
Ritornato alla mente dei più attenti probabilmente per l‘Angelus domenicale del Papa, è innegabile che siano poche le notizie provenienti dal Myanmar. L’obiettivo del seguente articolo è cercare di ricostruire, nei limiti del possibile, le ragioni della poca trasparenza sull’informazione birmana. Immergiamoci nell’attuale situazione politica del Myanmar, uno stato spesso, colpevolmente, dimenticato.
Bisogna fare un grande salto temporale. Prima del 2021, le forze militari birmane perpetrano un colpo di Stato ai danni della Lega Nazionale della Democrazia (che aveva precedentemente vinto le elezioni a novembre 2020). Le stesse forze militari che a partire dal 1990 bloccarono le libere elezioni, fino al cambio radicale del 2015. Ma come possono le forze militari del Myanmar bloccare lo svolgimento delle libere elezioni? Dalla Costituzione e da un’analisi del quadro istituzionale birmano, emerge che il Presidente della Repubblica viene nominato da uno speciale collegio elettorale composto da parlamentari e forze armate. Inoltre, il Parlamento è composto da 440 membri, di cui 110 sono nominati dalle forze armate, e la Camera della Nazionalità è composta da 220 membri, di cui 108 sono nominati dalle forze armate.
Questo si traduce in 25% totale dei seggi spettanti alle forze armate, le quali si fanno rappresentare in sede istituzionale dal Partito dell’Unione della Solidarietà e dello Sviluppo. Ad esso, e quindi alle forze armate, è inoltre affidato il comando dei ministeri più importanti come Difesa e Controllo delle Frontiere, oltre che una tutela politica piuttosto ampia rispetto ai crimini di guerra commessi dalle stesse forze armate.
Tornando al citato Colpo di Stato: il giorno in cui il neo governo avrebbe avuto la prima riunione post elezioni, l’esercito interrompe le linee telefoniche nella capitale Naypyidaw. Inoltre, sospende i servizi televisivi ed arresta i leader del partito di maggioranza, la LND. Tra questi arresti quello che ha fatto più rumore è sicuramente quello perpetrato ai danni di Aung San Suu Kyi, il cui arresto ne provocò la destituzione. Inoltre, si è accusata lei di essere la mandante di omicidi di molti militari e di aver rifiutato di definirlo genocidio. Il comando militare, per aggiunta, denuncia che le già citate elezioni di novembre avrebbero subito un broglio importante da parte dei vincitori. A causa di questo sospetto, il governo ha indetto lo stato di emergenza nazionale per la durata di un anno. Il governo militare poi scioglie la Lega Nazionale della Democrazia, suscitando la disapprovazione pubblica degli Stati Uniti.
A tre anni dal golpe, non sembrano esserci passi significativi verso una risoluzione delle ostilità. Il governo militare proroga di volta in volta lo stato di emergenza per 6 mesi. Nella riunione dei Ministri degli Affari Esteri dell’ASEAN (di cui Myanmar fa parte) si è stabilito che la soluzione alla crisi debba essere interna, nel pieno rispetto del principio di non ingerenza. La proroga dello stato di emergenza comporta che, nel caso in cui non vi siano ulteriori proroghe, si organizzeranno nuove elezioni solo nel 2025. Uno scenario sinceramente improbabile in virtù del fatto che il governo militare ha pieni poteri e la sua discrezione è totalmente legittimata dalla Costituzione. Nonostante le denunce dell’Alto Commissario per i Diritti Umani delle NU Volker Türk, nonostante le condanne pubbliche dei vari stati, nonostante gli arresti illegittimi ai danni della popolazione civile, appare improbabile una soluzione pacifica.
Difatti è presente in Myanmar anche una fazione ribelle, la quale afferma di aver conquistato 3 città. Attualmente, l’unica soluzione possibile è una modifica alla Costituzione. Circostanza attuabile solo dal partito di maggioranza, il governo militare. Senza oppositori, con continue repressioni, ma cosa più importante con il principio di non ingerenza, la situazione appare sempre più nefasta. Neanche l’informazione appare sicura in Myanmar.
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