
Si spera basti la splendida fotografia che questo mese fa da copertina al nostro Magazine per spiegare da una parte l’ineffabile arte di Mimmo Paladino, e dall’altra la maestria di chi per anni ne ha immortalato l’essenza. Il fotografo Pasquale Palmieri vanta un sodalizio pluridecennale con uno degli artisti contemporanei più influenti al mondo, oltre tra i principali esponenti della transavanguardia italiana. L’arte di Paladino è solo una delle tante ricerche fotografiche messe in campo da Palmieri, ecco perché abbiamo pensato di incontrarlo per farci spiegare su quali assi si muove il suo lavoro.
Da sempre Informare cerca di sviscerare tutte le eccellenze che il territorio campano ha da offrire, talvolta ricercando quelle più nascoste. È bene ricordare, però, che quando si parla di Mimmo Palladino non si parla di un’eccellenza nascosta. Si parla di un’artista presente nei principali musei internazionali, come il Metropolitan Museum of Art di New York. Si parla di un’artista che ha ricevuto numerosi premi e onorificenze per le proprie installazioni, opere, scenografie. Si parla di un’artista eclettico che ha all’attivo anche due pellicole cinematografiche. Quando si parla di Mimmo Palladino, si parla di un’altra categoria. E noi, dinanzi all’onore di poter scoprire la realtà degli artisti di un’altra categoria, non possiamo che essere grati.

Un piacere, dunque, essere andati in trasferta a Benevento, terra d’origine di Mimmo e Pasquale. Precisamente nell’Hortus Conclusus, un giardino ricco di opere che Mimmo ha donato alla città. Da qui nasce la nostra chiacchierata con Pasquale, e proprio dall’Hortus parte il racconto: «Trent’anni fa Mimmo fu invitato dalla città a donare un’opera, e lui creò questo spazio. Uno spazio che lo rappresenta molto, è simbolo della sua poetica, del suo approccio all’arte e alla bellezza. Ma rappresenta anche l’identità di questa città, essendo un luogo chiuso ma con una apertura verso il cielo. Proprio come questa città, che ha avuto sempre dei confini molto precisi. Dal XII secolo in poi Benevento è sempre stata un’isola, all’interno di altri poteri».
Cominciamo quindi ad addentrarci nel parco e a scoprire le prime opere che ci si pongono davanti, e subito Pasquale ci fa un tutorial su come vivere l’esperienza dell’Hortus: «La sensazione è come quella che si ha quando si entra in un luogo sacro. Sei in compagnia di altre persone, ma in realtà sei solo. Gli altri funzionano come rimando di sensazioni, ma non comunichi mai la parola con gli altri. La stessa cosa succede qui, quando vuoi comprendere il senso di questo spazio non puoi farlo confrontandoti con la parola, devi farlo in silenzio, altrimenti ti perdi qualcosa. Non puoi svelare un’opera spiegandola, altrimenti perdi tutte le sue potenzialità, tutta la sua forza».
Si percepisce dunque la mentalità con cui Pasquale vuole che si viva l’arte di Mimmo, come esperienza pura, non delegabile, relativa all’individuo. Per lui l’arte è un percorso, un viaggio dell’io che confluisce nel viaggio spirituale: «La prima azione che svolge questo luogo è lo svuotamento, da una serie di pregiudizi, da preconcetti. C’è bisogno di svuotare la mente e poi riempirla lentamente con tutto quello che il luogo ti suggerisce. Quando arrivi qui non hai più un’idea della bellezza predefinita, retorica. Te la costruisci entrando in relazione con il luogo». Difatti nella sua analisi è rinvenibile un forte richiamo alla spiritualità, che quasi cozza col suo essere non credente, ma che forse è sintomo della ricerca di una spiritualità diversa da quella convenzionale. E le successive risposte di Pasquale sembrano confermare questa teoria: «Credo molto nella potenza dell’arte, nella sua capacità di metterti in contatto con la tua dimensione più profonda. Se esiste un Dio è più facile trovarlo dentro di sé che in una dimensione svelata, in un testo. Le opere di Mimmo hanno appunto questa potenza: metterti in contatto con te stesso creando dei dubbi, degli scuotimenti. E questa forse è la cosa più vicina al soprannaturale che ci è possibile vivere».

Una volta concluso il tour di opere all’interno dell’Hortus Conclusus, l’attenzione si sposta proprio sull’inizio di questo storico sodalizio con l’artista beneventano, cominciato negli anni ’80, quando il nostro fotografo non era ancora tale, bensì uno studente di tutt’altro campo: «Conoscevo Paladino solo per sentito nominare. Frequentavo la facoltà di Architettura, e un mio docente col quale stavo studiando, vide delle foto che avevo fatto per l’esame e restò sorpreso dall’anomalia con cui avevo indagato alcuni paesaggi periferici, mi disse che queste foto voleva farle vedere ad un suo amico: Paladino appunto. Mimmo vide queste foto e chiese di conoscermi perché gli faceva piacere che qualcuno raccontasse il suo lavoro in fase di progettazione».
La riflessione sulle scelte di vita che sono susseguite a questo spartiacque viene poi di conseguenza, soprattutto riguardo la scelta di restare a Benevento, nonostante la portata internazionale del suo lavoro e le straordinarie potenzialità dei tanti suoi progetti fotografici: «Quella di restare a Benevento è una scelta. Le opportunità di vivere altrove ci sono state, però ho sempre sentito il bisogno di dare una mano. Non lo dico con buonismo, ho sempre pensato la città in cui cresci ti ha dato qualcosa. Credo di avere un carattere generato da questa città, con una dimensione un po’ introversa».
Infine, Pasquale ci mostra alcuni artbook raffiguranti molti dei suoi scatti, fornendoci l’assist per parlare di qualcosa che fino ad allora avevamo – colpevolmente – trascurato fin troppo, ovvero l’importanza e il significato che ha la fotografia nella sua vita. Quella che è la sua arte, che accompagna quella di Palladino ma che ha una propria autonomia, una propria essenza perfettamente a sé stante. Tant’è che Pasquale ci dimostra di avere un’idea ben precisa di quella che è l’arte della fotografia per lui: «Guai ad avere un’intenzione preordinata, se decidessi prima cosa raccontare farei il pittore. Invece la fotografia genera qualcosa nell’immediato, tutto sta nel saperla cogliere. Per me la fotografia è questo. Un atto di concepimento tra te e la realtà, la fotografia è il figlio generato da questo incontro. E tu non sai come verrà fuori tuo figlio, non puoi definirne il volto, i capelli. Quindi la bellezza della fotografia è questa, che sorprende in primis te stesso».

Vorremmo poter dire che qui si conclude la nostra chiacchierata con Pasquale Palmieri, ma in realtà, quando ci si avvicina ad artisti di questo calibro, è difficile racchiudere tutto ciò che si impara in un’ora di chiacchierata in sole due pagine. Ma direi che già solo questo antipasto è stato spiritualmente immersivo. Grazie Pasquale. Grazie Mimmo.
Ph. Pasquale Palmieri
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