
Negli ultimi giorni hanno fatto il giro del mondo le immagini dei disordini ad Haiti. Nel paese infatti è stato dichiarato lo stato di emergenza che doveva durare all’inizio 72 ore, fino a domenica sera, poi esteso ad un mese. Ma come siamo ritornati (non è la prima volta che i disordini sociali colpiscono la città) a questo?
Queste misure sono state adottate in seguito ad un escalation di disordini e violenza verificatisi durante il weekend. Gli atti di violenza in città sono poi culminati con l’attacco ad uno degli aeroporti principali del paese, nella capitale Port-au-Prince, e l’assalto a due importanti prigioni dalle quali sono evasi più di 3000 detenuti. Tra i detenuti delle prigioni ci sono i principali leader della criminalità organizzata haitiana, molti dei quali erano stati anche accusati dell’assassinio di Moise, presidente di Haiti ucciso nel luglio del 2021.
Haiti è uno dei paesi più poveri al mondo e da tempo si trova alle prese di una profonda crisi politica e sociale. Questa crisi si è aggravata con l’assassinio di Moise ma ha radici storiche ben più importanti: le conseguenze del periodo coloniale francese, le riparazioni economiche versate alla Francia per l’indipendenza, la dittatura durata quasi trent’anni e tutta una serie di problematiche legate alle catastrofi naturali.
A seguito dell’omicidio di Moise il paese è stato letteralmente governato dalle varie gang criminali, estendendo il controllo delle loro regioni in gran parte della capitale. Questo ha causato un’impennata di omicidi, rapimenti e violenze che ogni giorno si consumano per le strade di Haiti.
Oggetto delle rivalse di queste escalation è il fatto che queste gang criminali sostengano l’illegittimità del primo ministro haitiano, Ariel Henry. Questi attualmente occupa il ruolo di presidente ad interim dopo l’assassinio di Moise. L’illegittimità attribuita a suo potere è dovuta al fatto che ha più volte rimandato le elezioni, promesse ai cittadini. Nel paese non si vota da ben sette anni e l’ultima occasione in cui si sarebbe dovuto esercitare il diritto al voto sarebbe stato il mese di febbraio. Le elezioni sono state poi annullate nel tentativo di occuparsi prima di ripristinare la stabilità del paese.
Così da svariati anni, Henry risiede al governo senza però effettivamente essere stato eletto dai cittadini haitiani, i quali già a febbraio avevano avviato mobilitazioni sostenute da diversi partiti d’opposizione. Da subito le proteste si sono contraddistinte per il caos, le violenze e i sempre più diretti scontri con la polizia e sono andate avanti per tutto l’ultimo mese, andando ad intensificarsi nei tempi recenti. Questo perché Henry ha lasciato il paese per recarsi in Kenya a firmare un accordo che dovrebbe dare inizio ad una missione di sicurezza approvata dal consiglio di sicurezza dell’ONU per contrastare le bande criminali di Haiti.
Durante il fine settimana si sono dunque verificati scontri sempre più violenti tra la polizia e le bande armate che operano nel paese. Queste ultime si sono unite in una sorta di campo largo della criminalità, sotto il nome (ironico) di G9. Gli assalti sono stati guidati da Jimmy Cherizier, ex ufficiale di polizia a capo di questa coalizione che ha come obiettivo quello di organizzare un vero e proprio colpo di Stato ad Haiti.
La stabilità ad Haiti, con queste premesse, sembra essere tutt’altro che prossima, a meno che la missione ONU non provi effettivamente a risolvere il conflitto nel paese. Questo lascia riflettere anche sulla natura dei soccorritori, i quali sono stati spesso accusati di sfruttare la povertà del paese, pagando donne per avere rapporti sessuali e causando un alto tasso di gravidanze e abbandono minorile.
Le potenze internazionali, così come nel caso ucraino e in quello palestinese, non sono abbastanza mobilitate per garantire la pace in questi paesi, anche nei casi in cui il loro risulta essere l’unico intervento capace di apportare una pace effettiva.
di Valeria Marchese
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