
A Caserta i beni confiscati alla camorra sono 31. Appartamenti, terreni, locali e fabbricati sottratti ai clan attraverso provvedimenti della magistratura e successivamente trasferiti al patrimonio comunale con l’obiettivo di essere destinati ad attività di interesse pubblico.
Si tratta di immobili distribuiti in diverse aree della città, tra cui Falciano, San Leucio, Ercole, San Vitaliano, via Guido D’Orso, via Sant’Antonio e la zona di Petrarelle. Luoghi che raccontano una delle sfide più complesse della lotta alle mafie, la riabilitazione. Non basta, infatti, sottrarre patrimoni accumulati illegalmente; occorre anche renderli utili al territorio attraverso servizi, progetti sociali e attività collettive.
Le procedure di gestione e destinazione dei beni in questione sono disciplinate dal Codice Antimafia (D.Lgs. 159/2011), aggiornato con le modifiche apportate, da ultimo, dal D.L. 11 aprile 2025, n. 48, convertito dalla L. 9 giugno 2025, n. 80, dalla L. 6 giugno 2025, n. 82 e dal D.L. 8 agosto 2025, n. 116, convertito, con modificazioni, dalla L. 3 ottobre 2025, n. 147, e coordinate dall’Agenzia Nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata (ANBSC). La confisca rappresenta quindi non solo uno strumento pratico di contrasto alla criminalità organizzata, ma anche un’opportunità di riutilizzo pubblico di risorse sottratte ai clan.
Osservando l’elenco dei beni confiscati pubblicato dal Comune di Caserta, aggiornato per l’ultima volta al maggio 2025, emerge però una situazione più complessa. Accanto ad alcune esperienze già operative e riuscite – come gli immobili di Falciano, in via Assunta, destinati all’accoglienza di donne con figli minori, con il coinvolgimento della cooperativa Spazio Donna che opera sul territorio dal 1990. Oppure il terreno di via Petrarelle, affidato alla Croce Rossa Italiana – figurano numerosi immobili ancora “in corso di valorizzazione”, “in istruttoria” oppure in attesa di assegnazione tramite avviso pubblico.
Definizioni amministrative che spesso corrispondono a edifici inutilizzati, interventi non completati o procedure ancora in corso. La confisca definitiva rappresenta infatti soltanto il primo passo di un percorso che richiede risorse economiche, lavori di riqualificazione e capacità amministrativa. In assenza di questi elementi, gli immobili rischiano di restare per anni in una fase intermedia: sottratti alla criminalità organizzata, ma non ancora restituiti alla piena fruizione della comunità.
Il quadro che emerge a Caserta è quello di una realtà sospesa tra risultati raggiunti e obiettivi ancora da conseguire. Una rappresentazione che rispecchia adeguatamente anche il resto del panorama nazionale, come risulta dalla piattaforma “Confiscati Bene 2.0″ di “Libera – Associazioni, nomi e numeri contro le mafie” e “associazione onData” con il sostegno di Fondazione TIM; la quale si occupa di promuovere la trasparenza in materia con l’aiuto di cittadini, soggetti gestori e pubblica amministrazione, attraverso la raccolta dei dati ufficiali e il monitoraggio civico.
Da una parte troviamo quindi immobili che hanno una loro funzione sociale riconoscibile; dall’altra edifici e terreni che attendono ancora di essere recuperati, assegnati o valorizzati. Una situazione che mostra come la confisca rappresenti soltanto l’inizio di un cammino di riabilitazione socio-economica, il cui esito dipende dalla capacità delle istituzioni di trasformare un patrimonio sottratto alla criminalità organizzata in una risorsa concretamente fruibile dai cittadini. Resta da vedere, quindi, se alla luce delle nuove disposizioni del Regolamento comunale per l’acquisizione, la gestione e il riutilizzo dei beni immobili confiscati alla criminalità organizzata e a seguito dell’istituzione del primo incubatore di imprese sociali e giovanili realizzato in Italia su un bene confiscato alla camorra, questo iter burocratico complesso subirà agevolazioni restituendo a Caserta e alle sue province nuovi spazi da abitare.
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