


È iniziato alle ore 18 di sabato 20 giugno in tutta Napoli, ma per noi di Informare è cominciato un po’ prima. L’evento Life for Gaza, alla sua quarta edizione, lo abbiamo vissuto dall’interno, respirando l’aria dietro le quinte di uno spettacolo che ha visto più di 150 artisti esibirsi a titolo gratuito in solidarietà del popolo più rappresentativo dell’oppressione dei potenti della Terra. Ed era un’aria che sapeva di solidarietà, sensibilità
ed empatia. La giornata vera e propria è partita con l’incontro-dibattito intitolato “Contro la guerra”, un tavolo di confronto internazionale che ha visto la partecipazione dell’ex Sindaco Luigi de Magistris, delle deputate Isabel Serra Sanchez (Podemos) e Gabrielle Cathala (La France Insoumise), di Giuliano Granato (Potere al Popolo) e del palestinese Mohammed Khatib, moderato dal giornalista de Il Fatto Quotidiano Alessandro Mantovani, membro della Global Sumud Flotilla. C’è poi stato anche il collegamento della relatrice Onu Francesca Albanese, che ha evidenziato gli interessi economici delle grandi multinazionali dietro al genocidio. In seguito, si è dato il via allo spettacolo vero e proprio, che ha visto sul palco sia cantanti e band come i Foja, Roberto Colella, Greta Zuccoli, Giovanni Block, Vesuviano, Piotta ma anche attori come Lino Musella, Fabrizio Gifuni e Sonia Bermagasco, autori di monologhi meravigliosi. Ma Life for Gaza non è stato solo questo. Sul finale, infatti, si è dato vita ad uno spiacevole evento fuori programma: sul palco ci sono i Bisca e il cantante Sergio Maglietta sta recitando un monologo, quando all’improvviso l’audio salta. No, non è un problema tecnico. È l’applicazione del T.U.L.P.S. (Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza) che prevede che a mezzanotte la musica taccia. E i gestori del Parco San Laise hanno ritenuto opportuno seguire il regolamento. Non poche le polemiche: il pubblico, supportato dallo stesso frontman dei Bisca, ha iniziato a scagliarsi contro i gestori e contro il Sindaco di Napoli Gaetano Manfredi per la fiscalità eccessiva che ha spezzato un’atmosfera di pace e solidarietà. La pillola amara è stata quantomeno addolcita da uno spettacolo improvvisato del gruppo Sound from Kelelé, tra tamburi e balli, in barba ad ogni regolamento.
Life For Gaza è diventata in pochi anni una delle più importanti esperienze di mobilitazione culturale e civile dedicate alla Palestina. Il percorso non poteva non partire da Napoli: dal primo grande concerto del 25 febbraio 2024 al Palapartenope, che raccolse oltre 6mila partecipanti e 42mila euro destinati a organizzazioni sanitarie impegnate a Gaza, fino alla quarta edizione, organizzate da Claudio de Magistris.
«Nel 2023 abbiamo sentito tutti la necessità di fare qualcosa per il popolo palestinese, per alzare l’attenzione mediatica e provare a rompere quella cappa di silenzio che c’era sull’argomento. Da lì è nata l’idea di organizzare un evento pubblico coinvolgendo artisti, attori e protagonisti del mondo dello spettacolo. Abbiamo subito riscontrato una grande disponibilità. È stata la dimostrazione che la voglia di partecipare c’era ed era molto forte. Napoli ha una storia particolare, una tradizione di attenzione verso i popoli oppressi e verso le ingiustizie. Quando viene chiamata a reagire, risponde con forza e generosità».
«Abbiamo deciso di devolvere i fondi all’Associazione Gazzella Onlus, che opera nei territori palestinesi e nei campi profughi. In questo momento sta lavorando alla realizzazione di strutture scolastiche temporanee, delle tensostrutture che consentano ai ragazzi di continuare a studiare nonostante la distruzione delle
scuole. Ci farebbe piacere con altre iniziative dare un sostegno anche a giovani palestinesi arrivati a Napoli dalla Striscia di Gaza».
«Il contributo più importante non è solo quello economico: le necessità nei territori palestinesi sono enormi e le raccolte fondi rappresentano una piccola goccia. Credo però che siamo riusciti anche a incidere sul piano della sensibilizzazione, contribuendo a rompere il silenzio mediatico e a mantenere alta l’attenzione sulla tragedia in corso. Ci piace pensare di aver dato un piccolo contributo affinché questo tema venisse affrontato in modo diverso anche nel dibattito pubblico nazionale».
Dario Carotenuto, deputato del Movimento 5 Stelle, ha preso parte della Global Sumud Flotilla, missione internazionale nata per rompere il silenzio sul dramma umanitario palestinese. Un’esperienza che il parlamentare napoletano ci ha raccontato ripercorrendo le ragioni della sua scelta.
«Sono partito dalla Turchia a metà maggio e mi sono imbarcato sulla Kasri Sadabat, una nave della Global Sumud Flotilla sulla quale viaggiava anche l’inviato del Fatto Quotidiano Alessandro Mantovani. Il mare, soprattutto nei primi giorni, era molto agitato. Abbiamo dovuto modificare la rotta e fermarci su un’isola greca per risolvere alcuni problemi tecnici che avevano coinvolto diverse imbarcazioni. Successivamente siamo ripartiti e la navigazione è proseguita in condizioni leggermente migliori. Eravamo circa venti persone su una barca che disponeva di pochi posti letto. Ho scelto di vivere quell’esperienza esattamente come gli altri attivisti, senza privilegi. Dormivo sul ponte e non in una cabina riservata. Il mare non è mai stato veramente calmo e per chi, come me, non aveva grande esperienza di navigazione, non è stato semplice. Però si è creato un forte spirito di condivisione».
«A mio giudizio un risultato straordinario. Oggi si parla finalmente di sanzioni contro Ben Gvir e contro altri esponenti del governo israeliano. Si discute apertamente di responsabilità politiche che fino a pochi mesi fa sembravano intoccabili. Mi aspetterei che si sanzionasse anche Netanyahu visto che lui stesso ha rivendicato pubblicamente le operazioni di intercettazione delle imbarcazioni. Bisogna sottolineare che quei sequestri sono avvenuti in acque internazionali e che siano stati privi di qualsiasi legittimità. Attivisti e cittadini italiani sono stati sequestrati e, come emerso da diverse testimonianze, sottoposti anche a torture. Se oggi ne parla così anche il nostro Ministro degli Esteri Tajani, significa che qualcosa è cambiato».
di Luca Capone, Gianrenzo Orbassano e Luca De Matteis – ph. Loredana Desiato
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