
“Vedi Napoli e poi muori”. È una delle frasi più celebri che nel corso dei secoli non ha mai smesso di essere in voga quando si mette piede nel capoluogo partenopeo. Si racconta che fu Wolfgang von Goethe, poeta tedesco, il primo a pronunciarla durante un viaggio nella città tra il 1786 e il 1788, rimanendo estasiato di fronte al Golfo e alla bellezza circostante. Per usarne un’altra più contemporanea (il lettore ci perdonerà se l’esempio non dovesse essere calzante al cento per cento), basta concentrarsi sulla comicità cinematografica napoletana recente, anche se in realtà il detto è antico: l’espressione “A Napoli piangi due volte” rappresenta ancor di più della prima le diverse anime che hanno attraversato il capoluogo sin dai suoi albori, insieme alle contraddizioni che ancora oggi lo caratterizzano. È così che Napoli si appresta a festeggiare il suo 2500esimo compleanno, che secondo la tradizione cade il 21 dicembre. In realtà, le celebrazioni vanno avanti dall’inizio dell’anno con un calendario fitto di eventi e iniziative culturali, e “Napoli 2500” è diventato in poco tempo lo slogan assoluto del 2025.
L’attesa e la trepidazione che si respirano nell’aria da queste parti offrono degli spunti di riflessione: perché i cittadini nutrono un sentimento e un attaccamento così forte nei confronti della città? Cosa significa essere napoletano? Beh, la risposta potrebbe essere diversa per ognuno di loro, ma con una base sicuramente comune: Napoli significa insieme tutto e niente. Qui è tutto amplificato: le vittorie e i periodi positivi vengono vissuti come veri e propri trionfi, da vantare con orgoglio davanti al resto della penisola; viceversa, le difficoltà e i problemi diventano presto delle pugnalate inflitte al cuore, ferite da cui non si guarisce mai del tutto. La Napoli città più visitata del Sud Italia con numeri recenti straordinari o quella campione d’Italia del calcio costituiscono degli esempi da un lato; la Napoli legata alla criminalità va in direzione opposta. Oggi è così, e molto probabilmente lo sarà anche in futuro. Tuttavia, si può essere abbastanza sicuri come la maggior parte dei partenopei sia disposta ad “abbracciare qualche croce”, purché questo consenta di gridare fuori dai confini che essere napoletano è cosa fuori dall’ordinario, che chi non è nato su questa terra non potrà mai comprendere fino in fondo.
Tornando alla storia di Napoli e al suo prossimo anniversario, tanti sono i miti e le tradizioni che verranno ripresi e raccontati nelle prossime settimane. Seppur la città stia per entrare in un periodo di celebrazione, sono emersi dubbi e punti di domanda circa l’esatto momento della sua fondazione, da cui sono scaturiti dibattiti e confronti. Una delle figure intervenuta a riguardo è stato Angelo Forgione, giornalista e scrittore, a cui abbiamo chiesto di esprimere un parere. «Se parliamo di “Napoli 2500” commettiamo un errore. Sarebbe meglio dire Neapolis, termine che si riferisce al centro storico, perché la città ha un’estensione che ingloba anche Pizzofalcone, dove i cumani diedero vita al primo nucleo abitato, Parthenope. Questo avvenne intorno al IX-VIII secolo a.C., quindi ben 300 anni prima di Neapolis» afferma Forgione. Inoltre, lo scrittore sottolinea che ci sarebbe un altro errore di fondo nel festeggiare l’anniversario quest’anno: «Renato Palmieri, intellettuale, scrisse un racconto sulla Neapolis cumana, manipolandolo. Lo fece capire anche nel titolo che si trattava di un’invenzione, di una storia romanzata. Ecco, anche se volessimo fare riferimento solo a Neapolis ed escludere la città vecchia, Palmieri ha legato la sua nascita al 472 a.C. e non al 475 a.C. Inoltre, sappiamo che la fondazione di Neapolis è successiva alla vittoria dei Siracusani sugli Etruschi del 474 a.C., quindi la data del 475 a.C. è totalmente fasulla». La posizione di Forgione ha suscitato molto interesse e attenzione nell’opinione pubblica, ma la linea seguita dalla città è rimasta la stessa: Napoli compie 2500 anni nel 2025.
Sulla questione Informare ha intercettato anche Maurizio De Giovanni, altro personaggio di spicco della cultura partenopea. «Napoli è una città talmente antica che discutere della data esatta del suo inizio somiglia a chiedere il momento preciso in cui un amore nasce: puoi trovare punti di riferimento, testimonianze, ma la verità è che Napoli viene da ancora prima della sua forma. Che siano tremila, duemilacinquecento o più anni, ciò che conta non è la cifra ma il senso di continuità. Napoli non è stata fondata: è emersa. Come una voce che c’era già, e che qualcuno ha finalmente ascoltato» dice ai nostri microfoni De Giovanni, che ha analizzato la Napoli del passato, le differenze con quella del presente e una possibile versione in ottica futuristica: «Io amo Napoli in ogni suo periodo storico, perché questa città non è mai uguale a sé stessa. Non rimpiango il passato, ma la Napoli di oggi è entusiasmante: viva, osservata, desiderata. Parigi, Roma, Vienna, Berlino, Londra sono città che nascono in un posto qualsiasi. Napoli nasce in un posto necessario. La prima nave fenicia che arriva e si trova di fronte a questo golfo decide necessariamente di attraccare e ci rimane. Così fanno i greci, i romani, i francesi, gli inglesi, gli spagnoli. È una città necessaria e la sua bellezza vince necessariamente. Il futuro di Napoli è necessariamente positivo perché la bellezza non è ignorabile a lungo termine. Ma questo dipende da noi: dalla capacità di proteggere chi ci abita, di non trasformare le case in souvenir, di fare in modo che chi nasce qui possa restarci, e non solo guardarla da lontano».
Le ultime parole dello scrittore napoletano sono utili per comprendere il periodo odierno che sta vivendo la città. Tra le diverse difficoltà che essa si trova ad affrontare ce n’è una che tocca direttamente i giovani: molti di loro la abbandonano per mancanza di opportunità o qualità di vita più bassa rispetto ad altri posti d’Italia e d’Europa. La sensazione di estasi durante giri e passeggiate nei posti più affascinanti di Napoli è sempre la stessa, probabilmente identica a quella che i cumani provarono quasi 3000 anni fa, ma ciò spesso non basta più. Una storia che, secondo Giuseppe Aragno, storico italiano del movimento operaio, sembra affondare le sue radici alla fine del Settecento: «La sconfitta della rivoluzione giacobina ci costò la decapitazione della classe dirigente. Da allora Napoli è rimasta una città a due velocità. Una marginalizzazione acuita poi dalle politiche post-unitarie: il Sud pagava più tasse del Nord e aveva meno servizi. Ciò fu dimostrato già da Nitti all’inizio del Novecento, un divario che ci accompagna ancora oggi».
Eccola, dunque, la Napoli del 2025, tanto splendente quanto caotica, frenetica, in cui però il divario citato dal prof. Aragno si sente eccome. Al momento, tuttavia, non è dato pensarci, perché tutti quanti, o quasi, accettano volentieri di abbracciare quelle croci di cui si parlato all’inizio. «Napoli è un polmone enorme di cultura ed è parte cospicua di quella italiana. Questo riguarda la musica, il teatro, il cinema, l’enogastronomia. Senza il Vesuvio, Napoli non sarebbe la stessa. Lo stesso vale per l’Italia: senza Napoli non sarebbe la stessa» ci ha detto Forgione. Tocca a noi però valorizzarla al massimo e capire il tesoro che ci troviamo tra le mani. Napoli è stata segnata da una miriade di culture, a partire da quella greca, passando per i romani e non dimenticando gli Svevi, gli Angioini, gli Spagnoli, i Borboni, tratti e resti che conserva ancora oggi. Un patrimonio inestimabile da custodire e raccontare. Tanti auguri Napoli.
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