
Il CBAM sarà il nuovo strumento chiave per perseguire gli obiettivi climatici che l’UE si è preposta con il Fit for 55, l’ambizioso programma che mira a ridurre le emissioni nette di gas a effetto serra di almeno il 55% entro il 2030 e arrivare alla neutralità climatica entro il 2050. Quanto sarà efficace?
CBAM sta per: Carbon Border Adjustment Mechanism. Adottato con il regolamento UE 2023/956 pubblicato il 10 maggio 2023 sulla Gazzetta Ufficiale dell’Unione europea, entrerà in vigore dal 1° ottobre 2023. La prima fase durerà fino al 31 dicembre 2025 e sarà una fase transitoria che lascerà il posto, dal 1° gennaio 2026, ad una fase definitiva.
Ma andiamo con ordine. Nel 1997, il Protocollo di Kyoto ha fissato, per 37 Paesi industrializzati, degli obiettivi legalmente vincolanti di riduzione delle emissioni. La Comunità europea decide di farvi fronte con la direttiva 2003/87/EC che introduce per la prima volta il sistema dell’ETS (Emissions Trading System), entrato in vigore nel 2005. L’ETS è un mercato del carbonio basato su un sistema di limitazione e scambio di quote di emissione per le industrie, tali sistemi prendono il nome di cap and trade. In pratica, ogni anno il sistema fissa un massimale di quote che di anno in anno va a ridursi, i soggetti interessati possono acquistare e scambiare tali quote come se fossero in un libero mercato per “permettersi di inquinare” (al momento il prezzo per una tonnellata di carbonio si aggira intorno ai 90€).
L’Unione europea ha dichiarato che dalla sua introduzione nel 2005, le emissioni dell’UE sono diminuite del 41%. L’UE ha riformato e ampliato gli obiettivi dell’ETS nel luglio 2021 con la proposta del Fit for 55 di cui parlavamo prima. Ma il problema di una rilocalizzazione delle emissioni di CO2, dall’Europa ad altri Paesi, è quello che l’UE si propone di affrontare con il CBAM. Il nuovo meccanismo rifletterà quello dell’ETS e mano mano lo andrà a sostituire.
Dopo la fase transitoria, che sarà di “aggiustamento” per l’UE che raccoglierà i dati forniti dagli importatori, nella fase definitiva, gli interessati dovranno acquistare delle quote che si applicheranno ai beni importati (al momento parliamo di sole materie prime: alluminio, cemento, fertilizzanti, energia e prodotti della siderurgia) da Paesi fuori dall’Unione Europea che non hanno normative che regolino le emissioni di carbonio, saranno le autorità europee ad informare gli importatori in merito ai Paesi che fanno parte di tale lista.
Per i prodotti di Paesi che invece già le implementano non ci sarà alcun sovrapprezzo (Giappone, Sud Africa, California, Canada e pochi altri). Il prezzo sarà dunque a carico degli importatori e, come per l’ETS, permetterà di utilizzare il ricavato per favorire la transizione energetica e tutelare i gruppi vulnerabili (nuclei familiari, microimprese ecc.), ma, a differenza dell’ETS, non permetterà agli importatori di scambiarsi le quote, la Commissione ha specificato che nel caso del CBAM non stiamo parlando di un sistema di cap and trade.
Il nuovo strumento cardine per la lotta al cambiamento climatico porta con sé un gran numero di questioni da analizzare. Tutti gli Stati membri del Consiglio hanno approvato il CBAM, l’unica a votare contro è stata la Polonia, mentre Bulgaria e Belgio si sono astenute. La Polonia chiese di bloccarne l’approvazione, sostenendo la necessità dell’approvazione all’unanimità da parte del Consiglio per le votazioni relative alle imposte indirette.
La Corte di Giustizia dell’Unione, in una sentenza che lascia sicuramente spazio a dubbi, ha sostenuto tramite un ragionamento aristotelico che, siccome l’ETS non veniva considerato in alcun modo una tassa, così doveva essere anche per il CBAM. La sentenza che ha permesso di adottare un fondamentale strumento per la lotta al cambiamento climatico appare fragile e politicamente orientata (e necessaria).
Allo stesso modo, i grandi esportatori di materie prime verso l’Unione che non hanno adottato un sistema di tassazione per ridurre le emissioni di carbonio hanno accusato l’UE di aver implementato una misura protezionistica mascherandola come una mossa per salvaguardare l’ambiente. La Commissione si è affrettata a chiarire più volte che non si sta parlando di una manovra protezionistica e che l’unico scopo del meccanismo è quello di combattere il fenomeno della rilocalizzazione delle emissioni di CO2.
Il dubbio potrebbe ovviamente sorgere e, nonostante la manovra sia stata studiata per non contrastare con le norme dell’Organizzazione mondiale del commercio, una possibile violazione delle norme relative alla libera e indiscriminata circolazione di beni, caposaldo del GATT, potrebbe essere sollevata. Il GATT non ha la possibilità di adottare decisioni vincolanti per i propri membri, ma, come avviene per le questioni così ambigue, conteranno molto il peso e i rapporti politici tra le parti in causa. Una pronuncia che sancisce la violazione del trattato potrebbe avere un effetto catastrofico per i rapporti con i partner commerciali e ripercuotersi a cascata sulle scelte di altri Stati in base ad alleanze e convenienze (tra “non violazione” e “conformità” passa una gran differenza).
Nella lista dei più grandi esportatori di questo genere di beni verso l’UE figurano alcuni tra i maggiori responsabili dell’emissione di gas serra. La Russia è il principale esportatore e quinto Paese al mondo per emissioni di CO2, la Cina è il secondo esportatore e di gran lunga il principale responsabile delle emissioni di gas serra nel mondo. Subito dopo troviamo Gran Bretagna e Turchia, Paesi tendenzialmente ricchi che potrebbero essere incentivati dall’introduzione del CBAM ad adottare misure simile a quelle dell’UE pur di evitare che i grandi importatori europei virino altrove.
Ma tra i principali esportatori ci sono anche Stati come il Mozambico. Uno degli Stati più poveri del mondo, con uno dei peggiori rapporti debito/PIL ed uno dei più poveri a livello globale dal punto di vista dello sviluppo umano, oltre che per reddito pro capite. Questo Stato basa il 25% delle proprie esportazioni sulla vendita di alluminio all’Europa, mercato che frutta circa 1,4 miliardi di dollari annui allo Stato africano. Il meccanismo del CBAM, progettato per incentivare gli Stati al di fuori dell’Europa ad adottare tassazioni che promuovano le produzioni sostenibili e disincentivino l’uso di quelle inquinanti, non può essere efficace in Paesi particolarmente poveri. Nel caso in questione, parliamo di uno Stato di circa 29 milioni di abitanti, la cui metà vive sotto la soglia di povertà.
Di questo stanno dialogando le principali istituzioni dell’UE, la possibilità di riservare parte degli introiti e destinarli a promuovere la transizione ecologica negli Stati che ne avrebbero più bisogno. La domanda che sorge è: che risposta riceverebbe questa sorta di “discriminazione positiva” nello scenario internazionale? La possibilità che altri Paesi si risentano è alta, il lavoro degli organi europei non può sottovalutare l’impatto che rischia di avere una scelta del genere.
A questo va ad aggiungersi un altro dubbio al quale presto dovremo rispondere: un tentativo di supportare gli Stati più in difficoltà per ottenere contemporaneamente la salvaguardia dell’ambiente e la tutela dei più vulnerabili, come potrebbe venir percepita e sfruttata all’interno dell’Unione? La tendenza in Europa sembra essere cambiata, in molti Stati che prima consideravamo europeisti si affacciano movimenti sovranisti, euroscettici e negazionisti. La situazione economica di alcuni dei principali attori europei rischia di causare presto malcontenti che tali partiti potrebbero scegliere di cavalcare.
Il problema del cambiamento climatico è ormai un’urgenza al quale bisogna far fronte immediatamente. Tali misure sono necessarie eppure non sufficienti, il limite dell’1,5° previsto dall’Accordo di Parigi verrà sicuramente superato nel giro di pochi anni. Un eventuale superamento del limite dei 2°, che secondo le stime ci si aspetta possa avvenire nell’arco di una decine d’anni, avrebbe effetti catastrofici, innescando decine di eventi irreversibili che porterebbero ad aumenti esponenziali di migrazioni, pandemie e collassi economici.
L’Unione europea ha un obiettivo nobile, essere alla continente guida della transizione verde, ma è imperativo che le decisioni vengano ponderate con la massima attenzione, siano decise, vadano a supporto delle fasce più fragili della società e siano comunicate in modo chiaro e condivisibile da tutti. Il problema è grave ed è reale, come verranno gestite le scelte da ora in poi sarà fondamentale per determinare il successo di una mossa che potrebbe dare un serio contributo alla salvaguardia del pianeta o finire per andare in controtendenza ed aggravare in modo irreparabile il problema.
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