
Sessanta donne, atlete e dilettanti, che hanno corso per le donne e la prevenzione femminile: il 15 marzo il comune di Falciano del Massico ha ospitato la Corsa delle 201, evento sportivo organizzato dall’ASD Mondragone in corsa e voluto da Rosanna Nerone e Aldo Martucci. Per dieci chilometri – due per le donne che hanno corso soltanto simbolicamente – le atlete hanno percorso le strade di Falciano del Massico per il mese della prevenzione. A vincere la gara è stata Francesca Maniaci, premiata con la Venere Sinuessana Tricolore dell’Associazione OdV Riviera Domitia, seguita da Giuseppina Lamula e Annamaria Capasso.
Non è stata una manifestazione semplice da organizzare, come lo stesso sindaco Erasmo Fava ha sottolineato, ma la soddisfazione emersa, in un clima di sostegno femminile e sorellanza, è stata indescrivibile. La partecipazione è stata tanta, sia in gara che tutt’intorno: una testimonianza evidente di come un territorio complicato come questo, in verità, nasconda spesso un forte spirito di solidarietà. Lo slogan della corsa è stato, infatti, «se condiviso, il bagaglio diventa più leggero»: sono le parole di Immacolata Ingicco, promotrice della Race for Life ricordata nel corso della manifestazione. L’occasione ci ha dato modo di riflettere su due tematiche che, per quanto la loro eco abbia cominciato a farsi finalmente udire, in Italia restano ancora piuttosto marginali.
Di sport femminile se ne parla solo quando soddisfa le pretese del sistema patriarcale. Le sportive, anziché essere professioniste del settore, per lo sguardo maschile devono essere belle, simpatiche, alla mano, mai troppo “mascoline”; e vien naturale pensare che, in fin dei conti, non debbano nemmeno essere troppo brave, non abbastanza da far preoccupare la loro controparte maschile. Sport considerati tipicamente maschili, come il calcio, faticano ancora ad accettare la presenza femminile, rispondendo talvolta con violenza fortemente misogina come nel caso di partite di calcio maschile arbitrate da donne, considerate di natura meno competenti. Nei media, le competizioni femminili hanno molta meno visibilità rispetto alle loro controparti maschili; e quando finalmente le donne riescono a ritagliare un proprio spazio, è sempre dopo “esserselo guadagnato”, come dopo le storiche vittorie della Nazionale femminile di pallavolo agli Europei del 2021 o ai Giochi Olimpici di Parigi.
È risaputo che una delle aree più critiche del sistema sanitario italiano – se non addirittura mondiale – riguarda la diagnosi e il trattamento di malattie che riguardano principalmente le donne. Al di là di problematiche universali quali la diseguaglianza nell’accesso ai servizi sanitari e le tempistiche sempre più prolungate, ancora una volta ci troviamo dinanzi a un problema strettamente culturale. Apprezziamo l’aumento delle campagne di sensibilizzazione circa la prevenzione, certo, ma a cosa servono se non sono seguite da un’attenzione maggiore da parte di tutto l’ambito medico e di ricerca? Basti pensare a come migliaia di donne e ragazze, attualmente, sono affette da ADHD senza esserne a conoscenza, perché gli studi a riguardo sono ancora concentrati quasi esclusivamente sui sintomi “maschili”, considerevolmente differenti rispetto a quelli che, sin dalla più tenera età, si manifestano nelle donne. Di malattie legate alla sfera sessuale, poi, se ne parla ancora poco; e quando lo si fa, spesso non si manca di condire il tutto con una bella dose di slut-shaming. Una patologia fortemente invalidante come l’endometriosi, di cui sono affette circa 3 milioni di donne italiane, viene diagnosticata mediamente dopo una decina d’anni dalla manifestazione dei primi sintomi, perché spesso sono gli stessi medici a sottovalutarne la portata.
La cultura del silenzio è un problema grave, e la Corsa delle 201 è stata un primo piccolo passo verso la sua rottura: non è ancora abbastanza, ma è certamente il primo tassello di una nuova consapevolezza in un territorio in cui è più facile chiudere gli occhi.
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