
«Noi corriamo i duecento metri alle Olimpiadi, ma con uno zaino pieno di piombo sulle spalle». Massimiliano Santoli usa un’immagine netta per descrivere cosa significhi fare impresa partendo dalla provincia di Caserta: più ostacoli da superare, ma nessun alibi quando arrivano il momento della qualità e la prova dei risultati. Architetto di formazione e imprenditore di prima generazione, Santoli è il CEO di Studioesse, società nata ad Aversa e oggi attiva in tutta Italia nell’organizzazione di congressi ed eventi, nella comunicazione, nell’editoria e nelle produzioni audiovisive. Dalla storica collaborazione con il Convegno dei Giovani Imprenditori di Capri ai progetti realizzati per grandi organizzazioni nazionali, fino alla rivista di bordo di Frecciarossa, la crescita dell’azienda è passata attraverso una scelta precisa: comportarsi da grande impresa anche quando si è ancora piccoli.
Nella sua storia personale convivono l’eredità culturale di un padre architetto, la tecnologia introdotta quando il settore era ancora legato a modelli tradizionali e l’esperienza in Confindustria, che Santoli considera una vera scuola d’impresa. Ma soprattutto emerge una convinzione: restare al Sud non deve significare ridurre le proprie ambizioni.
«Siamo nati come società di congressi. È una delle attività più complesse nel nostro settore: un evento con mille persone è, per così dire, “una volta mille”, mentre un congresso è “mille volte uno”. Ogni partecipante può avere un volo, una camera, un trasferimento, un’esigenza alimentare o organizzativa diversa. Devi lavorare sulla singola persona e, nello stesso tempo, garantire che l’intera macchina funzioni. Nel tempo abbiamo affiancato a questo nucleo la comunicazione e la grafica, perché erano già componenti fondamentali del nostro lavoro. Oggi ci occupiamo anche di editoria, social, video e produzioni televisive applicate agli eventi. Da oltre dieci anni, insieme a un partner, lavoriamo alla rivista di bordo “La Freccia” e ad altri prodotti editoriali per il Gruppo Ferrovie dello Stato. Operiamo in tutta Italia e realizziamo soltanto una parte limitata del nostro fatturato in Campania».
«Sono un imprenditore di prima generazione. Da mio padre ho ricevuto la sensibilità per la bellezza, il disegno e la qualità, ma non venivo da una famiglia industriale. Quando entrai in Confindustria, nel 2007, avevo una struttura ancora molto piccola. Cominciai a frequentare il Gruppo Giovani e nel 2008 ne diventai presidente. Sedermi allo stesso tavolo con imprenditori che avevano fatto la storia del territorio, ascoltare i loro ragionamenti e capire come affrontavano problemi e decisioni mi ha aiutato a diventare davvero imprenditore».
«Il Convegno dei Giovani Imprenditori di Capri. Nel 2008 Federica Guidi, allora presidente nazionale dei Giovani Imprenditori e successivamente ministra dello Sviluppo economico, mi propose di organizzarlo. Mi indicò una cifra e io accettai, pur non sapendo ancora se fosse alta, bassa o sufficiente. Da allora continuiamo a curare quell’appuntamento. Per me Capri è stato l’inizio: ancora oggi rappresenta uno dei biglietti da visita più importanti di Studioesse. Non perché sia un traguardo finale, ma perché ha certificato la capacità di una realtà nata ad Aversa di misurarsi con un evento nazionale e di mantenerne nel tempo la fiducia».
«Una volta, durante un grande evento, una persona mi disse: “Siete davvero bravi, per essere di Napoli”. Gli risposi che professionalità, intelligenza e capacità non dipendono dal luogo nel quale si nasce. Noi abbiamo dovuto correre come nei duecento metri alle Olimpiadi, però con uno zaino pieno di piombo. Partire da Aversa e competere con aziende di Roma o Milano ha richiesto uno sforzo maggiore per emergere. Una volta conquistata la fiducia, però, la provenienza smette di essere un limite».
«Il fenomeno esiste ed è pericoloso. Siamo spesso noi stessi a convincerci che, per offrire un futuro ai nostri figli, sia necessario mandarli al Nord. In questo modo alimentiamo l’emorragia di competenze. Il territorio ha pagato anche il peso della criminalità organizzata: ci ha resi diffidenti, poco inclini a cooperare e spesso timorosi di mostrare ciò che avevamo costruito. Per anni molte eccellenze sono rimaste chiuse dentro capannoni anonimi. Un giovane passava davanti a quelle aziende senza sapere che lavoravano in tutto il mondo e cercava altrove le opportunità che esistevano già qui. Ora dobbiamo raccontarci meglio e mostrare con orgoglio qualità e specializzazioni».
«Gli direi di credere nei propri ideali e nel lavoro che ha scelto. Pensare che il successo sia possibile soltanto in una città più ricca rischia di diventare un alibi. Chi non crede in sé stesso difficilmente emergerà altrove soltanto perché ha cambiato indirizzo».
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