
A Pisa piove. Piove da venerdì, fa notare qualcuno. Da quando c’è stata una carica della Polizia su un corteo organizzato da studenti delle scuole e dell’università che aveva un messaggio chiaro: stop al genocidio in Palestina. L’Italia intera si è commossa guardando le immagini che sono circolate velocemente sui social, compreso Roberto Vecchioni, e ancora si chiede cosa abbia potuto scatenare la reazione della celere, disposta a cordone tra Piazza dei Cavalieri e Via San Frediano. In quel momento il corteo si trovava di fronte al liceo artistico F. Russoli, lì c’era anche Alessandra Mosca, studentessa ventenne iscritta alla facoltà di Scienze per la Pace all’Università di Pisa. Abbiamo chiesto a lei ulteriori dettagli per fare chiarezza.
«Eravamo Studenti per la Palestina, un movimento spontaneo nato il 17 novembre, nella prima giornata di sciopero internazionale per la Palestina. Quel giorno si sono mobilitate sia scuole che università, a Pisa siamo quasi tutti studenti. Abbiamo fatto un corteo, siamo arrivati a Piazza dei Miracoli, è stata occupata la Torre di Pisa e dall’alto della Torre è stata srotolata una bandiera della Palestina molto grande. Da quel momento è nata la tensione in città».
«No. A dire il vero all’inizio non era neanche un corteo, era un presidio. Avevamo deciso di scendere in piazza il 23, ma tenevamo conto che il 24 avremmo voluto partecipare alla manifestazione nazionale organizzata a Milano. In un certo senso era un presidio improvvisato che poi abbiamo deciso di trasformare in una passeggiata per il centro, con l’obiettivo di arrivare nelle scuole e nelle università. Volevamo arrivare nei luoghi della formazione per denunciare quelle che, secondo noi, sono le presunte complicità di quelle stesse scuole e università con i terribili fatti che stanno accadendo in Palestina. Anche se siamo stati bloccati subito. Eravamo partiti da Piazza Dante e siamo stati bloccati a Via San Frediano, parliamo di circa tre minuti a piedi».
«E poi è stato assurdo. Quando ci hanno bloccato gli abbiamo chiesto quale fosse il motivo, non era mai successo prima. Non ci hanno risposto e dopo è partita la carica. C’è un video che gira sui social in cui uno dei poliziotti è a terra, ma si erano spinti tra di loro. Tuttavia quel video riprende la terza carica che abbiamo subito. Durante le prime due abbiamo provato a non indietreggiare nonostante le manganellate e le ferite riportate da alcune persone. Ma eravamo determinati, ciò che stava accadendo non aveva giustificazione. Alla terza hanno sfondato la nostra resistenza in maniera cruenta: ci hanno rincorso, ci hanno preso per i cappucci, ci hanno sbattuto per terra, ai muri, e quella era una carica con l’intenzione di farci passare la voglia di stare lì fermi. Queste sono le immagini che sono circolate di più».
«Quello che ha detto è gravissimo, innanzitutto perché falso. Per l’ennesima volta hanno affibbiato il marchio dell’antisemitismo a una manifestazione per la pace. Una manifestazione di studenti, con minorenni anche di quattordici anni, che lanciavamo un messaggio chiaro: stop al genocidio in Palestina. Questa narrazione serve a giustificare l’atto violento nei nostri confronti. Il tentativo costante di fuorviare la solidarietà alla Palestina come un atto antisemita è inaccettabile».
«Certo, ma nella stessa comunicazione denunciava le azioni del 17 novembre alla Torre. Così facendo ha svuotato di significato la nostra manifestazione. Il 17 novembre ci ha chiamato “terroristi”, il 23 febbraio “bambini indifesi”. Si passa da un estremo all’altro, ma la verità è che ci sono studenti e studentesse di questa città che hanno mostrato determinazione nell’esprimere i propri ideali».
«Dopo ciò che è accaduto siamo stati trattati con paternalismo, come se non fossimo in grado di autodeterminarci. Hanno chiamato tutti i nostri genitori. Trovo che anche questo sia stato un modo per distogliere l’attenzione dal messaggio. Se si etichetta una manifestazione, come una manifestazione di “bambini”, sembra che anche il messaggio abbia meno valore. Anche io sono stata chiamata e mi è stato chiesto in primis se fossi maggiorenne e poi se potessi passargli mia madre. Si cercava di sminuire le nostre parole».
«Sì. La chiarezza del messaggio rende necessario il doverci zittire. E questo avviene con i manganelli, ma anche con la censura mediatica, come si è visto nei giorni di Sanremo».
«Io penso che quando dici qualcosa di scomodo non importa chi ci sta al governo. In quel momento sei fastidioso. Le cariche della polizia non sono una prerogativa del sindaco della Lega o del governo Meloni, ci sono sempre state. Il diritto di manifestare esiste, ancor di più quando si dicono cose che non incontrano il favore di chi è al potere. Significa fare opposizione».
«Non importa quante persone sono finite all’ospedale, importa il motivo per cui ci sono finite. Anche perché quelle persone una volta fuori erano di nuovo in piazza per la Palestina».
«Venerdì sera Piazza dei Cavalieri si è riempita di persone di tutte le età. Ma bisogna sottolineare che chi è venuto non voleva solo rispondere alla violenza, voleva ribadire quanto fosse importante la motivazione del presidio mattutino. C’erano anche dei palestinesi che hanno espresso la loro volontà di tornare a casa e l’impossibilità di realizzare questo desiderio, viste le condizioni. Eravamo in piazza a lanciare un messaggio di pace».
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