
“Cosa vuoi fare da grande?” ci è stato chiesto sin da quando, da bambini, per pensare al nostro lavoro del futuro guardavamo il cielo indicando lo spazio o un prato verde col desiderio di emulare il nostro idolo calcistico. Ci è stato chiesto, poi, in maniera più implicita, ma anche più determinante, quando ci accingevamo a lasciare le “scuole medie”. Quale indirizzo prendere negli studi, quale strada cominciare a percorrere nel cammino verso il mondo del lavoro?
È all’alba della cosiddetta seconda adolescenza, quindi, che i giovani italiani sono chiamati alla prima decisione importante per il proprio futuro. Scegliere di continuare il proprio percorso di studi e di formazione in un liceo o in un istituto tecnico o professionale? Non di certo un segnare il proprio destino e le proprie scelte future, ma inevitabilmente indirizzare la storia successiva.
Gli studi della psicologia infantile ci dicono che i bambini cominciano a cercare la propria autonomia nelle decisioni tra i 18 e i 24 mesi. Da lì, poi, è un crescendo, per arrivare ai 6 anni in cui i bambini compiono decisioni servendosi delle stesse informazioni degli adulti.
Intorno ai 13 anni, quindi, sembrano esserci tutte le carte in regola per cominciare a costruire il proprio futuro, almeno sotto l’aspetto psicologico. Resta da chiedersi se a quell’età si è in possesso di informazioni sufficienti per proiettarsi dieci-quindici anni in avanti, quando le porte del mondo del lavoro dovrebbero aprirsi davanti a sé.
Prima di tutto: cosa deve considerare un giovanissimo quando gli viene chiesto cosa vuole fare dopo le scuole medie? Quali sono i fattori che devono essere determinanti?
C’è chi pensa che la cosa giusta da fare sia quella di seguire le preparazioni più complete, per mantenere vive più piste quando ci sarà da scegliere il post-diploma. Si tratta di chi consiglia il liceo, quindi. Classico e scientifico su tutti.
C’è chi pensa, poi, che sia più giusto affidarsi ai percorsi degli istituti tecnici e professionali, che dovrebbero spianare la strada per il mondo del lavoro.
Ci sono poi i fattori sociali e territoriali: quale percorso sceglieranno i miei compagni di classe? Dove si trova la scuola che mi piacerebbe frequentare? Come è collegata con il comune in cui risiedo?
Fatto sta che dalla scelta che stiamo esaminando in poi, la vita dell’essere umano in ambito lavorativo sarà oggetto di un irrisolto (e irrisolvibile?) dilemma: scegliere in base a ciò per cui si pensa di avere talento e per cui ci si sente “portati”, “chiamati”, o – opportunisticamente – per ciò che può portare lavoro stabile, sereno e ben remunerato?
Aldilà di come venga scelto il proprio percorso e di quanto si sia pronti e si sia in possesso degli strumenti giusti all’età in cui viene posto il determinante quesito, c’è la realtà attuale, fatta di numeri e di vite, di percorsi deviati e di strade senza uscita.
Un lavoratore su tre fa un lavoro non in linea con quello per cui ha studiato. Il 36,5%, infatti, è occupato in un settore diverso da quello per cui ha impiegato la propria formazione. Il 38,5%, poi, ricopre una posizione lavorativa nonostante un titolo inferiore o superiore a quello richiesto.
Dunque quanto sia giusto o sbagliato mettere un ragazzo di 13 anni di fronte ad una scelta di vita così importante diventa quasi secondario se ci rendiamo conto che in realtà i presupposti su cui si basa tale scelta troppe volte sono fasulli e ingannevoli. Come possiamo convincere i giovani che la strada giusta da percorrere è quella di seguire le proprie passioni, i propri talenti, la propria vocazione, se poi si ritroveranno, più avanti, a vendere le proprie competenze al primo che passa, in qualunque settore esso sia, per soddisfare le proprie esigenze di realizzazione, ma anche di sostentamento?
In Italia il 40% dei diplomati (quasi la metà!) sceglierebbe un percorso diverso da quello portato a termine. Solo il 71,7% continua gli studi dopo il diploma e qui si aprono altri scenari da analizzare, tra volontà, scelte e possibilità. Il 6,6% di quelli che continuano abbandonano l’università, mentre l’8,7% cambia ateneo o corso di studi.
A primo impatto, seguendo il famoso sport del “punta il dito ai giovani” verrebbe da dire che essi sono indecisi, inconcludenti, non abbastanza perseveranti e determinati, ma la realtà che ci circonda ci racconta ben altro!
Cercare soluzioni è compito arduo che di sicuro non spetta ad una riflessione come questa, ma parte di quelle soluzioni, senza dubbio, è l’assunzione di consapevolezza che il sistema scolastico, prima, e il mondo del lavoro, poi, non sempre funzionano come dovrebbero e spesso non mettono in condizioni i giovani di fare un percorso professionale e, quindi, di vita lineare e fatto di libere scelte. I fattori esterni – dalle possibilità economiche all’incrocio tra domanda e offerta troppo spesso condizionato da dinamiche non trasparenti, fino ad arrivare ad aspetti contrattuali e retributivi inaccettabili – condizionano ancora troppo la vita e le scelte di una parte dei giovani del nostro Paese.
E questo è inaccettabile!
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