
Quello che sappiamo è che Daniel Ek, fondatore e CEO di Spotify, ha guidato un investimento da 600 milioni di euro nella startup tedesca Helsing, azienda di difesa che produce droni, software militari e sistemi di sorveglianza autonoma. Helsing ha già fornito migliaia di droni all’Ucraina e ha rapporti diretti con i governi di Germania, Regno Unito, Svezia. Secondo le notizie non confermate sul web anche con Israele.
Quindi, tralasciando il fatto se sia vero o meno la notizia che questa start up tedesca rifornisca anche Israele, le notizie sul coinvolgimento di Daniel Ek nella produzione di armi hanno sollevato critiche diffuse, ma nessun artista mainstream ha ancora ritirato ufficialmente il proprio catalogo in segno di protesta. E non perché manchi il dissenso: molti musicisti si sono già espressi in passato contro l’industria bellica o le implicazioni etiche delle Big Tech. Ma Spotify è un ecosistema troppo potente e radicato per essere lasciato. Infatti, la maggior parte dei grandi artisti non detiene i diritti completi sulle proprie canzoni: sono le major discografiche a decidere dove e come distribuirle. Etichette come Universal, Sony e Warner hanno contratti strategici con Spotify che garantiscono visibilità, playlist curate e milioni di stream. Di conseguenza, anche un artista critico nei confronti di Ek o delle sue scelte non può semplicemente rimuovere le proprie tracce.
Negli ultimi giorni, però. numerosi artisti emergenti e indipendenti hanno annunciato via social la rimozione volontaria della loro musica da Spotify principalmente per la notizia – ripetiamo, ancora non verificata – che Ek stia finanziando Israele.
Per molti artisti, Spotify non è più solo una piattaforma di streaming: è diventata un’estensione diretta delle scelte politiche e finanziarie del suo fondatore. E in un’epoca in cui la musica è anche attivismo, continuare a pubblicare brani su Spotify significa – in parte – legittimare quel sistema. Al contrario, i grandi nomi della musica non si stanno muovendo. O almeno, spiegano che Spotify stia finanziando Israele ma non possono – per le ragioni di cui sopra – ritirare la propria musica.
Il silenzio dei grandi non nasce necessariamente da disinteresse. Molti artisti di alto profilo hanno in passato preso posizione su temi politici o sociali — basti pensare alle proteste per Black Lives Matter, ai diritti LGBTQ+, alla crisi climatica. Ma Spotify è un canale di reddito troppo importante per potersene distaccare con leggerezza. Per i big, la presenza su Spotify garantisce: milioni (se non miliardi) di stream; visibilità nelle playlist ufficiali curate da Spotify; un bacino di ascolto globale che nessun’altra piattaforma può offrire; accordi economici con le major discografiche che rendono impossibile ritirare la musica autonomamente. In altre parole: anche se volessero dissociarsi pubblicamente dalle scelte di Daniel Ek, non potrebbero farlo senza perdere entrate, contratto, pubblico o visibilità. Spotify è troppo radicata nell’infrastruttura dell’industria musicale.
Gli artisti indipendenti, invece, non hanno niente da perdere. Non hanno vincoli contrattuali con le major. Non guadagnano grandi cifre dallo streaming. E per questo sono liberi di scegliere dove pubblicare la propria musica e con quali valori.
Alcuni di loro hanno deciso di spostarsi su piattaforme alternative come Bandcamp o SoundCloud, altre più eque nella ripartizione delle royalties e meno coinvolte in investimenti controversi. Altri hanno semplicemente scelto di fare silenzio, almeno fino a quando non si capirà davvero Spotify non prenderà una posizione pubblica.
Daniel Ek ha dichiarato di non preoccuparsi delle critiche: “Faccio ciò che ritengo giusto per l’Europa”, ha detto, riferendosi alla necessità di potenziare la “sovranità tecnologica” del continente.
Ma in un mondo in cui la tecnologia militare viene usata per colpire civili, proprio così come avviene nella Striscia di Gaza o in Ucraina, le sue scelte non possono essere considerate “neutre”. E nemmeno la musica lo è mai stata. Spotify oggi non è solo un’app dove si ascolta musica. È anche il braccio operativo di un modello economico e ideologico. E gli artisti — indipendenti o famosi — devono fare i conti con questo. Con coerenza, o con il silenzio.
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