
Chiara Ferragni per il pandoro griffato, Giorgia Meloni a prescindere di qualunque cosa faccia, Gérard Depardieu per le accuse di molestie sessuali. Vittorio Sgarbi per la storia del quadro rubato. Chi, alla fine della fiera, dopo un processo regolare è stato giudicato innocente. Ma prima, ha dovuto subire un processo mediatico che a mio parere andrebbe sempre condannato. Questi (e moltissimi altri) nel vortice delle shitstorm.
Nel contesto della comunicazione digitale contemporanea, il termine “shitstorm” ha guadagnato notevole rilevanza, diventando una componente intrinseca della cultura online. Quando parliamo di shitstorm consideriamo fenomeni di risonanza collettiva che, catalizzando l’attenzione attraverso la mobilitazione online, generano flussi massicci di diffamazioni inopportune. Sarebbe opportuno quindi dilungarci sulla loro vera essenza come strumenti strategici per danneggiare la reputazione individuale.
Il termine “shitstorm” si riferisce a un massiccio flusso di critiche, spesso virulente e aggressive, che si riversa su un individuo o un’organizzazione attraverso i canali di comunicazione digitale, come i social media. Queste tempeste digitali sono spesso innescate da eventi controversi, dichiarazioni impopolari o comportamenti contestati, catalizzando l’attenzione e scatenando un’ondata di reazioni emotive.
La folla online, incoraggiata proprio dalla possibilità di nascondersi dietro uno schermo, agisce come un organismo sociale, manifestando un comportamento emotivo amplificato e spesso irrazionale, alimentato dalla facilità di comunicazione e diffusione delle informazioni – spesso incontrollate e non corrispondenti ai fatti – nel mondo digitale.
Le shitstorm, quindi, rappresentano una manifestazione digitale della psicologia di massa, in cui l’indignazione e l’ira si propagano attraverso le interconnessioni della rete. Erich Fromm in “Anatomy of Human Destructiveness” (Anatomia della distruttività umana), pubblicato nel 1973, dove sottolinea la tendenza umana a cercare un nemico comune per consolidare l’identità collettiva. Le shitstorm forniscono un terreno fertile per questa dinamica, offrendo un bersaglio su cui canalizzare le frustrazioni e costruire un senso di coesione nel gruppo digitale.
Le shitstorm, sebbene possano sembrare spontanee, spesso seguono una sequenza organizzata. In “So You’ve Been Publicly Shamed“, lo scrittore Jon Ronson suggerisce che dietro molte shitstorm c’è una struttura organizzativa invisibile, con individui che sfruttano le piattaforme online per mobilitare altri nella condanna di un individuo o di un’azienda.
Le strategie orchestrali coinvolgono spesso la manipolazione delle emozioni della folla. La psicologia della massa, come descritta da Sigmund Freud in “Psicologia delle masse e analisi dell’Io,” evidenzia la propensione delle folle a proiettare le proprie ansie e frustrazioni su un bersaglio comune. Le shitstorm diventano così una forma di catarsi collettiva, in cui la rabbia e la frustrazione vengono espresse e canalizzate verso un obiettivo specifico. La teoria dell’identità sociale di Henri Tajfel sottolinea come le persone tendano a identificarsi con gruppi e a discriminare gli altri in nome di tale appartenenza. Nelle shitstorm, la manipolazione delle emozioni della folla si basa su questo principio, amplificando il senso di giustizia collettiva e incentivando una reazione emotiva estrema.
Uno studio condotto da Susan Fiske et al., pubblicato su “Proceedings of the National Academy of Sciences” si è concentrato sull’effetto delle valutazioni online sulla percezione sociale e sulle opportunità della persona interessata. I risultati evidenziano un impatto significativo sulla reputazione individuale, indicando che la dimensione digitale della reputazione svolge un ruolo cruciale nelle dinamiche sociali.
Le shitstorm, pertanto, possono essere interpretate come strumenti tattici di comunicazione, poiché mirano a danneggiare la reputazione di un individuo attraverso la manipolazione delle percezioni online. Gli effetti a lungo termine su carriera e relazioni personali sono evidenti, sottolineando la potenza e la pericolosità di tali campagne. Attraverso la mobilitazione della folla e l’amplificazione delle emozioni negative, coloro che orchestrano tali campagne mirano a colpire l’immagine pubblica dell’obiettivo, con effetti a lungo termine sulla sua vita personale e professionale.
L’orchestrazione di shitstorm può derivare da una varietà di attori, e spesso non c’è un singolo responsabile definito. In alcuni casi, le shitstorm possono originarsi da individui o gruppi che si sentono offesi da comportamenti o dichiarazioni di un’altra persona. Questi individui possono utilizzare i social media per esprimere la propria indignazione e mobilitare altri nella critica. Nell’ambito competitivo e politico, concorrenti o oppositori possono cercare di danneggiare la reputazione di un individuo o di un’organizzazione attraverso la manipolazione delle reazioni online. Seguendo ogni campagna elettorale, ad esempio, possiamo renderci conto di ciò. Questa tattica ormai consolidata può avvenire attraverso la diffusione di informazioni negative, la distorsione dei fatti o la generazione di controversie. È importante notare che le shitstorm possono anche svilupparsi spontaneamente, senza una regia ben definita. La natura virale delle informazioni online può portare a un rapido diffondersi di reazioni negative senza una pianificazione premeditata.
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