
Nasce come uno scherzo tra amici, con un filtro di Snapchat piazzato per caso e una battuta: «Sembra un personaggio della stazione centrale». Da lì il nome “Napoli Centrale” e un primo video postato per curiosità. Inizia così il racconto del misterioso autore che si cela dietro ai molti volti, ormai noti, che Informare ha avuto il privilegio di intervistare.
Misterioso sì, ma sempre più famoso ad ogni click. Infatti, fin dal primo post, tutto il resto – visualizzazioni, condivisioni, discussioni – arriva in un lampo. Dietro c’è un’idea semplice: una «rappresentazione cruda» della realtà quotidiana, esagerata quel tanto che basta per far ridere e pensare. Non un manifesto, piuttosto un istinto: «Qualcosa di super vero», racconta l’autore, cresciuto con la comicità di Maccio Capatonda, quella che gioca sul linguaggio, sul ritmo delle parole, sul suono delle voci.
Il primo personaggio a imporsi è il “rettiliano” di “giù Napoli”, figuretta da stazione, venditore di calzini e inchiodato agli stereotipi di un immaginario popolare. Ma la miccia davvero lunga si accende con il “vomerese”: non solo un filtro, ma soprattutto una voce, un tono, una parlata esasperata che diventa marca. «Molti hanno detto: infanghi i vomeresi, li fai passare per sciocchi. In realtà è demenziale, è caricatura». Ma l’autore insiste: «La verità è nel gioco, nell’iperbole che svela dinamiche sociali più che categorie morali».
Al “vomerese” si affianca presto il “posillipino”, memoria di anni di scuola tra figli di imprenditori «che basano la loro esistenza sul soldo», e lo “zio”, archetipico parente che punzecchia su cliché di costume. Poi, quello che oggi diverte di più, è “Dario Lievito”, il pizzaiolo contemporaneo: non tanto un riferimento diretto a qualcuno, quanto la parodia della nuova comunicazione del food – marketing, brand, storytelling del prodotto – spinta fino a trasformare l’artigiano in un imprenditore-analista.
Sorprende che il pubblico non sia soprattutto napoletano. «Le analitiche dicono che Milano e Roma pesano di più, spiega. E in effetti, se il “posillipino” trova specchi nel “pariolino” o nel “brerese”, significa che l’occhio satirico ha centrato un bersaglio trasversale: le appartenenze di quartiere, gli accenti di status, le micro-culture urbane che si somigliano da nord a sud. Il “vomerese”, con le sue citazioni iper-locali (Arenella, Fuorigrotta, Bagnoli), viene capito anche a Bolzano: segno che la dinamica territoriale – noi/loro, centro/periferia, alto/basso – è universale».
Con i personaggi sono arrivati i brand. «Negli ultimi 5-6 mesi lavoro con aziende che hanno capito che la pagina può essere strumentale alla loro comunicazione», racconta. Non è stato un obiettivo iniziale: «La pagina è irriverente, non tutti sanno come utilizzarla», ma la professionalizzazione è maturata nel tempo, tra prime interviste e proposte. La regola? «Mai forzare».
All’inizio qualche incomprensione c’è stata. Per i meno avvezzi ai social, il filtro non era evidente: «Pensavano fosse una persona reale che parlava così». Le critiche più dure hanno toccato sì il “vomerese” e, in parte, il “rettiliano”, ma la tempesta è durata poco: «Un mese, forse, poi si è capito che era finzione, caricatura». Da allora, un dialogo costante tramite DM o e-mail, con la misura necessaria per non finire in un loop infinito: «Si risponde quando si può, si ascolta, si registra».
L’ultimo arrivato nell’officina della satira è il “barbiere napoletano”. Nome d’arte: “Tony Hairstyle”, «il barbiere 2.0», emblema di un settore che, come i pizzaioli, ha scoperto la potenza dei social e dell’immagine. Un personaggio pensato non solo per il filtro o l’estetica, ma per «una voce». È la chiave di tutto: «Se domani devo introdurre un personaggio nuovo senza una parlata particolare, non lo faccio. Penso alle parole, al tono, al suono. È ciò che mi piace di più».
L’autore osserva, studia, attende il momento in cui una voce – più che un filtro – si accende da sola. Forse perché la comicità migliore è quella che non mette una distanza, ma un accento. E “Napoli Centrale” ha scelto proprio l’accento come strumento: trasformare timbri e ritmi in caratteri, i quartieri in linguaggi, le abitudini in esagerazioni.
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