
Negli anni il porto di Napoli è diventato uno dei più importanti crocevia per l’approdo e il passaggio di persone, merci e cose; uno dei maggiori punti di traffici e flussi turistico-commerciali non solo del Mar Mediterraneo, ma dell’Europa intera. Non si tratta soltanto di un’infrastruttura logistica: il porto di Napoli è storia viva della città, ne ha seguito lo sviluppo, interfacciandosi con tutte le popolazioni che nel corso dei secoli si sono insediate nel capoluogo partenopeo, conoscendone le tradizioni, gli usi e i costumi. Tuttavia, sin dalle origini della sua antica costruzione, fino alle ultime trasformazioni che ancora oggi lo vedono protagonista, lo scalo ha sempre rappresentato uno snodo cruciale, rispecchiando sia le fasi di successo che quelle di crisi di Napoli. Per comprendere meglio la rilevanza odierna del principale porto del sud Italia, basta leggere i seguenti dati: nel 2024 sono transitati 8,3 milioni di passeggeri complessivi, suddivisi tra crocieristi (1,5 milioni) e passeggeri di linea (6,8 milioni), ovvero quelli che raggiungono le vicine Ischia, Capri, Procida, la Sicilia e altre destinazioni; mentre il numero delle merci movimentate ha raggiunto i circa 19 milioni di tonnellate.
La storia del porto di Napoli inizia oltre duemila anni fa. Già nell’antica Partenope, poi trasformata in Neapolis dai coloni greci, il piccolo approdo era il punto di contatto con le rotte dell’Egeo e dell’Oriente. Con l’arrivo dei romani lo scalo diventa un punto commerciale fondamentale per lo scambio di grano, vino, olio e prodotti artigianali. Dopo la caduta dell’Impero, il porto attraversò secoli difficili tra invasioni barbariche e instabilità politica, ma la sua vocazione marittima non si perse. L’epoca sotto la corona aragonese consolidò la funzione mercantile della città, ma è con il regno borbonico, tra il XVIII e XIX secolo, che lo scalo conosce la sua vera età dell’oro: Carlo di Borbone investe massicciamente nell’ammodernamento infrastrutturale, con la costruzione di nuovi moli e del primo bacino di carenaggio del Mediterraneo, insieme al rafforzamento della cantieristica navale. Così, alla vigilia dell’Unità d’Italia, Napoli poteva vantare uno dei porti più attivi e tecnologicamente avanzati dell’intero continente. All’inizio del Novecento c’è una nuova fase di modernizzazione grazie all’inaugurazione dei moli Pisacane e Beverello, dove ancora oggi attraccano gli aliscafi che collegano il capoluogo con le isole del Golfo. Durante la Seconda guerra mondiale, l’infrastruttura è vittima di una serie di bombardamenti che costringono le autorità del dopoguerra a destinare ingenti somme di denaro per le opere di ricostruzione. Dopo un periodo di stagnazione derivante dal declino industriale, durato fino agli anni Novanta, dal 2000 il porto si è affermato come hub crocieristico più dinamico del Mediterraneo: sono stati realizzati interventi importanti come il waterfront, l’apertura del Molo San Vincenzo e progetti di riqualificazione urbana. Oggi l’infrastruttura è oggetto di diversi progetti di ampliamento verso la zona est della città, con l’obiettivo di rendere lo scalo ancora più competitivo. È questa la sfida, ma c’è da fare i conti con il possibile impatto sui quartieri limitrofi dal punto di vista ambientale e sulla tutela della salute pubblica.
Dal 2016 il porto di Napoli è gestito dall’Autorità di Sistema Portuale del Mar Tirreno Centrale, che comprende anche gli scali di Salerno e Castellammare di Stabia e che monitora annualmente i flussi turistico-commerciali del capoluogo. Nel 1980 Napoli movimentava più o meno 12 milioni di tonnellate di merci all’anno, con un traffico container quasi inesistente, mentre i passeggeri che approdavano o passavano per la città si aggiravano intorno ai 3 milioni. Dopo quarant’anni i numeri sono aumentati vistosamente. Dall’ultimo report pubblicato dall’ente, che rientra nel piano operativo triennale 2023-25, si legge che i porti della Campania hanno fatto segnare nell’interno anno 2023 un traffico di crocieristi pari a 1,7 milioni (1,5 a Napoli), superando anche i dati pre-Covid, periodo durante il quale il settore ha vissuto la fase più critica degli ultimi decenni; invece, il traffico passeggeri è arrivato quasi a 9 milioni. Per quanto riguarda le merci, ad eccezione dell’anno 2020 che ha registrato una flessione del traffico complessivo (-7%) rispetto ai livelli pre-pandemici, nei restanti anni del quinquennio 2019-2023 le tonnellate trasportate sono rimaste piuttosto stabili, attestandosi sui 32 milioni circa. La movimentazione è composta prevalentemente da rinfuse solide, container e prodotti petroliferi: sempre nel 2023 il traffico containerizzato si è attestato a 940mila TEU movimentati (500mila a Napoli), valore più basso rispetto al 2019, così come per il traffico Ro-Ro (trasporto veicoli su navi traghetto), che ha movimentato poco più di un milione di veicoli nel 2024 (-3% rispetto al 2019).
Il dilemma è tutto qui: aumentare ancora di più i traffici e rendere il porto di Napoli un definitivo fiore all’occhiello tra le infrastrutture italiane o ascoltare e seguire le ragioni dei più critici, abbracciando un ideale ambientalista?
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