
Se è vero, e pare che lo sia, che “i frutti si riconoscono dall’albero” – lo diceva un tal Gesù di Nazaret – la scuola italiana, a guardare i risultati, ha miseramente fallito il suo scopo. L’infausta diagnosi è suffragata dai dati dell’OCSE, l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico, che solo qualche mese fa, nel dicembre del 2024, ha rilevato che, nel Bel Paese, oltre un terzo degli adulti tra i 16 e i 65 anni, è in condizione di analfabetismo funzionale e quasi la metà ha grosse difficoltà di problem solving facendo piazzare il nostro Paese all’ultimo posto tra le grandi nazioni industrializzate: peggio di noi fanno solo Cile e Turchia.
Ma chi è un analfabeta funzionale? È un cittadino che, benché sappia leggere e scrivere, ha grosse difficoltà – a volte addirittura insormontabili – a comprendere, assimilare o utilizzare le informazioni che legge. La situazione è particolarmente drammatica nel meridione della penisola perché, se i residenti nel Nord e nel Centro riescono spesso a raggiungere punteggi di competenza pari o vicini a quelli della media Ocse, i cittadini del Sud presentano valori sempre significativamente inferiori alla media.

Ma quali sono le cause di questa debacle? Sono tante. Nella scuola italiana, ad esempio, si investe poco. La nostra spesa pubblica per l’istruzione è pari al 4% del PIL, a fronte di una media europea del 5%. Spesso i dirigenti scolastici sono costretti a ricorrere a donazioni di privati o alla richiesta di contributo alle famiglie degli studenti per sopperire agli esigui pagamenti, spesso in ritardo, dell’amministrazione centrale, e addirittura a ricorrere agli anticipi di cassa – quando il conto corrente lo consente – per saldare i debiti con i fornitori ed evitare il blocco delle attività.
C’è un altro grande problema e sono gli edifici scolastici: quelli inadeguati sono l’80% del totale e sei strutture su dieci sono prive di agibilità. Il Ministro dell’istruzione e del Merito Giuseppe Valditara ha dichiarato, all’inizio del 2023, che l’edilizia scolastica è un’emergenza nazionale. La metà del totale delle scuole ha almeno 50 anni e non rispetta i criteri antisismici. Nelle aule delle scuole italiane, che sono circa 1,4 milioni, passano molte ore almeno 7,3 milioni di studenti con una media di 27 per ogni aula, con inevitabili disagi e l’impossibilità di svolgere comodamente le lezioni. Nell’area OCSE nelle classi troviamo 20 alunni.

Ma se il cuore di ogni scuola sono gli studenti, il motore è rappresentato dai docenti. E qui i problemi non si contano. La scuola italiana è sotto organico e spesso affidata a professori precari che cambiano sede scolastica di anno in anno, anche per molti anni, disorientando i ragazzi e rendendo totalmente inefficace l’azione educativa. Se in Europa i precari sono il 10% del totale, in Italia la percentuale raddoppia. Nell’anno scolastico appena concluso sono stati 250 mila, spesso impegnati su più sedi scolastiche per completare l’orario di servizio.
Ci sono precari storici che lo Stato continua ad assumere in barba alla stringente normativa europea che vieta la reiterazione dei contratti a termine oltre i 36 mesi (Chi scrive, ad esempio, ha lavorato come docente precario nella scuola pubblica per ben 290 mesi). Ed è prassi consueta iniziare l’anno scolastico con cattedre vuote ed orario scolastico ridotto, cattedre che, nel migliore dei casi, saranno coperte nel mese di dicembre, quando termina la “lotteria” delle utilizzazioni, assegnazioni provvisorie, trasferimenti, completamento orario esterno, completamento orario interno, organico di diritto, organico di fatto, graduatorie di merito, graduatorie ad esaurimento, graduatorie provinciali di supplenza: una giungla che mette a dura prova la stabilità mentale di ogni uomo sano. I docenti italiani sono vecchi, con il 53% che ha più di 50 anni a fronte di una media europea del 37%.
Dei docenti stabili solo il 2,99% ha meno di 35 anni e di questi solo la metà ha svolto una formazione completa dopo l’abilitazione. Nelle scuole d’Europa la percentuale sale al 75%. Il processo selettivo dei docenti cambia continuamente e capita che chi pianifica il suo percorso universitario per diventare professore, è quasi sempre costretto a rivederlo in corso d’opera tra PAS, TFA, corsi abilitanti, CFU, concorsi straordinari, riservati, doppio canale, concorsi PNRR. Accanto alla miriade di difficoltà dei docenti, che si ripercuotono inevitabilmente sulla qualità della scuola abbassandone il livello, gli stipendi dei professori italiani, in rapporto al costo della vita, sono i più bassi d’Europa.
Se a Berlino un docente guadagna 50 mila euro ogni anno, a Roma a stento si arriva a 30mila. E non è un caso che l’83% del corpo docente sia rappresentato da donne che spesso “usano” la scuola per integrare il reddito familiare. Che la scuola italiana faccia acqua da tutte le parti lo sanno anche i politici che, nell’ultimo ventennio, hanno tentato ripetutamente e senza esito la riforma del sistema di istruzione, a volte peggiorandolo. Ci hanno provato Berlinguer, Moratti, Fioroni, Gelmini, Profumo, Carrozza, Giannini, Fedeli, Bussetti, Fioramonti, Azzolina, e Bianchi. Ora la patata bollente è nelle mani di Valditara. Riuscirà il nostro eroe, se non a migliorarla, almeno a non fare danni? Staremo a vedere.
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