
Il D.L. 116/2025 (Terra dei Fuochi) è legge. Un intervento in chiave repressiva del legislatore, che va a colpire la gestione illecita dei rifiuti (di cui all’art. 256 TUA) che diventa delitto. Non solo per chi opera senza autorizzazione, ma anche per chi è autorizzato e viola le prescrizioni: reclusione da 6 mesi a 3 anni, da 1 a 5 anni se i rifiuti sono pericolosi.
Tutto perfetto, se non fosse che all’ultimo sia stato inserito un emendamento che smorza il pugno repressivo. Qualcosa è improvvisamente cambiato rispetto al Documento originario ed è il caso di analizzare nel dettaglio la novità.
L’emendamento (proposto dalla maggioranza) approvato dalla Commissione Giustizia del Senato, in merito ai casi di violazioni “minori” commesse da soggetti autorizzati, riapre la porta alle ammende e restringe il perimetro dei casi in cui scatta l’arresto, l’ammenda ha un raggio che va dai 6mila ai 52mila euro. Un cambio di passo che permetterebbe di ri-monetizzare l’illecito e che consentirebbe di ricalcolarlo come costo d’impresa.
Con la reclusione “secca” anche per gli autorizzati in difformità, l’imprenditore sapeva che il rischio era penale e personale. Con la reintroduzione dell’ammenda, lo scenario è tornato negoziabile e il paradigma è un classico: si pesa la multa contro il margine di guadagno ottenuto violando la regola.
Ma facciamo un esempio concreto per capirci di più. Un impianto è autorizzato a trattare 100 tonnellate di rifiuti al mese, ma ne gestisce 130, accumulando balle all’aperto e abbattendo i tempi di tracciabilità. Con il decreto originario, il responsabile rischiava il delitto e il sequestro immediato. Con l’emendamento, in molti casi torna la logica della sanzione pecuniaria (l’ammenda di cui sopra).
Ed è un paradigma pericoloso per un business che riesce a giocare sul filo, soprattutto quando non teme il delitto. Un sovraccarico di 30 tonnellate a mese può essere decifrato come “trascurabile” in termini penali dal D.L. ma in realtà può rafforzare un business sistemico ben calibrato.
Qualcuno dirà: “sì, ma si prevede l’arresto fino a tre anni per le condotte più gravi, l’ammenda c’è solo se non si tratta di rifiuti pericolosi e che non compromettano l’ambiente e la salute pubblica“. È vero, ma ricordiamo che nel caso della “salute pubblica e l’ambiente” c’è ancora una retorica negazionista ampissima sul mancato nesso tra patologie tumorali e tombamento di rifiuti tossici dagli anni ’80.
Ancora oggi non c’è un registro tumori degno perché il nesso con la salute pubblica è oggetto di mistificazioni e dietrofront. Nella penultima riunione a Caivano, il direttore dell’ASL di Caserta, Antonio Limone, ha dichiarato: “Se fai un’azione (di biomonitoraggio .ndr) subito, rischi di non trovare niente. La penetrazione delle sostanze, come ad esempio la diossina, è lenta e progressiva“. Se è difficile riuscire ad accettare le conseguenze ambientali e sanitarie della Terra dei Fuochi, figuriamoci quelle imputabili ad un singolo impianto.
“Però almeno c’è il carcere”. Non esattamente. Nella prassi, per un incensurato, la cornice appena descritta non si traduce quasi mai in carcere. Prevalgono sospensione condizionale e misure alternative. L’azione repressiva tanto sbandierata, nella sostanza potrebbe non tradursi nel carcere per chi inquina in termini ben più gravi di quelli descritti nell’esempio.
Un altro caso emblematico è il “tombamento intelligente”: terre e rocce da scavo miste a rifiuti finiscono sotto una gettata, “in difformità” dall’autorizzazione. Con il delitto automatico la filiera subiva un’azione penale, ma se la violazione minore ridiventa ammenda, il gioco torna conveniente. In che senso conveniente? Il risparmio dei costi di conferimento si trasforma in guadagni e la funzione repressiva dell’ammenda è sempre legata a controlli efficaci (un rebus infinito ancora irrisolto).
Nel testo originario, oltre all’aggravante dell’attività d’impresa, veniva introdotta una responsabilità penale per omessa vigilanza del titolare o del responsabile dell’attività per i delitti ambientali riconducibili all’impresa. In sede di conversione questa leva è stata sfoltita: non basta più il ruolo apicale, va provata una grave negligenza o un coinvolgimento.
Un ostacolo per la Giustizia e un successo per l’emendamento di Forza Italia, che si apre a critiche di veduta politica. La storia della Terra dei Fuochi è fatta di dirigenti apicali di imprese che non hanno mai realmente pagato per l’inquinamento fatto, a parte alcuni casi noti in cui si è riusciti a dimostrare un diretto coinvolgimento.
Anche qui il rischio è quello di non colpire le menti, ma le braccia di un sistema ben più complesso. Il futuro ci darà se il Decreto riuscirà a colpire i vertici delle aziende che inquinano illegalmente, ma una riflessione critica di questa modifica legislativa è necessaria.
Rimangono novità importanti: nuove fattispecie e aggravanti, confische più ampie, arresto in flagranza differita anche per reati ambientali, e l’inasprimento dell’art. 256 nel suo impianto base. Le ha analizzate bene in un approfondimento il magistrato Francesco Balato sul nostro giornale in questo articolo che vi invitiamo a leggere.
Ma il cuore deterrente pensato per colpire anche gli autorizzati in difformità è stato indebolito. Su questo c’è poco da discute, ahìnoi.
Per noi legare il business illecito dei rifiuti alla lotta ai rifiuti urbani è riduttivo, così come lo è pensare che la Terra dei Fuochi ormai sia finita.
Aziende deviate continuano a tombare rifiuti pericolosi per eludere i costi di smaltimento, confortati da controlli e monitoraggi poco pervasivi. L’utilizzo di mezzi di monitoraggio prestanti come i “droni” in Campania è ancora un miraggio, mentre in altre regione è una realtà consolidata volta al contrasto dei crimini ambientali.
I controlli agli impianti sono necessari ma assenti. La realtà è che in Campania convivono impianti autorizzati in AIA (grandi soggetti IED) e impianti in procedura ordinaria ex art. 208 / AUA (competenza regionale/provinciale). ARPAC censisce e pubblica gli impianti e gli esiti dei controlli, ma regole e trasparenza non sono uniformi tra i due mondi. E il business criminale si inserisce in questa falla burocratica, approfittando ogni giorno di una strategia di controllo che preferisce stare su strada a lottare contro i cumuli urbani.
L’Unione Europea ha provato a sollecitare i controlli agli impianti, con una direttiva sulle emissioni industriali che all’interno contiene nuove regole per il controllo.
Sulla carta la direttiva europea IED impone un ritmo preciso: i piani ispettivi devono essere basati sul rischio e tra due visite in loco non devono passare più di 12 mesi per gli impianti a rischio alto e non più di 36 mesi per quelli a rischio basso (art. 23 IED).
Nel mondo reale il passo è più lento: nel 2021 il SNPA (Sistema Nazionale per la Protezione dell’Ambiente, vi linkerei il sito ma è fuori uso…) ha contato poco più di 1.800 visite su oltre 6.400 installazioni AIA (statali e regionali). Tradotto: circa il 28% degli impianti ha avuto un sopralluogo quell’anno, cioè meno di 3 su 10. A questo ritmo, la “rotazione” media sfiora i 3,5 anni, già oltre la cadenza massima prevista per i siti a rischio basso, e lontanissima dalla visita annuale che la IED chiede per i più critici.
Se su dieci capannoni ne vedi meno di tre all’anno, alcuni siti possono restare anni senza un controllo completo proprio mentre cambiano i flussi (più plastiche, più RAEE, più batterie al litio). Allo stesso tempo aumentano i fenomeni di cui abbiamo parlato sopra: crescono i cumuli e l’adeguamento antincendio procede a rilento. Il risultato è il rischio effettivo che la prima ispezione “seria” arrivi dopo l’incendio, non prima. Ecco la falla del sistema: la frequenza media non è compatibile con una vera vigilanza basata sul rischio e la parte alta del rischio resta scoperta.
A Palazzo Santa Lucia è stata presentata la 64esima edizione del Giro di Campania, alla presenza dell’Assessora allo Sport...
La Costiera Amalfitana brucia ormai da giorni. Tra la devastazione e le fiamme alimentate dai forti venti, si lavora incessan...
Il 16 settembre 2026 sono stati ultimati i lavori riguardo il restauro dell’edicola votiva di San Gennaro, situata in piazz...
Come ogni mese torna la nostra rubrica culturale “Leggere che passione”, ecco i due libri consigliati ai nostri lettori. ...