
Ci sono parole che, pronunciate con il giusto peso, risuonano ben oltre il loro significato immediato. “Attraversamenti“, ad esempio, porta con sé il senso del passaggio, dell’incontro, dell’inevitabile scambio tra esperienze e sensibilità differenti. E proprio di un attraversamento artistico – e culturale – si tratta, quello promosso dall’Accademia di Belle Arti di Napoli attraverso l’iniziativa “Crossings, Art Without Limits“. Arte senza limiti: un progetto ambizioso, che non si accontenta di restare confinato nei rassicuranti circuiti accademici, ma si proietta nel mondo con un respiro internazionale e, per certi versi, persino politico.
Diciamolo subito: l’internazionalizzazione dell’Accademia non è più una semplice dichiarazione d’intenti, ma un’azione concreta, sostenuta da un cospicuo piano di finanziamenti pubblici e privati che ammontano a circa 4 milioni di euro. Questi fondi, distribuiti su sette progetti principali, vedono Napoli coinvolta in prima linea con “Performing“, accanto ad altre iniziative come “Deh-Alma“, dedicato alla formazione digitale, e “Proben“, mirato al benessere psicofisico. Ma ciò che distingue Crossings dalle altre esperienze è la sua natura profondamente multidisciplinare e la volontà di inserirsi nei flussi della contemporaneità con una rete che collega dodici realtà culturali e scientifiche italiane, coordinate dall’Accademia di Belle Arti di Catanzaro.
Per comprendere la portata di questa iniziativa bisogna immaginare una mappa che collega Napoli a città come Beirut, Mitrovica, Alessandria d’Egitto, tutte accomunate da una storia densa, segnata da conflitti e rinascite. Non è un caso che proprio qui si concentreranno interventi artistici in spazi pubblici. Disegno, scultura, scenografia e danza diventeranno strumenti per ricucire strappi e creare ponti tra comunità spesso frammentate. Ma, attenzione, non si tratta di un gesto puramente simbolico, né di un’operazione estetica fine a se stessa. L’arte, in questo contesto, assume una valenza sociale, politica, quasi terapeutica. Pensiamo a Mitrovica, in Kosovo: una città divisa, in cui il fiume Ibar separa fisicamente serbi e albanesi. In un luogo simile, realizzare un’opera condivisa significa sfidare i confini imposti dalla storia. Significa provare a immaginare un’idea di comunità che, se non si è ancora realizzata nella realtà, può almeno esistere nello spazio dell’arte. Lo stesso si può dire per Beirut, città da sempre sospesa tra splendore e macerie, e per Alessandria d’Egitto, simbolo di un Mediterraneo che è stato crocevia di culture e che oggi tenta di riscoprirsi come tale.
L’iniziativa si sviluppa in più fasi. Dal 5 al 31 maggio si terranno gli incontri e le prime azioni operative, coinvolgendo anche città come Tirana, Belgrado, Sofia, Istanbul, Amman, Il Cairo e Atene. Un percorso che ha il sapore del Grand Tour settecentesco, ma con finalità decisamente più contemporanee: il dialogo interculturale, l’interscambio accademico, la produzione collettiva di opere artistiche. Questo viaggio culminerà in un Campus internazionale a Napoli, dove giovani artisti trasformeranno le esperienze raccolte in scenografie, costumi, installazioni e performance. E qui si giunge al cuore dell’operazione: l’atto finale, che si consumerà nel settembre 2025 con tre grandi performance in altrettanti luoghi emblematici. Oltre a Mitrovica e Beirut, una terza rappresentazione si terrà in un teatro storico di Alessandria d’Egitto, testimone di secoli di scambi culturali. Poi, il ritorno a Napoli, dove l’Accademia accoglierà studenti e artisti per un’esposizione conclusiva, come a voler raccogliere i frutti di questo lungo itinerario.
C’è un’idea di fondo che attraversa Crossings ed è quella della contaminazione, in senso alto. Non si tratta solo di esporre opere o di mettere in scena performance, ma di incontrarsi, di condividere visioni, di rispondere alle sfide del presente con il linguaggio dell’arte. Non è un caso che il progetto si rivolga a paesi che, in modi diversi, hanno vissuto il trauma del conflitto o della frammentazione culturale. L’arte, qui, assume il compito – difficile, certo, ma non impossibile – di costruire un terreno comune, di suggerire nuove modalità di convivenza. E allora, più che una semplice iniziativa accademica, Crossings appare come un invito. Un invito a guardare oltre i propri confini, a concepire l’arte non come esercizio autoreferenziale, ma come spazio di resistenza e di possibilità. Una lezione che, in tempi come questi, varrebbe la pena imparare.
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