
Oggi, 27 gennaio ricade la Giornata della Memoria, in cui si celebra la liberazione del campo di concentramento di Auschwitz da parte dei soldati sovietici nel 1945. 80 anni dopo ci chiediamo, siamo così sicuri di non aver dimenticato?

A guerra quasi terminata, il 27 gennaio 1945 le truppe dell’armata rossa entrarono nel campo di concentramento di Auschwitz per liberarne i prigionieri, ma al loro arrivo trovarono uno spettacolo agghiacciante: fosse comuni, corpi dilaniati e ammassati l’uno sull’altro, detenuti nudi, emaciati, psicologicamente stremati e fisicamente sfiancati. La persecuzione violenta e crudele degli ebrei, delle minoranze e degli oppositori politici da parte di nazisti e fascisti era un fatto noto, non lo era invece l’esistenza di campi di sterminio, spacciati per “semplici” campi di lavoro. Per mostrare al mondo il vero volto del nazi-fascismo, i soldati sovietici decisero di scattare fotografie e raccogliere testimonianze, le stesse che ancora oggi ci permettono di mantenere una memoria attiva sulla tragedia rappresentata dall’Olocausto
L’istituzione della Giornata della Memoria non avvenne prima del 2005, e qualcuno potrebbe chiedersi il perchè. La verità è che immediatamente dopo la liberazione dei campi e la fine della seconda guerra mondiale, vi fu da parte dei sopravvissuti una reazione quasi fisiologica: la volontà di dimenticare, dimenticare tutto. Gli ex prigionieri infatti non parlarono per anni delle angherie subite, chiudendosi e nascondendo le inigustizie subite perfino a parenti ed amici. Tramite l’attento lavoro di storiografi, le testimonianze di alcuni coraggiosi deportati contro gli ex gerarchi nazisti e i documenti ritrovati fu però possibile ricostruire le dinamiche esatte di tutti gli scempi causati dalla barbarie nazi-fascista.

Cosa significa ricordare oggi? 80 anni dopo la fine dell’Olocausto e con la morte della maggior parte dei testimoni di quell’atrocità, la memoria diventa di giorno in giorno un’operazione sempre più complessa, perchè corre costantemente il rischio di essere soggetta a pericolose strumentalizzazioni. Allo stesso tempo, il ricordo rimane fine a sè stesso, senza valore nè significato, se non viene percepito come necessario affinchè ciò che è accaduto in passato non possa ripetersi mai più, nei confronti di nessuno.
Non ricordiamo l’Olocausto nei confronti del popolo ebraico perchè ne abbiamo preso direttamente parte, lo ricordiamo per tenere a mente il fatto che noi stessi, tramite la nostra indifferenza, potremmo essere o diventare complici di genocidi presenti e futuri. Questo non è un semplice rischio, ma una realtà tangibile; ciascuno di noi, restando fermo ad osservare passivamente le ingiustizie che ogni giorno vengono perpetrate dagli esseri umani, si è reso già responsabile di un genocidio in atto: quello palestinese. Ricordare significa riconoscere che in un genocidio non esistono categorie biologicamente innocenti o etnie geneticamente colpevoli, ma soprattutto che è esattamente in nome di giustizie divine o di un non ben precisato “bene superiore” che sono stati commessi i peggiori delitti che l’essere umano abbia mai potuto concepire. Nel momento in cui ignoriamo ciò, possiamo essere certi di aver reso vano il sacrificio di milioni di innocenti.
Anche quest’anno, come ogni anno, non dimentichiamo l’Olocausto, e non dimentichiamo che la storia, in mancanza di una memoria chiara, corretta e trasparente è destinata a ripetersi, in forme sempre più subdole; perché la storia si sta gia ripetendo.
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