
Tra sentieri poco battuti e una radura brulla, lì sulla cima del Monte Crestagallo, si erge un edificio che, spesso e volentieri, non trova spazio tra guide turistiche e itinerari d’ogni sorta. Si tratta del Monastero di Sant’Anna de Aquis Vivis: un luogo che, nel lontano Medioevo, ha accolto fedeli ed eremiti da ogni dove, trasformandosi in casa e rifugio. Ben presto, però, il complesso di Sant’Anna ha cominciato ad espandersi, in particolar modo con la costruzione dell’omonima chiesa, situata poco distante, grazie all’intervento di Sancha d’Aragona, regina consorte di Roberto d’Angiò.
Fu solo nel 1342, diciassette anni dopo l’edificazione della Chiesa di Sant’Anna, che s’istituì un monastero vero e proprio, posto sotto la giurisdizione del Monastero del Sacro Speco di San Benedetto, i cui monaci, da Subiaco, ben presto si trasferirono qui. Nel XV secolo, il monastero passò alla giurisdizione di Montecassino, e da allora subì un lento e inesorabile periodo di decadimento. Tra piccoli restauri e tentativi di ripristinare il tuo status originale come meta religiosa, il luogo di culto venne lentamente abbandonato; ai piedi del monte, difatti, stavano nascendo nuovi centri che i pellegrini avrebbero raggiunto molto più facilmente.
Il monastero è stato successivamente comprato dal professor Emilio Lapiello e, nel 2000, donato alla Diocesi di Sessa Aurunca: i lavori di restauro, tuttavia, vengono interrotti dopo pochi anni. Dopo oltre vent’anni di incuria, nel 2023, la struttura è tornata nelle mani degli eredi del professor Lapiello i quali, coadiuvati dall’ASD La Colombaia APS, stanno portando avanti un progetto di restauro e di riapertura del sito.
Il Monastero – che trae il proprio nome da una presunta sorgente di acque miracolose situata a poca distanza dall’edificio – è sconosciuto ai più, anche agli stessi abitanti di Mondragone. Nonostante la zona sia conosciuta e vissuta dalla popolazione, in particolar modo nel periodo delle festività legate alla Pasqua, il Monastero di Sant’Anna de Aquis Vivis continua a restare un piccolo tesoro nascosto, di cui soltanto pochi interessati sono a conoscenza.
Il problema, ancora una volta, è legato a un’assenza quasi totale di interesse da parte delle classi politiche che si sono susseguite nel corso del tempo, che relegano la cultura, specie quella locale, ad un accessorio marginale che può esser indossato o meno. La testimonianza più eclatante di questo atteggiamento risiede negli stessi sentieri che devono essere percorsi per raggiungere il sito: è stata l’associazione sopra citata, La Colombaia, a occuparsi di renderli fruibili alla popolazione, così come si occupa, ancora oggi, di espandere la conoscenza del territorio ad altri siti ancor più sconosciuti.
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