
2500 anni e non dimostrarli. 2500 anni fatti di contaminazione ed identità: concetti che sembrano agli antipodi e che, per certi versi, sembrerebbe quasi impossibile coniugare. Ma Napoli ci è riuscita. Questa Napoli che spegne 2500 candeline è riuscita nei secoli a fare propria ogni dominazione. Una Napoli da 2500 anni – ed anche di più – che non copia, ma carpisce ed interiorizza.
«Napoli è in forma smagliante, se li porta benissimo questi 2500 anni: gliene darei al massimo 1200/1400», inizia così l’osservazione di Amedeo Colella, divulgatore e scrittore napoletano, su questa celebrazione ai microfoni di Magazine Informare. Una voce che ha sempre raccontato Napoli, scrutandone i dettagli, analizzandone la storia e narrandone l’animo. «Il 20 dicembre del 475 a.C. venne fondata Neapolis: chiaramente si tratta di una data convenzionale ed in realtà la città di Partenope nasce tre, quattro secoli prima». Ma Napoli, nel segno della sua caratterizzazione, è una città che adora festeggiare, trovando modi per celebrare traguardi e condividendo momenti di gioia. E che siano 2500 o molti di più, il fattore caratteristico è quanto Napoli abbia fatto sopravvivere il proprio tratto identitario nei secoli, sapendosi arricchire senza mai snaturarsi.
«Napoli è una città che si è sempre lasciata contaminare in termini di arte, cultura, lingua, gastronomia. Ad esempio, i greci friggevano gli struggulos, palline di acqua e frumento condite con il miele, gli antesignani degli struffoli, un dolce antichissimo che ancora sopravvive nella città di Napoli. Questo per sottolineare che tutte queste stratificazioni restano vive nel capoluogo campano».
Contaminazione, arricchimento e volontà di tutelare il proprio patrimonio, che emergono distintamente anche nella lingua napoletana. «Io dico sempre che il napoletano è una lingua solenne, perché si compone di parole greche e latine. Ad esempio, ‘nzallanuto deriva da inselenito, da Selene, la dea della luna, crisommola e purtuallo, dal greco chrysoun melon e portokalòs, pertuso, cerasa, cerasiello dal latino. Ed anche il turpiloquio napoletano ha delle radici etimologiche straordinarie».
Napoli è una città d’accoglienza. «È la città di Giuseppe Moscati, medico santo che curava tutti senza chiedere compensi ed è anche la città del caffè sospeso, simbolo di condivisione, perché il caffè sorseggiato con altre persone ha tutto un altro sapore».
Ed allora, Napoli, per i tuoi 2500 anni, beviamo un caffè, tutti insieme, come piace a te! Alla tua.

Il teatro a Napoli si vive e si respira quotidianamente. Insita nell’identità napoletana c’è, infatti, quella teatralità che rende ogni giorno i quartieri della città uno spettacolo. «L’ispirazione vera io la prendo dalla vita, è la parte della commedia più divertente che abbia mai visto»: è così che Maurizio Casagrande, noto attore della Napoli contemporanea, sintetizza questo concetto ai microfoni di Informare.
Nella nostra chiacchierata siamo partiti dal capire quali siano state le sue principali ispirazioni. «Io sono tendente alla commedia con contenuto e senso, non mi piace la farsa fine a sé stessa. Sono quindi più vicino ad un autore come Eduardo De Filippo e mi piace molto anche Viviani: amo il teatro popolare fatto di musica e poesia». Un viaggio indietro nel tempo alla scoperta del teatro napoletano e della passione che lo ha portato ad intraprendere questa strada. «Il mio primo maestro è stato mio padre, Antonio Casagrande, che aveva una scuola di recitazione al Teatro Cilea. Inizialmente insegnavo nella scuola in qualità di musicista: mio padre sapeva che un attore senza formazione musicale è monco. Successivamente ho frequentato quella stessa scuola da allievo, acquisendo da mio padre una delle cose che più amo di me: un senso discreto del limite e dell’eleganza che, pur essendo napoletano e un po’ eccessivo, non mi rende volgare». Parte della carriera di Maurizio Casagrande è ovviamente legata al periodo degli spettacoli firmati da Vincenzo Salemme: «Gran parte di quel che faccio è venuto dalla stagione teatrale che ho avuto con Salemme, Buccirosso, Paone… È stato il momento più importante della mia carriera. Lavorare con Vincenzo mi ha insegnato soprattutto il concetto di sinergia: io e lui abbiamo duettato al fioretto in maniera eccellente, senza mai camminarci addosso».
Al teatro di Casagrande ha fatto da sfondo la sua città. «Non trovo che Napoli sia in uno dei migliori momenti della sua stagione. Si sta rappresentando una Napoli, a mio avviso, troppo volgare. L’eccesso di chiasso non mi piace: ci ghettizza. Napoli ha delle caratteristiche assolutamente uniche: già il fatto che possiamo saltare in aria da un momento all’altro ci dà quel senso di “cogli l’attimo”. Però poi allo stesso tempo siamo indisciplinati. Adesso si sta rappresentando una Napoli ignorante, che racconta il peggio di sé. Manca la narrazione della bellezza incontaminata». Nonostante ciò, però, a soffiare queste candeline, secondo Casagrande, ci arriva una Napoli bella, giovane ed in piena salute. «Ma, mi raccomando Napoli, smettila di darti a chiunque come se non valessi niente».

In nome della sua identità, Napoli è anche passione. Una passione che, come un cuore che batte all’unisono, lega ogni napoletano alla propria terra. A quel Vesuvio che si erge a custode, al magma che ribolle nelle sue viscere e, di contro, all’azzurro del mare che dissipa i pensieri. Napoli è carnale, è sanguigna: aspetti che più che mai si esprimono nella sua declinazione calcistica. Una fede prossima ai 100 anni che coniuga in sé più aspetti della definizione della città e dei suoi cittadini. A Napoli ‘o pallon è ‘na cosa seria.
«Solo Napoli ti può dare tutto questo». È un viaggio nei ricordi quello fatto con Beppe Bruscolotti, ex capitano del Napoli, attraverso i microfoni di Magazine Informare. «Quando abbiamo vinto il primo scudetto non c’era un punto della città dove non ci fosse gente per strada: era un qualcosa di entusiasmante e commovente». Napoli, quel 10 maggio del 1987, realizzò un sogno. «Il momento più bello è stato allo stadio insieme ai tifosi: la festa è iniziata lì e poi è proseguita per le strade. La settimana dello scudetto non si capiva nulla, Napoli era piena di bandiere».
Un traguardo che nei festeggiamenti si rivela espressione della passione napoletana. «Quando giocavamo noi c’erano allo stadio dalle 70mila alle 100mila persone. L’affetto che le persone ancora oggi hanno nei miei confronti è un qualcosa che mi emoziona nel profondo». Una squadra nel cuore dei tifosi azzurri: con il suo capitano, Pal e Fierr, con i titoli raggiunti e con il giocatore più forte del mondo ad incantare. «È bello vedere come il nostro Napoli sia stato tramandato alle nuove generazioni: a volte faccio incontri nei club e mi imbatto in ragazzi che ricordano più dettagli di me».
Una passione che viene custodita e tramandata, nonostante i tempi ed il calcio stesso siano cambiati. «Il modo in cui De Laurentiis sta guidando questa società è da insegnamento. Il fatto che il Napoli sia da tanti anni in uno scenario internazionale è un fattore di crescita anche per la città. Il calcio è stato capace di smuovere tutto il mondo: è arrivata gente da ogni dove per festeggiare lo scudetto e vivere quella gioia insieme a noi. Napoli è attrattiva, nessuno può raggiungere la bellezza, la cordialità e la felicità che trasmettono questa città e la sua gente».
E quando a Napoli si parla di calcio, e lo si fa soprattutto con Beppe Bruscolotti, il pensiero associativo con Diego Armando Maradona sorge spontaneo. Un calciatore che ha saputo ergersi oltre i confini del campo da gioco, trovando l’eternità. Eternità, appunto, come ricorda Beppe Bruscolotti. «Diego per me è sempre presente, in mezzo a noi, la fede mi insegna questo: lui è sicuramente qui».

«Napoli è una città che allena alla complessità ed ispira alla creatività». Difficile trovare parole migliori di quelle adoperate dal prof. Bruno Siciliano, professore ordinario di robotica presso l’Università Federico II, in un TEDx Talk nel 2016, per definire la città di Napoli. Una città che attraverso tutte le sue sfide non perde mai i colori che la caratterizzano e che la rendono scenario d’ispirazione costante. «Io mi occupo di realizzare robot ad immagine e somiglianza dell’essere umano e l’universo antropologico che esiste a Napoli è sempre stato per me fonte di massima ispirazione», spiega il prof. Siciliano, eccellenza nel settore riconosciuta a livello internazionale, ai microfoni di Magazine Informare. «Non avrei avuto le stesse intuizioni di ricerca se fossi nato e cresciuto in un altro posto: alcune idee prendono forma da una genialità insita nei napoletani».
Una Napoli che guarda al futuro grazie alle opportunità che può fornire ai suoi giovani ricercatori. «Napoli oggi in termini di opportunità nello scenario scientifico offre qualcosa in più rispetto a quando ho iniziato io ed è riconosciuta anche all’estero. Con me lavorano 45 giovani, di cui 10 sono professori associati e ricercatori: tra di loro ci sono anche tanti stranieri che vengono da ogni continente. Ultimamente ho ricevuto 6 domande dagli Stati Uniti, di cui due da cittadini americani, un canadese e tre europei». Un segnale tangibile del peso specifico che Napoli sta acquisendo sullo scenario internazionale anche in questi settori.
«Il fatto che da tutto il mondo vogliano venire qui è dimostrazione di come i giovani napoletani possano finalmente sentire l’orgoglio di crescere professionalmente qui e fare qualcosa per Napoli». Bruno Siciliano è anche l’autore di Handbook of Robotics, il manuale di robotica adoperato nella maggior parte delle università mondiali. «La cosa più importante e di cui sono più orgoglioso è che lo studente americano, cinese o australiano legga sul proprio libro di studi “Università di Napoli Federico II”, non tanto il nome di Bruno Siciliano: è quella la vera legacy».
Una Napoli che, nella naturale ispirazione che fornisce, favorisce spunti di ricerca su più fronti, allenando al complesso, ma anche all’attenzione e alla creatività. Una Napoli che guarda, però, alle opportunità per i giovani, sapendo di essere cresciuta, ma anche di poterlo fare ancora. La Napoli del futuro scientifico attira e non allontana, dando modo ai giovani napoletani di poter fare ricerca qui con credibilità e spazi.

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