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COPERTINA - Se questo è un capitano: centinaia di migranti processati come scafisti mentre i veri trafficanti la fanno franca

Marianna Donadio
Marianna DonadioRedazione Informare
3 aprile 202412 min di lettura

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COPERTINA - Se questo è un capitano: centinaia di migranti processati come scafisti mentre i veri trafficanti la fanno franca

Indice (7)

  • 1IL PUNTO ZERO DEL VIAGGIO. DA COSA SCAPPANO I MIGRANTI? 
  • 2LA LIBIA: FOTOGRAFIA DI UN LAGER 
  • 3LA TRATTATIVA  
  • 4IL MARE 
  • 5LO SBARCO E L’ARRESTO. LA NORMATIVA ITALIANA 
  • 6PROCESSI INIQUI 
  • 7LA PAROLA AL PROCURATORE BORRELLI 

Nell’ultimo anno, nel quasi totale silenzio mediatico, il governo Meloni ha applicato ulteriori strette, con un significativo aumento delle pene, alla legislazione penale sul favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Questa politica, portata avanti da decenni da tutti i governi che si sono succeduti, ha prodotto una legislazione incredibilmente astratta a riguardo, dando un bel da fare ai tribunali italiani nell’affrontare i processi a tutti quei presunti scafisti che affollano le carceri italiane. Questi processi sommari negano l’evidente e necessaria distinzione tra le organizzazioni criminali che gestiscono la tratta, che operano ormai quasi esclusivamente nei Paesi d’origine, e i migranti che si ritrovano per necessità di sopravvivenza ad assumere la guida delle imbarcazioni. Sono troppi i “capitani” processati con il rischio di condanne ad oltre 10 anni di carcere per il semplice motivo di aver venduto cara la pelle, e questo lo sa bene chiunque abbia una anche minima formazione in ambito di migrazioni.  

Dietro questo paradosso, infatti, non c’è una lettura inesatta del fenomeno ma una precisa volontà politica, derivante dalla concezione italiana del “controllo delle frontiere“. Ma cosa c’è dietro queste frontiere? Con questo speciale ci proponiamo di fare luce sul processo delle migrazioni e sugli eventi che portano i migranti a diventare “scafisti di necessità“, tenendo conto che ogni individuo custodisce una storia diversa e spesso difficilmente accessibile. Noi di storie ne abbiamo ascoltate tante, emerse all’interno dei processi ai capitani svoltisi al Tribunale di Napoli. Ognuna, nella propria peculiarità, condivide con le altre un tratto distintivo: la violenza subita. Una violenza che inizia ben prima dei lager libici e che non trova fine con il tanto agognato sbarco in Italia. 

IL PUNTO ZERO DEL VIAGGIO. DA COSA SCAPPANO I MIGRANTI? 

Secondo i dati del Parlamento Europeo tra le principali cause delle migrazioni si annoverano la guerra o la minaccia di un conflitto, la ricerca di condizioni lavorative migliori, i disastri naturali derivanti dai cambiamenti climatici e le persecuzioni etniche, religiose, razziali, politiche e culturali. Il viaggio inizia così, spesso nell’assenza di qualsiasi alternativa e con la speranza di trovare condizioni di vita migliori. Una speranza che verrà tradita fin dalle primissime tappe di questa odissea. I viaggiatori che riescono a raggiungere la Libia, dove difficilmente scamperanno ai lager, sono già dei sopravvissuti. Molti raccontano di aver attraversato il deserto stipati in mezzi di fortuna e di aver percorso lunghi tratti a piedi. Tra questi c’è Fatimata, che ha intrapreso il viaggio con il marito e i due figli dalla Costa d’Avorio. Da lì attraversa il Mali ed arriva in Algeria dove, durante le trattative per la traversata, il marito viene assassinato e lei violentata. Per scappare sarà costretta a passare a piedi il confine con la Libia.  

LA LIBIA: FOTOGRAFIA DI UN LAGER 

Ebou condivide una storia simile, con la differenza di genere che, se può tutelarlo per quanto riguarda le violenze sessuali, certamente non lo tutela dall’abuso, dalla tortura e dal costante pericolo di morte. Prima di riuscire a partire è stato bloccato in Libia per due anni, entrando ed uscendo per quattro volte dai campi di prigionia. La sua detenzione più lunga dura nove mesi, dopo i quali riesce ad evadere. Racconta di aver lavorato per degli arabi nei periodi di libertà. Nella sua deposizione al Tribunale di Napoli denuncia il sistema di cui cadono vittima gli uomini che come lui cercano di guadagnarsi in Libia i soldi per partire. Quando a fine mese arriva lo stipendio i datori di lavoro arabi avvertono quelli che i migranti chiamano “Asma boys”: la mafia libica. La prassi vuole che i lavoratori africani vengano aggrediti e derubati dei propri soldi. Se ti ribelli, muori. È questa la sorte che è toccata all’amico e collega di Ebou. Un colpo in testa mentre scappava per difendere il suo stipendio, la sua speranza di salvezza. Ebou ha lasciato che lo derubassero. Una parte dei suoi soldi, quella che gli servirà per partire, l’ha nascosta sotto terra, dove non potevano trovarla. Così, paga i soldi ai libici in cambio della possibilità di partire. 

LA TRATTATIVA  

Come funzione questa transazione? Alle domande del Pubblico Ministero, che cerca di capire i termini dell’accordo, Ebou risponde con parole molto chiare. «In cambio dei soldi gli arabi dicono che ti metteranno sull’acqua. Per loro noi neri siamo scimmie, non siamo umani. Possiamo morire in qualsiasi momento durante il viaggio. Se non fai esattamente quello che ti dicono, ti uccidono». 

Dopo il pagamento i migranti aspettano la partenza, si nascondono sulla spiaggia di Zuara, in attesa di un segnale dei libici. Quando questo arriva, vengono caricati sui gommoni da uomini armati. Da quel momento in poi a dividere i migranti dalle nostre coste è solo il mare, e una scommessa con Dio.  

IL MARE 

Ebou racconta che i libici hanno guidato per cinque ore. Il gommone su cui viaggiavano era scortato da un’imbarcazione di riserva. Alla domanda sul perché non abbiano chiesto spiegazioni sul secondo barchino, Ebou sembra stupito: «Se fai una domanda agli arabi, ti ammazzano» ripete. Dopo le prime cinque ore i libici hanno abbandonato il natante e sono tornati indietro. Passano altre ore di paura, di tentativi da parte di tutti i passeggeri di far ripartire il motore e di direzionare il gommone, qualcuno cerca di controllare la disperazione e si fa avanti per provare, sembra riuscirci e la gente lo acclama. In Italia questo qualcuno è in carcere da un anno, e rischia di rimanerci per altri dodici.   

Dopo altre ore di navigazione il gommone viene individuato e soccorso dalla nave dell’organizzazione non governativa Sea-Eye. Ad incriminare quello che oggi è l’imputato di un processo per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina è un video di lui alla guida, girato proprio da Ebou.  

«Volevo che una volta arrivato in Italia si sapesse quello che aveva fatto, che aveva salvato la vita di molte persone. Avrei preferito affogarmi che tornare in Libia – afferma – Quest’uomo ha salvato la mia vita, lo giuro su Dio».  

LO SBARCO E L’ARRESTO. LA NORMATIVA ITALIANA 

La realtà è ben diversa. Quello che aspetta il ragazzo una volta sbarcato in Italia è il carcere, come previsto dall’articolo 12 del Testo Unico sull’Immigrazione. Il testo di legge punisce infatti chiunque “promuove, dirige, organizza, finanzia o effettua il trasporto di stranieri nel territorio dello Stato”. 

L’avvocata Stella Arena, esperta nella difesa dei diritti dei migranti e attivista di Mediterranea ci spiega. «Sto seguendo ormai da tempo il fenomeno delle migrazioni e sono sempre più convinta che i flussi migratori non possono essere controllati con il diritto penale. È necessario affrontare il fenomeno con un approccio multidisciplinare che parta dall’aspetto sociale e economico. Le norme penali previste e utilizzate nel nostro ordinamento sono costruite indubbiamente non per la tutela dei migranti, finalità che infatti non raggiungono, ma per tutelare i confini e la sovranità degli Stati. Osservando strettamente la norma di cui all’art 12 TUI, da un lato appare evidente l’aumento esponenziale negli anni delle pene connesse alla fattispecie, dall’altro mi sono convinta che questo reato, pensato per colpire molte condotte, perde un carattere essenziale: quello della legalità, secondo cui ‘nessuno può essere punito se non per un fatto che sia stato tassativamente ed espressamente previsto come reato’, la norma penale deve infatti individuare specificamente il comportamento vietato. Ma questo è un interrogativo che lancio ai professori di diritto, io continuerò a seguire le vicende dei singoli, che mi raccontano un vissuto di sofferenza e di traumi causati dalla violenza che le frontiere esercitano sulle persone in movimento». Stella Arena assieme ad un team legale composto dagli avvocati Armando Cervone e Tatiana Mondella e dalla consulente di lingua inglese e sostituta processuale Martina Stefanile, segue i processi citati in questo articolo. Il loro lavoro come difensori cerca di colmare quella distanza che a volte sembra incolmabile tra legge e giustizia.    

«La condotta del trasporto è punita dall’articolo 12 senza che sia necessario un dolo di profitto – ci spiega Martina Stefanile – Mentre nella concezione comune lo scafista è quello che lucra sulla disperazione della gente, nella norma di legge il lucro non è un elemento fondante del reato. Questa formulazione è pericolosa, perché criminalizza le condotte di solidarietà di colui che per salvare i migranti a bordo si pone alla guida dell’imbarcazione e soprattutto non tiene in considerazione che la fuga dalla Libia presuppone sempre uno stato di necessità. Questo perché la Libia è notoriamente un Paese dove continuamente vengono violati i diritti umani. Il mero fatto che una persona sia stata detenuta in un carcere libico e che poi si ponga alla condotta del vettore navale, dovrebbe fare ritenere sussistente lo stato di necessità, cioè il diritto a sopravvivere in un Paese che chiaramente non può essere la Libia». 

PROCESSI INIQUI 

Strettamente legato a questo tema è un altro dei numerosi interrogativi che sorgono assistendo a questi processi. Non è certo sconosciuta la prassi di torture che accompagna la detenzione in Libia. In molti ne portano i segni sul corpo. È questo il caso di uno dei processi attualmente in corso, che vede come imputati tre giovani ragazzi sudanesi. Secondo quanto stabilito dalla Corte Europea è obbligo dello Stato accertare le condizioni del detenuto, che se presentasse un grave problema di salute andrebbe dichiarato incompatibile con la custodia carceraria. Nel caso sopracitato, tuttavia, solo su sollecito dei difensori è stato possibile richiedere una perizia medica per accertare l’entità delle torture subite. Si può, dunque, considerare il modus operandi dei nostri tribunali compatibile con lo statuto democratico e con le leggi internazionali sui diritti dell’uomo, se deteniamo individui vittima di torture senza indagare sul loro trauma?  

Ma questa è solo una delle violazioni di diritti a cui vengono sottoposti i capitani processati. A partire dallo sbarco gli interrogatori sono spesso svolti in assenza di garanzie, senza offrire la possibilità di contattare un legale e in assenza di mediatori culturali. Quest’ultimo problema si ripropone anche nelle aule di tribunale, dove i mediatori sono difficili da reperire e gli interpreti sono spesso inadatti alle esigenze di imputati e testimoni. Non tenere conto della specificità dei dialetti e del limite di comprensibilità che riscontrano le lingue europee verso le corrispettive varianti africane significa sottoporsi al rischio di mettere agli atti un falso, in un processo con un rischio di pena altissimo.  

È evidente che il fenomeno dei processi ai capitani va analizzato sotto due aspetti. Il primo è l’assunto erroneo da cui partono, frutto di una legge che si può quantomeno dire formulata male. Il secondo riguarda i processi stessi e la detenzione, che non assicurano i diritti degli imputati, nè a livello di salute che di giustizia. Mentre la legge va rivista e modificata, dunque, i processi vanno resi equi con tutti gli strumenti che la giurisprudenza ci fornisce, per colmare la chiara mancanza di mezzi e di preparazione delle nostre procure.  

LA PAROLA AL PROCURATORE BORRELLI 

Su questo tema abbiamo intervistato il Procuratore di Salerno, Giuseppe Borrelli. Salerno, in quanto territorio di sbarchi, ha una lunga esperienza per quanto riguarda i processi ai migranti che, come ci conferma Borrelli, sono principalmente imputati per favoreggiamento e caporalato. 

«Ci sono due tematiche che si contrappongono. Da un lato la condotta che viene attribuita a questi particolari migranti è la stessa condotta che verrebbe attribuita a dei professionisti che si occupano del trasporto di queste persone, non differenzia in nulla. Dall’altro ci sono delle interessanti problematiche in tema di nozione di favoreggiamento, che in realtà escludono la sussistenza del reato quando l’intenzione di favorire riguardi oltre che altri anche sé stessi. Si tratta di interpretazioni che sono state elaborate in relazione al reato di favoreggiamento previsto dal codice penale, quindi si dovrà vedere quali saranno gli orientamenti che si andranno formando nella giurisprudenza. Certamente queste persone non sono quelle più indicate per dimostrare come è efficace una legge. Si tratta sostanzialmente di vittime che in alcune situazioni non si differenziano dalle altre che sono trasportate. Purtroppo la responsabilità penale va poi commisurata su quella che è la condotta tipica descritta dalla legislatura. 

I fenomeni migratori sono di portata così universale, così epocale, trovano il loro fondamento in situazioni di tale tragedia che non esiste una norma penale che può svolgere una funzione di adeguata deterrenza. Non è sicuramente sul piano sanzionatorio che si può sviluppare il contrasto e soprattutto non nei confronti di chi migra, cosa diversa sono le organizzazioni criminali che stanno dietro questi fenomeni migratori. Ma queste sono tradizionalmente esenti da ogni responsabilità, per il semplice fatto che svolgono le loro attività all’estero in Paesi che non forniscono un’assistenza giudiziaria. Non è che non si sa, che non si conoscono i nomi dei capi delle organizzazioni responsabili della tratta di esseri umani. Il punto è che non vi è la possibilità di interagire con gli Stati in cui operano per raccogliere prove processuali della loro responsabilità e soprattutto per adottare nei loro confronti i provvedimenti conseguenti sia in via cautelare che in via definitiva, cioè sia di decisione che di esecuzione giudiziaria. Il contrasto a questi soggetti è un contrasto che andrebbe fatto a livello politico, attraverso rapporti tra Stati».   

Il risultato di questa incapacità di svolgere processi transnazionali è la situazione con cui ci interfacciamo oggi: innocenti, vittime di abusi e torture, che passano da essere prigionieri dei trafficanti ad essere prigionieri del nostro Stato. Il loro unico crimine? Quello di essere sopravvissuti.  

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Marianna Donadio
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