
Marco Olmo, il grande protagonista dell’endurance estremo ritorna a correre nel deserto. Dopo sette anni di esclusiva attività nei suoi boschi di Robilante, Marco annuncia la sua partecipazione alla 100 km del Sahara. Dal 5 al 12 ottobre, l’ultramaratoneta, su invito della Zitoway, sarà impegnato nella gara a
tappe rivolta a chi vuole vivere momenti di emozione e condivisione. Per un runner la corsa è molto pi di un’attività fisica, è un’esperienza, un viaggio di scoperta e crescita personale.
«Ho iniziato a correre da quando avevo circa trenta anni, si può dire una vita. Ho dedicato la maggior parte del mio temo libero alla corsa sacrificando anche un po’ della vita privata. Non è facile da spiegare perché chi corre è comunque un’agonista. C’è chi dice che la corsa sia una fuga da qualcosa, ma tutti abbiamo eventi della nostra vita che non ci aggradano. C’è comunque quello stimolo a migliorarsi nella vita come nello sport, se riesci poi a vincere va bene; l’uomo è competitivo e cerchi sempre fare le cose al meglio che puoi, certo dipende dal tuo modo di essere, ma se non hai un po’ di sana megalomania è meglio non indossare quel numero. Quando sei in gara cerchi di dare il massimo, di esprimere il meglio ed è proprio quell’agonismo, quell’orgoglio ad accendere quel fuoco.»
«In effetti la mia scelta di partecipare a questo tipo di gare è stata dettata dalla consapevolezza di non possedere una velocità tale da impegnarmi in altro. Mi ritengo un mulo e non un cavallo da corsa, portato per la fatica. Mi alleno nei posti a me noti da quando ero ragazzino, perché attraversavo quei sentieri per andare a scuola. Al tempo non esistevano i pulmini che ti accompagnavano a scuola, dovevi andare a piedi. Sono alla soglia degli ottanta e non ho ancora voglia di smettere e mi sento fortunato perché i cinquantenni di allora erano vecchi. Non avevo mai pensato di correre, non avevo il tempo di farlo. Oggi un ragazzo che vuole approcciare alla corsa si dedica agli allenamenti sapendo di poter contare anche su un aiuto concreto. Ai miei tempi si pensava a lavorare. A volte vedevo qualcuno correre e questo mi ha affascinato. Trovarmi poi sui percorsi che facevo per andare a scuola dove i miei coetanei camminavano con il bastone, mentre io ora corro, con lentezza sì, ma è una grande vittoria per me.»
«La gara si articola in 5 tappe dai 10 ai 30 km al massimo, con solo una borraccia per l’acqua. Sono abituato alla fatica, e il deserto mi piace, è un tipo di corsa che richiede resistenza e resilienza. Spero di arrivare al traguardo, il mio obiettivo non è la vittoria ma arrivare alla partenza. Corro perché mi piace e cercherò di gestire al meglio le forze, calcolando di avere 5 tappe da concludere spendendo meno energie possibili. Non si corre sempre allo stesso modo, ma la corsa porta comunque benefici specifici al nostro
corpo sia a livello fisico che mentale. Devi allenare sia le gambe che la testa e da giovane è più facile certo, ma alla mia età hai l’esperienza e non puoi pensare di dare il massimo subito. Devi concentrarti ed equilibrare le forze per arrivare fino alla fine. È come quando vai in vacanza, se spendi subito tutto, non arrivi a fine settimana, no?»
«Non esistono le diete perfette, ogni giorno qualcuno modifica qualcosa sull’alimentazione o
sulla tipologia di allenamento. Non esiste una perfezione, ci sono pareri contrastanti e ho cercato di mangiare ciò che mi faceva stare bene. Ho cercato di dare dei buoni esempi e penso di aver dato uno stimolo ed essere stato di ispirazione per gli appassionati del runner. Correre è sempre un viaggio di suggestioni che non ti aspetti ma sei felice che sia successo.»
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