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Da un assalto all'altro: le somiglianze tra Washington e Brasilia

Sara Marseglia
Sara MarsegliaRedazione Informare
12 gennaio 20235 min di lettura

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Da un assalto all'altro: le somiglianze tra Washington e Brasilia

Indice (4)

  • 1Dall’assalto di Washington a quello di Brasilia: il ruolo delle forze dell’ordine
  • 2Dissociati dal mondo: le conseguenze di un’informazione faziosa
  • 3Stato d’emergenza: come affrontare il post crisi?
  • 4Le somme dei due assalti a confronto

A un anno e un paio di giorni dall’assalto del 6 Gennaio a Capitol Hill, ecco che l’8 Gennaio è la volta di Brasilia. Come era stato più volte annunciato e minacciato, un gruppo di sostenitori di Bolsonaro provenienti da ogni parte del paese ha raggiunto la capitale. I protestanti hanno poi forzato senza troppe difficoltà l’ingresso del Congresso di Brasilia, della corte suprema e della sede del governo. Il motivo della protesta è semplice: come il loro leader, anche i seguaci di Bolsonaro non riconoscono la vittoria di Lula.

Dopo la sconfitta al ballottaggio di Dicembre, la tensione era salita sempre di più. Non solo l’ex presidente non si è mai congratulato con il nuovo eletto, ma è volato in Florida il 30 dicembre, prima della fine del suo mandato. Questa permanenza conferma la vicinanza ideologica tra i due leader, i cui retroscena sono così simili da poter mettere i due assalti a confronto.

Dall’assalto di Washington a quello di Brasilia: il ruolo delle forze dell’ordine

Come spesso accade, le forze dell’ordine tendono a strizzare l’occhio ai partiti conservatori, quelli che nell’apparto statale più si avvicinano al loro auspicato “ritorno all’ordine”. Così è accaduto durante l’assalto di Washington e quelle di Brasilia. Qui, i sostenitori di Bolsonaro si sono accampati nel Settore militare urbana, zona di esclusiva responsabilità militare. Dal canto suo l’esercito non solo ha impedito l’ingresso alla polizia nella suddetta zona, ma molti militari, durante l’assalto, hanno anche ripreso le scene limitandosi a sorridere compiaciuti. Queste immagini ricordano in modo preoccupante quelle della polizia statunitense che sposta le transenne per lasciar passare la folla, lasciandola entrare nelle stanze più interne del Campidoglio.

Ovviamente, ciò evidenzia che proprio le figure chiave nel mantenimento dello status quo sono disposte ad abbandonare il proprio ruolo nel caso in cui un sovvertimento del potere producesse una situazione più affine ai loro ideali. L’anno scorso rappresentò un grande colpo per la società occidentale scoprire di vivere in situazioni instabili. Quest’anno la preoccupazione nasce dal fatto che Capitol Hill non è stato un evento isolato, ma replicabile in ogni luogo in cui ci siano dei presupposti.

Dissociati dal mondo: le conseguenze di un’informazione faziosa

Un altro elemento che accomuna i due eventi è che tutti i partecipanti hanno un background condiviso: hanno abbandonato i canali di informazione tradizionale in favore di mezzi sempre più faziosi. Gruppi su Telegram, Facebook, Reddit proliferano di fake news, inneggiamenti all’odio e alla violenza. Anche TikTok non fa eccezione: i video che inneggiavano al “vamos ao congresso em Brasìlia” (cioè “andiamo al congresso a Brasilia) avevano contato varie centinaia di migliaia di visualizzazioni. Allo stesso modo anche la rivolta di Washington era stata organizzata prima e postata poi sui social. In quel caso, inoltre, gli stessi post che avevano portato all’escalation degli eventi, avevano fatto da prove incriminanti negli arresti di numerosi protestanti.

Dopo i primi 400 arresti delle ultime ore, probabilmente anche a Brasilia le tracce rimaste sul web aiuteranno la polizia nell’individuare le persone coinvolte. Rimane però la consapevolezza che i social consentono la creazione di vere e proprie casse di risonanza per le teorie complottiste e la disinformazione. Si tratta del “confirmation bias”: quel fenomeno per cui una persona con le sue convinzioni ascolterà e accoglierà solo informazioni che vadano a suo vantaggio. Come liberarsene? Dall’anno scorso alcuni social hanno censurato Trump, costringendolo a ritirarsi su una piattaforma propria, Truth. Tuttavia, combattere la disinformazione con la censura risulta poco convincente, soprattutto in un’ottica di stabilizzazione della democrazia.

Stato d’emergenza: come affrontare il post crisi?

Sia nel caso di Lula che di Biden, la gestione della tensione in seguito al golpe rappresenta la prima sfida del mandato. In entrambi i casi, la vittoria non era stata schiacciante e la situazione interna risultava piuttosto frammentata. A degli attacchi così gravi, soprattutto da un punto di vista simbolico e della percezione dell’opinione pubblica, non poteva che seguire la dichiarazione dello stato d’emergenza. Lula ha affermato che ci sarà “un decreto sull’intervento nel Distretto Federale della capitale al fine di contenere violazioni su larga scala dell’ordine pubblico”. In entrambi i Paesi, dove vige un sistema federale, l’apparato centrale ha revocato la gestione della sicurezza agli stati delle proteste.

Le somme dei due assalti a confronto

L’unica vera differenza riscontrabile tra i due assalti è stata la mancanza di armi nelle proteste di Brasilia, dove i protestanti sembravano più interessanti a scattare selfie e andare in diretta su Instagram. Per il resto è innegabile che il copione di Washington è stato replicato fedelmente a Brasilia: il silenzio da parte dei leader coinvolti il coinvolgimento delle forze delle forze dell’ordine, la tendenza alla cospirazione. Il 6 gennaio 2022 ha costituito un’importante prima volta, che però sembra aver insegnato ben poco. Infatti, se c’è una cosa che davvero stupisce di entrambi gli eventi è l’inazione dei governi nonostante la prevedibilità delle tensioni.

Tags
  • #Brasilia
  • #Washington
Sara Marseglia
Redazione Informare

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