
Un Comune italiano al mese viene sciolto per infiltrazioni della criminalità organizzata. È questo il dato che ci restituisce il dossier “La linea della palma” di Avviso Pubblico, Associazione per la promozione della cultura della legalità democratica.
Il report ha tenuto conto del periodo dal 1° gennaio 2022 al 30 settembre 2023 e ha registrato ben diciotto comuni sciolti in diciotto mesi: sei in Calabria, quattro in Campania, tre in Sicilia e Puglia, 2 nel Lazio. Per arrivare allo “scioglimento dei consigli comunali e provinciali conseguente a fenomeni di infiltrazione e di condizionamento di tipo mafioso o similare”, così come disposto dall’articolo 143 del Testo Unico degli Enti Locali (d.lgs. 267 del 18 agosto 2000), c’è bisogno che emergano “concreti, univoci e rilevanti elementi su collegamenti diretti o indiretti con la criminalità organizzata di tipo mafioso o similare degli amministratori, ovvero su forme di condizionamento degli stessi, tali da determinare un’alterazione del procedimento di formazione della volontà degli organi elettivi ed amministrati e da compromettere il buon andamento o l’imparzialità delle amministrazione comunali e provinciali, nonché il regolare funzionamento dei servizi ad esse affidati, ovvero che risultino tali da arrecare grave e perdurante pregiudizio per lo stato della sicurezza pubblica”.
I clan provano ad insinuarsi nell’amministrazione in ogni suo aspetto e in ogni sua fase, compresa quella elettorale. Si parte quindi dalle basi, instaurando rapporti solidi e provando ad individuare per ogni compagine una o più persone che possano collegare il clan a coloro che amministreranno il comune.
Ma qual è il modus operandi?
Si passa dall’offerta di appoggio e voti, con supporto economico e non, alle minacce e intimidazioni ai concorrenti. Gli obiettivi principali sono potere e appalti, via libera nell’edilizia privata e corsia preferenziale nei lavori pubblici. Il risultato sono cumuli di debiti, bilanci pubblici devastati e aggiudicazione di lavori, fondi e privilegi in modo illecito.
Dando un’occhiata alle statistiche riportate da Avviso Pubblico, sono i comuni più piccoli ad essere più esposti all’intervento della criminalità organizzata. Iil 72% dei comuni sciolti per mafia dal 1991 ad oggi che ha una popolazione residente inferiore ai ventimila abitanti, il 52% inferiore ai diecimila abitanti.
Vengono sciolti comuni soprattutto al sud, ma la linea della palma di cui parlava Leonardo Sciasci ne Il Giorno della Civetta e che dà il nome al dossier di Avviso Pubblico è salita fino a tutto il nord, lasciando che tutte le regioni della penisola fossero infettate da questo problema. «Forse tutta l’Italia sta diventando Sicilia. A me è venuta una fantasia, leggendo sui giornali gli scandali di quel governo regionale: gli scienziati dicono che la linea della palma, cioè il clima che è propizio alla vegetazione della palma, viene su, verso il nord, di cinquecento metri, mi pare, ogni anno. La linea della palma… Io invece dico: la linea del caffè ristretto, del caffè concentrato. E sale come l’ago di mercurio di un termometro, questa linea della palma, del caffè forte, degli scandali: su su per l’Italia, ed è già oltre Roma…».
Ben 56 comuni hanno subito più di una volta lo scioglimento del Consiglio Comunale per infiltrazioni della criminalità organizzata, 19 in addirittura tre diverse occasioni, fino ad arrivare al “record” di Marano di Napoli, entrato in un loop che lo ha portato ad addirittura quattro scioglimenti. La prima volta nel 1991 con l’allora sindaco DC Carlo Di Lanno rimasto in carica appena 4 mesi. Poco più di due anni di Commissione straordinaria per accogliere come primo cittadino Mauro Bertini, sindaco di Rifondazione Comunista che viene sfiduciato sul Bilancio, ma che vince le nuove elezioni e amministra, con due mandati, fino al 2006. Fino al 2011 è il turno di Salvatore Perrotta, sindaco PD che riesce a terminare il suo mandato, seguito da un altro sindaco PD, Mario Cavallo, la cui amministrazione decade a quasi un anno dall’elezione: secondo scioglimento in 11 anni.
Da lì è un’ecatombe: Angelo Liccardo di Forza Italia resta in carica dal 2013 al 2016 per poi “regalare” al Comune di Marano il terzo scioglimento in 15 anni. Dopo poco più di due anni di amministrazione, anche la Giunta di Rodolfo Visconti – sindaco PD – cede il posto alla commissione straordinaria per la quarta volta, dando a Marano il titolo di Comune che ha subito più scioglimenti per infiltrazioni della criminalità organizzata.
Lo scioglimento di un consiglio comunale dovrebbe avere diversi effetti, il primo dei quali, chiaramente, dovrebbe essere quello di allontanare gli amministratori collusi o minacciati dalla criminalità organizzata che non riescono più a garantire il buon andamento e l’imparzialità dell’amministrazione, per ristabilire la giustizia e fermare gli autori di fenomeni illeciti.
Inoltre, però, dovrebbe funzionare da deterrente culturale per dare un segnale a politici e popolazione, per sottolineare gli effetti negativi portati dalla presenza dei clan nei processi decisionali dell’amministrazione, per provare a “sanificare” il rapporto tra elettori e candidati, per emanare un messaggio culturale.
Eppure, ci troviamo di fronte a due evoluzioni del fenomeno: da un lato la linea della palma sale inglobando tutte le zone dello Stivale, da un altro alcuni comuni peccano di recidività.
C’è, inevitabilmente, la responsabilità degli amministratori che si lasciano affascinare da un fruttuoso rapporto con i clan sin dalle campagne elettorali, o prima ancora sin dall’entrata nelle liste politiche sul territorio. Così come c’è la responsabilità delle amministrazioni che non riescono a tenere fuori influenze e infiltrazioni della gestione della cosa pubblica. C’è, in primis, la responsabilità dei clan, dei criminali che provano (e troppo spesso riescono) a manovrare decisioni, fondi, appalti e aggiudicazioni. Ma, concedetemelo, c’è anche la responsabilità del popolo, degli elettori, dei supporters, troppo spesso schiavi di dinamiche e regolamenti non scritti figli di una politica clientelare anacronistica, oltre che eternamente squallida.
Il fenomeno, quindi, probabilmente, andrebbe affrontato dalle basi quanto dall’alto. Di certo, c’è bisogno che la legge sia sempre più stringente e provi sempre più a prevenire fenomeni corruttivi e infiltrazioni di qualunque tipo, perché le amministrazioni siano sempre più libere da certe dinamiche. Ma non si può negare o trascurare che è altrettanto importante che il popolo che è chiamato al voto e che risponde sempre più spesso assente alle chiamate elettorali, assuma piena consapevolezza e coscienza dell’arma che si trova tra le mani con quella matita in quella cabina.
Può sembrare un discorso banale che torna a galla periodicamente in tempi di elezioni, ma è fondamentale, per spezzare questo fenomeno, che tutti facciano la propria parte, anche oltre il voto. Lamentarsi di un sistema che evidentemente non funziona e poi supportare – anche nei modi più apparentemente innocui – dinamiche di “amicizia” e presunti scambi di favore rende tutti complici del disastro in cui si trovano i comuni vittime di questo fenomeno.
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