
La scena politica dell’ultimo mese si è infiammata a seguito della decisione del Prefetto di Milano di fermare la registrazione dei figli delle coppie omogenitoriali.
A farsi strada tra i vari schieramenti politici non c’è però la cosa più importante: la tutela dei bambini. Bambini che da un giorno all’altro non vengono più riconosciuti come figli di un genitore che li veste, gli prepara da mangiare, li accompagna a scuola o al saggio di danza, gli dà la buonanotte.
Il labirinto della fallace burocrazia italiana sembra dunque farci arretrare irrimediabilmente dinanzi all’Europa progressista. In merito a politiche sociali non siamo tanto distanti dai paesi che condanniamo: in Italia l’adozione da parte di coppie omogenitoriali non è possibile, la maternità surrogata è illegale così come la fecondazione assistita se si è una coppia di donne.
Ma al centro di tutto questo non ci sono partiti politici o fondi statali dedicati alla sanità, ma coppie normalissime che vengono private di un diritto garantito invece agli eterosessuali.
Il sindaco di Napoli, Gaetano Manfredi, lo scorso 30 marzo ha ribadito la scelta del comune di continuare a registrare i figli delle coppie omogenitoriali, invitando lo Stato a «non alimentare discriminazioni».
Ma noi di Informare abbiamo voluto conoscere queste coppie che vivono sul territorio campano, farci raccontare la loro storia, la loro quotidianità, attraverso una piccola chiacchierata.
Sono una coppia originale Peppe e Giuseppe. Uno di Caivano, l’altro di Arzano, si sono conosciuti tramite Facebook ed entrambi avevano figli dai loro precedenti matrimoni.
«Questo ha rappresentato sicuramente un punto d’unione. Sapevamo di aver vissuto le stesse difficoltà e ci siamo sentiti subito molto affiatati. I nostri figli sono stati coinvolti solo dopo nella nostra relazione, anche perché le figlie di Peppe, Lidia a Francesca, erano già a conoscenza della sua omosessualità, mentre con Marco e Davide (figli di Giuseppe) abbiamo dovuto lavorarci».
(Peppe) «Già da ragazzino sapevo di esserlo, ma i tempi erano diversi: essere un ragazzo gay in una città in periferia di Napoli negli anni ‘90 non è proprio il massimo. Avevo avuto un primo amore che però mi è stato portato via prematuramente, vittima di un incidente stradale. L’ho interpretato come un segno, forse era giusto che io rinnegassi quella parte di me. Così conosco la mia ex moglie, ci sposiamo e abbiamo due bambine. Speravo che l’aver costruito un’altra vita mi rendesse davvero una persona diversa, una persona che però non ero io. Ed infatti la verità è poi venuta a galla, in primis per me stesso. Durante un incontro estivo riscopro quel lato della mia personalità che avevo voluto cancellare, così ho iniziato un percorso con una psicologa e fatto coming out con la mia ex moglie» .

«Male, non l’ha accettato in un primo momento e addirittura voleva mantenessi il segreto. Ho deciso di prendermi però le mie responsabilità per salvaguardare la libertà di entrambi. Questo per ha comportato grandi ripercussioni sulla mia vita familiare: nonostante con lei le cose siano ormai pacifiche, non sento i miei genitori da anni, non mi hanno mai accettato».
«I ragazzi di oggi sono molto più svegli rispetto a quanto lo fossimo noi e soprattutto vivono il tema in maniera differente. Potrei dire che il mio non è stato un vero e proprio coming out: mia figlia (la più grande) già aveva capito tutto. Adesso vivono sia con me e Giuseppe che con la mamma».
«La mia storia è un po’ diversa» adesso è Giuseppe a parlare. «Per un periodo non ho accettato la mia omosessualità, anche a causa del fatto che ho subito una serie di violenze da bambino che mi hanno spinto a lavorare molto su me stesso per accettarmi».
«Il nostro discorso è più complesso. Una volta che la relazione è andata in crisi e vedendo che il percorso terapeutico che stavamo seguendo non stava dando i suoi frutti, ho capito che c’era qualcosa che non andava, forse legato proprio a me. Abbiamo deciso di separarci e io ho portato avanti un percorso psicologico individuale. Lei però non ha accettato questa mia scelta: mi ha allontanato dai ragazzi dipingendomi negativamente davanti ai loro occhi».
«Per fortuna loro provavano ancora molto affetto nei miei confronti e sapevano che non ero il “cattivo” di questa storia (non che ce ne sia uno). Erano stati avvelenati con discorsi e parole negative, ci è voluto un po’ per far comprendere loro che la mia non è una condizione di “malattia”, ma un mio modo di essere. Adesso loro due vivono con me e siamo tutti molto legati. A volte vado a prendere la figlia di Peppe a casa, la accompagno dal suo fidanzatino o dalle amiche. I miei figli hanno un bel legame con Peppe, spesso si confidano con lui e in generale c’è un grande dialogo nella nostra famiglia.
Ah, e ovviamente andiamo a mangiare la pizza tutti insieme».
«Sicuramente quello di unirci anche legalmente e quindi sposarci, vorremmo poterci definire una famiglia a tutti gli effetti».
«In maniera positiva, direi classica. I nostri figli sono molto integrati a scuola e anche da parte dei docenti c’è stata sempre molta comprensione, non siamo mai state vittime di qualche atteggiamento omofobo nelle mura scolastiche».
«Rispetto ad altri paesi UE siamo praticamente a zero in merito a politiche sociali. Questo sicuramente perché l’Italia, per sua tradizione, è un paese ancora molto legato alla Chiesa. Inoltre si deve sicuramente evidenziare come nel nostro paese sia estremamente complicato per una coppia gay avere figli senza ricorrere all’adozione».
«No, anzi. Tra i nostri conoscenti tutti hanno deciso di rimanere: c’è una grande voglia di lottare per ottenere questi diritti anche in Italia».
di Valeria Marchese
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