
Giovani che vengono da lontano sono anche quelli tornati da Lisbona, dove dal 1 al 6 agosto oltre un milione e mezzo di ragazzi hanno partecipato alla Giornata Mondiale della Gioventù 2023 (GMG). Un pellegrinaggio che ogni quattro anni riunisce milioni di giovanissimi fedeli cattolici vogliosi di contagiarsi a vicenda di messaggi di pace, amore e comunione.
In quei giorni le strade della capitale portoghese erano invase dalla gioventù che non trova spazio nelle cronache nazionali, perché è quella del sacrificio per raggiungere vette altissime. È come ci spiega Gina Palumbo, giovanissima scout del gruppo Vitulano 1: «Abbiamo dovuto fare autofinanziamento da gennaio per affrontare una parte delle spese. Non era semplice, ma abbiamo raggiunto il risultato e siamo stati fieri del lavoro che abbiamo fatto».
Per alcuni ragazzi la GMG rappresenta un piccolo sogno di condivisione, come ci spiega bene Walter Olivieri del gruppo scout Benevento 2: «È stata una delle esperienze più belle della mia vita. L’aria che si respirava era diversa, c’era un senso di comunione e fratellanza che di solito non senti nella quotidianità, in cui ognuno pensa a sé. Infatti, appena tornato a casa ti accorgi che quella magia svanisce. Dovremmo imparare a portare il clima della GMG nel nostro cuore: è quello che proverò a fare anche io. Nella vita di tutti i giorni io mi sento da solo, ma a Lisbona ero parte di una famiglia più grande». Le parole di Walter sottolineano un senso di solitudine che è comune in molti giovani, stretti nella morsa dell’indifferenza che sembra regnare nei rapporti tra le persone. Ma anche quando ci sono ideali e voglia di partecipare, capita che i luoghi di aggregazione scarseggino di gioventù, un problema che la Chiesa di oggi sente forte. «Ti rendi conto che non sei solo – afferma Lorenzo Russo della Pastorale Giovanile – alcune comunità, come la mia di Benevento, spesso ti portano a pensare che sei solo come giovani a credere e praticare gli ideali cattolici, la GMG mi ha ricordato che non è così. Vedi un milione di ragazzi che gioiscono e vivono insieme, così finalmente ti accorgi che come te ci sono tantissimi altri giovani da tutto il mondo».

Per Lorenzo, però, lo scarso avvicinamento dei giovani non è solo colpa della gestione della dottrina cattolica: «La Chiesa ha le sue responsabilità, ma spesso sono anche i giovani a non avere voglia. Non si vuole andare a messa né partecipare a qualsiasi iniziativa, io dico che la Chiesa può mandare tutti i messaggi che vuole, ma a riceverli devono esserci persone pronte a mettersi in gioco». A prendere parte alla GMG non ci sono solo studenti e lavoratori, ma anche giovani sacerdoti animati da ideali di coraggio. È il caso di Don Antonio Malfi che, zaino in spalla, è partito insieme a tutte le diocesi campane per vivere la GMG. «L’esperienza della GMG restituisce ai ragazzi il volto della Chiesa giovane – afferma Don Malfi – con questa iniziativa si riscopre l’ecclesialità, ovvero il senso di una Chiesa unita che sappia unire le tante isole in cui ognuno di noi si rifugia. La GMG ci aiuta a capire che non siamo soli e che in tantissime parti del mondo la Chiesa è chiamata a trasmettere il suo volto giovane, fatto da chi vuole riappropriarsi del proprio spazio perché consapevole che è possibile farlo. La frase iconica di Papa Francesco sintetizza un po’ tutto questo, quando si rivolge ai giovani dice: “Abbiate il coraggio di brillare. Abbiate il coraggio di vivere gesti d’amore che permettano alla vostra vita di brillare”».
Messaggi di un potere straordinario, ma che possono diventare anacronistici se fatti scontrare con una liturgia ancora troppo ancorata all’osservazione minuziosa dei rituali sacri. Quando si viaggia nel continente africano ti accorgi che le messe sono un’esperienza popolare, capace di coinvolgere giovani e adulti attraverso momenti di ilarità o di unione, come una preghiera cantata e suonata su ritmi ballerini. Quelle persone credono di meno o male? Lo abbiamo chiesto a Don Malfi. «Non ci appropriamo più della liturgia, cosa che invece un popolo nuovo nella cristianità (le popolazioni africane ndr) riesce a fare. Le celebrazioni diventano un peso per i Ministri e le persone che partecipano se si assiste ad un rito teatrale; così non ci si salva. La peculiarità della liturgia è ricordarci che siamo comunità e che da soli non bastiamo a noi stessi, questi concetti vanno fatti vivere nella celebrazione».
Un interrogativo ampio che lasciamo ad una Chiesa che dovrebbe partire proprio dalla GMG per mettere in atto un rinnovamento tanto atteso. D’altronde l’organizzazione del pellegrinaggio di Lisbona è stato visionario ed è riuscito a instaurare una prossimità con i giovani, un dato restituito nella sua totalità dalla strutturazione della Via Crucis di Cristo. Come ci racconta Clea Rossi, membro dell’equipe giovanile: «Ogni stazione della Via Crucis simboleggiava un problema che vivono i giovani nella nostra società. C’era il tema della difficoltà di vivere la vita, in famiglia o nel percorso universitario. Gli argomenti erano tantissimi e ognuno di noi si è rispecchiato in quelle debolezze. Io mi sono rispecchiata molto nelle difficoltà derivanti dalla pressione per concludere il percorso accademico; non ti senti all’altezza e pensi di vivere una corsa costante, per poi trovarsi cosa? La cosa più bella è stata vedere tantissimi giovani ritrovarsi in quelle debolezze e darsi sostegno a vicenda».
È proprio questo senso di unione che spesso non viene riconosciuto ai giovani, colpevoli di essere tutti connessi ma distanti allo stesso tempo. A queste critiche degli adulti si aggiungono i tanti ragazzi che, sentendosi soli, non arretrano nell’infangare la generazione che rappresentano, ribadendo gli ideali fasulli che ogni giorno provano a venderci. Anche in questo caso, come dice il buon vecchio Vasco, c’è chi dice no. A farlo è sempre Walter, che alla domanda sulla riflessione che fa sulla sua generazione ti guarda contento e risponde sicuro: «Io adoro la mia generazione: è la più bella che ci sia mai stata. Possiamo andare lontano grazie alla conoscenza e gli strumenti che abbiamo. L’esperienza del GMG mi ha fatto capire che avevo ragione, vedevi persone da tutto il mondo che ti fermavano per un abbraccio, una parola di conforto o semplicemente per scambiare quattro chiacchiere. Ti accorgi che ci sono tantissimi giovani pieni di vita che vogliono fare tanto per cambiare il mondo». Clea, Gina, Walter, Lorenzo e Antonio non sono la salvezza della nuova generazione né dei martiri in pasto alla società, sono solo cinque giovani che vengono da lontano e che hanno il coraggio di brillare.
di Antonio Casaccio e Luisa Del Prete
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