
La mostra Cronaca Artistica, presentata dall’artista Giuseppe Panariello, è tutt’altro che una manifestazione autocelebrativa di tecniche spettacolari alla ricerca di significati platonici e perfetti. Le dieci opere esposte dal 16 novembre al 31 dicembre nel Chiostro di San Giacomo della Marca, presso il Complesso Monumentale di Santa Maria La Nova, incarnano il silenzio delle vite spazzate via dal rumore assordante del genocidio in atto a Gaza.

Nel momento in cui ci si imbatte nelle opere si potrebbe pensare, in modo superficiale, alla volontà dell’artista di osare, di spingersi oltre la materia e ciò che appartiene alla dimensione terrena. Le forme ed i colori volutamente astratti e non convenzionali sembrerebbero concedere all’osservatore la libertà di interpretare l’opera secondo i propri canoni. Panariello, però, dà un’interpretazione ben precisa a così tanto caos confinato da cornici nere. L’unico modo per comprendere fino in fondo la mostra, è immedesimarsi negli occhi dei bambini che vivono e muoiono nei conflitti e, in questo caso particolare, quello di Gaza. I colori, ora chiari ora scuri, ma sempre confusi, sono la conseguenza delle bombe, dei gas, del calore soffocante, del sangue, della morte e della distruzione che continuano a segnare la storia palestinese.
«Dovete immaginare queste opere come una sequenza di fotogrammi. Ogni lavoro racconta il genocidio come se fosse un video ininterrotto: dall’istante in cui un razzo viene lanciato, fino al momento in cui esplode e diventa morte e distruzione.» – spiega Panariello – «Se un bambino avesse visto una scena del genere, cosa gli sarebbe rimasto nella mente? Ebbene, ci ho provato ed ho realizzato queste dieci opere». La mostra si pone dunque in modo esplicitamente solidale con la causa palestinese, facendosi denuncia e atto d’accusa non solo contro i responsabili diretti, ma anche contro l’indifferenza collettiva.
Panariello ribadisce che la mostra non vuole essere l’ennesimo grido di denuncia sterile e ripetitivo, ma: «È un invito a vedere, a sentire, a vivere. Portare nelle opere il frastuono delle marce forzate, il rumore delle foglie che resistono al vento, il pianto dei bambini e il canto degli ulivi. Sono una testimonianza di vita, un atto di amore verso una terra che non smette di sognare la libertà».
La chiave di lettura della mostra non è immediata: «Per leggere questa Cronaca Artistica occorre scegliere da che parte stare, impegnarci: vivere recintati, disorientati da un mare inquinato di sangue, incarcerati senza processo. Condannati a morte da un “tribunale militare”, o dal filo elettrificato. Come i palestinesi, dovremmo leggere non potendo andare a scuola, essere puniti sommariamente, deportati in nome del più forte. Per leggere questa CRONACA dovremmo essere anche noi cittadini di terza classe e vedere distrutta la nostra casa, e non avere patria», rivela Panariello.
Attraverso le parole dell’artista la mostra diventa più lucida, le opere assumono significati amari e il cuore diventa improvvisamente pesante. È chiara la forte sensibilità di Panariello, che attraverso l’apparente silenzio delle immagini create, riesce a raccontare il dramma del genocidio dal basso, dagli occhi di chi lo subisce. La forza della mostra è proprio questa, riportare la morte e la distruzione senza che questa sia necessariamente spiattellata come cronaca nuda e cruda dei fatti. A mostrare quella realtà ci sono le immagini virali che ci giungono quotidianamente da Gaza. All’osservatore non resta, quindi, che sporcarsi di polvere e sangue, abbandonando per un momento i propri privilegi, diventando parte degli ultimi.
Il professore Giuseppe Panariello, formatosi tra l’Istituto Statale d’Arte e l’Accademia di Belle Arti di Napoli, vive e lavora a Villaricca. In un nostro vecchio articolo dedicato a lui, avevamo parlato dell’iniziativa del “Museo Under14 artecontemporanea”, in cui aveva raccolto oltre 2500 opere dei suoi alunni nel corso di 35 anni. Attraverso cicli pittorici e scultorei, Panariello sviluppa un’arte essenziale, fondata sull’uso di materiali poveri, concepita non come esercizio di stile ma come gesto poetico e politico, capace di interrogare l’anima e parlare alle coscienze con un linguaggio primordiale e universale.
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