
“Uomini, ominicchi e quaquaraquà”. La divisione di Leonardo Sciascia lascia tanti spazi all’interpretazione del lettore, che concentrato si affretta a porre le persone che conosce in questa o in quella categoria. Chi è ominicchio? Chi quaquaraquà? E perché chi è ominicchio non è quaquaraquà?
In tali interrogativi si nasconde la meraviglia della narrazione: la possibilità di riempire e svuotare le parole messe a nostra disposizione del letterato o dall’artista che sia. E così vogliamo buttarci anche noi d’Informare in questo esercizio, provando a capire, in linea col tema di copertina, chi poniamo nelle suddette categorie.
Ad esempio: per noi è un “ominicchio” chi è parte del sistema della corruzione, ma è un quaquaraquà chi si erge a paladino anticorruzione senza far nulla in concreto. Della prima categoria potrebbero far parte alcuni esponenti, ben ripartiti sia dalla destra che dalla sinistra. Il primo potrebbe essere l’ex manager Roberto Fantini, nominato in quota Pd all’Osservatorio sulla legalità degli appalti, che è stato arrestato con l’accusa di aver agevolato le cosche della ‘ndrangheta negli appalti per la manutenzione dell’autostrada Torino-Bardonecchia. L’operazione ha coinvolto anche Salvatore Gallo, storico esponente del PD che per l’accusa «favoriva amici e sostenitori privati nell’ottenere alcune concessioni e autorizzazioni della pubblica amministrazione in cambio di sostegno elettorale e voti».
Un “ominicchio” potrebbe essere l’ex presidente della Liguria, Giovanni Toti, finito agli arresti domiciliari a seguito dell’inchiesta scaturita nei suoi confronti per corruzione, e non solo. Nell’ultima intercettazione pubblicata da IlFattoQuotidiano si sente l’allora governatore parlare con Aldo Spinelli (imprenditore e suo presunto corruttore) in merito alla gara d’appalto per i lavori alla Diga di Genova. «La diga è fatta…è già in gara…Sappiamo già anche chi la fa – afferma Toti che prosegue – Secondo me vince Salini con Fincantieri e Fincosit». E così fu. Di quella gara s’interessò anche l’ANAC per alcune procedure poco chiare.
Una “quaquaraquà” potrebbe essere, invece, proprio la premier Giorgia Meloni. Proprio lei ha tuonato pochi mesi fa: «La lotta alla mafia è una priorità». Eppure nel frattempo il Ministro della Giustizia, Carlo Nordio, ha ribadito che le intercettazioni costano troppo e quindi le procure di tutt’Italia dovranno sottostare ad un tetto massimo di spesa. Si tratterebbe di un passo indietro clamoroso, anche perché si parla tanto di cybermafie per un motivo: l’espansione incalcolabile dei business mafiosi nel digitale. All’attacco del Ministro Nordio, è arrivata la pronta risposta di uno dei riferimenti odierni dell’antimafia, il procuratore di Napoli Nicola Gratteri: «Quando il ministro della Giustizia dice che si fanno troppe intercettazioni, che queste costano troppo e che bisogna tornare ai pedinamenti, io mi chiedo: ma com’è possibile? Se il mafioso non si muove dal suo divano e commette reati col suo telefonino, chi è che devo pedinare?».
L’attacco agli strumenti d’indagine utili al contrasto della criminalità organizzata, hanno portato persino Salvatore Borsellino, fratello di Giovanni, che ha replicato alle parole della premier Meloni con un attacco durissimo, di cui riportiamo solo un pezzo. «L’impegno del governo Meloni nella lotta alla mafia? C’è soltanto a parole, anzi le azioni sono esattamente contrarie a quelle che sono le parole – tuona Salvatore Borsellino – La Presidente del Consiglio Meloni dice di ispirarsi a Paolo Borsellino, ma la realtà è che stanno distruggendo tutta la legislazione che c’è stata per 30 anni e che ha dato alla magistratura tutte le armi indispensabili per combattere la criminalità organizzata. A parole magnificano le affermazioni di Paolo ma in realtà stanno attentando all’indipendenza della magistratura e stanno smantellando tutto quello che faceva parte del decreto Falcone, approvato dopo la sua morte».
Gli “ominicchi”, quindi, per noi sono coloro funzionali ad un sistema illecito. I quaquaraquà invece sono coloro che, pur non facendo parte del sistema, gridano di contrastarlo pur restando immobili. L’eredità lasciata dal sacrificio dei martiri di Stato Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, è spesso finita nella gestione di quaquaraquà, che sono stati artefici di una normativa antimafia robusta che però non ha nel concreto le strumentazioni per arrivare ad una mole maggiore di sentenze, soprattutto in ambito finanziario. Un esempio lampante è la scarsissima dotazione informatica in capo alle procure e alle forze di repressione nazionali, costrette ad inseguire e nel frattempo studiare i nuovi metodi mafiosi. I quaquaraquà della politica sono soliti parlare di una “nuova mafia” composta dai celebri “colletti bianchi”, eppure cos’ha fatto il legislatore per contrastare la mafia finanziaria? Poco e nulla. Tanti magistrati non conoscono i social, figuriamoci la preparazione in termini di criptovalute e di crittografia utilizzata da algoritmi che si stanno posizionando come le nuove basi di spaccio. Chi pensa che da ora a vent’anni le piazze di spaccio saranno come le vele di Scampia sbaglia di grosso, anzi, è già ben fuori la realtà. Nella provincia di Caserta e nel napoletano l’app di messaggistica di Telegram offre canali segreti in cui vengono vendute droghe leggere e pesanti, attraverso un sistema di prenotazione del prodotto in totale sicurezza, con la possibilità di scegliere luogo, orario e modalità della cessione. Davanti a nuove forme virtuali dei business mafiosi, la capacità di repressione dello Stato è praticamente nulla o, peggio, finalizzata unicamente ai fenomeni criminali di strada, che determinano introiti minori utilizzati dai clan per finanziare “la base”.
E gli “ominicchi” in questo caso chi sono? Uno potrebbe essere Gianfranco Miccichè, già senatore di Forza Italia, finito in un’indagine antidroga come cliente (secondo l’accusa .ndr) dello chef-spacciatore dei vip Mario Di Ferro. In ogni caso Miccichè in un’intervista ha voluto rassicurarci in attesa dello sviluppo delle indagini: «Ho fatto uso di cocaina in passato, ma ora non più». In passato è stato anche senatore.
Brutti tempi corrono per l’antimafia, strozzata da “ominicchi” e “quaquaraquà” che cadono nel paradosso del Gattopardo: «Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi».
Davanti a questo indegno via vai non restano che gli “uomini”, di certo la maggioranza della popolazione. Con i loro difetti provano a ripararsi dalle due perfide categorie nominate, ma sembra che ogni passo accorci sempre più la distanza dal vuoto. Non dev’essere così. Gli “uomini” nella categoria di Sciascia esistono solo come frutto di un’unione, perché da soli non possono dar vita al cambiamento. Se Falcone fosse stato ignorato dagli uomini, oggi non avremmo la Procura Nazionale Antimafia. E allora contiamoci, “uomini”, e continuiamo a far vivere gli ideali di chi ha sacrificato la sua esistenza per un’Italia più libera. Non per sé stessi, ma per tutti “gli uomini” a venire.
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