la riforma della Rai del governo Renzi, che ha contribuito a lottizzare il servizio pubblico a seconda del governo di turno, così come lo abbiamo visto col mancato allineamento dell’Italia alle indicazioni europee sulla libertà di stampa.
In Europa sempre più Paesi stanno implementando la normativa contro le SLAPP (strategic lawsuits against public participation). Si tratta delle famose “querele temerarie”, ovvero azioni legali volte a mettere a tacere critiche ritenute dannose e a limitare la partecipazione al dibattito pubblico.
Noi cronisti ne siamo afflitti continuamente, basti ricordare che Daphne Caruana Galizia, la giornalista d’inchiesta maltese fatta esplodere, aveva ancora cinquantadue denunce per le sue pubblicazioni. Quando un politico si sente toccato e offeso da un giornalista, fa partire la querela sapendo che si tratta di un’azione legale che nel bene e nel male non si ripercuoterà su di lui. In Italia, infatti, per chi querela non è obbligatorio un risarcimento danni stabilito preventivamente per l’accanimento contro il cronista e il danno a lui procurato. In questo modo il politico querela nascondendosi dietro forti studi legali, mentre il cronista (magari di una piccola redazione) subisce un procedimento penale spesso e volentieri a suo carico. E se alla fine il cronista ha scritto la verità e la querela è stata solo strumentale? Nulla accade al politico che ha utilizzato un’azione legale in un’accezione intimidatoria. Non tutte le querele sono temerarie, certo, ma il nostro Paese non prevede la benché minima tutela sulla questione. Nei paesi anglosassoni per le SLAPP si prevede una rapida archiviazione e danni punitivi per l’autore della querela temeraria.
E allora non si parla di Rai pubblica né di querele temerarie, meglio firmare un nuovo provvedimento per limitare quel poco di indipendenza rimasta. Era davvero questa la priorità del governo Meloni? E se sì, perché?
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