
Un colosso che conserva ancora l’eco delle vite che lo hanno attraversato. Sorto nel 1751 per volere di Carlo di Borbone e di sua moglie Maria Amalia di Sassonia, il Real Albergo dei Poveri di Napoli torna nuovamente a raccontare di sé in “Ancora qui. Prologo che dà voce alla memoria delle cose“. Una struttura immensa come il bisogno che lo generò, svuotato da secoli di abbandono e di vite consumate, ma che è ancora capace di parlare attraverso ciò che è rimasto al suo interno, restituendo così uno spazio a chi non ha potuto avere una voce.
Non a caso, infatti, l’esposizione – curata dalla direttrice di Napoli 2500 Laura Valente – mette in scena una raccolta di oggetti che narrano ciò che le cronache non dissero: minuscole scarpe di chi è appena venuto al mondo, sandali che parlano di un’infanzia vissuta, tacchi di donne che raccontano di riscatto e lavoro, e tanto altro ancora. Appoggiati su antiche ante recuperate, diventano testimoni muti di esistenze dimenticate.
Del resto, si tratta del primo vero tentativo concreto di restituire una dignità al “gigante buono” di via Foria, un edificio nato con le ossa fragili. L’architetto Ferdinando Fuga sognò per lui una facciata infinita, dalla lunghezza pari a circa 600 metri, ma dovette fermarsi a 385: una misura sufficiente a farne senza dubbio la struttura civile più grande dell’intera Europa. L’obiettivo? Ospitare, formare e avviare al lavoro migliaia di indigenti del Regno. Un’imponente infrastruttura sociale, la cui crescita fu fortemente influenzata da Padre Gregorio Maria Rocco, il quale abbracciò con tutto sé stesso la missione educativa e assistenziale dell’edificio. Nei secoli, tra queste mura trovarono una casa orfani, abbandonati, figli di condannati; qui le donne, spesso invisibili, diedero vita a laboratori di guanti, fiori e spilli, rappresentando la vera forza produttiva dell’istituto. Successivamente, fu il terremoto a segnare tragicamente il destino della struttura, accelerandone il declino.
Tuttavia, dopo ben 45 anni di rinvii amministrativi, la questione sembra essere tornata al centro dell’agenda politica del sindaco Gaetano Manfredi, il quale durante l’inaugurazione dell’esposizione ha evidenziato come si tratti di un passo da gigante “nel percorso di restituzione alla città di uno dei suoi luoghi più straordinari e simbolici. Non è soltanto un capolavoro architettonico: è un manifesto dell’identità di Napoli, della sua storia sociale, del suo rapporto profondo con la solidarietà, l’inclusione e la cultura. Fin dal mio insediamento ho indicato il recupero e la sua valorizzazione come una priorità strategica, perché qui possiamo leggere al tempo stesso la memoria e il futuro”.
Dunque, quale migliore occasione per illustrare queste prime iniziative del compleanno di Napoli? Non è assolutamente casuale, infatti, che il Prologo si inserisca pienamente nel calendario con il quale Palazzo San Giacomo ha voluto festeggiare insieme a tanti partner i 2500 anni di Neapolis “perché ci permetta di riannodare i fili della nostra identità e restituire uno spazio pubblico che deve tornare a vivere”, prosegue Manfredi.
È molto di più, quindi, di una semplice mostra o di un museo. È “un punto di partenza – sottolinea Laura Valente – dal silenzio delle stanze riemergono scarpine, ciotole, letti, frammenti di vita quotidiana. Oggetti semplici, ma capaci di restituire la presenza di chi qui ha vissuto, lavorato, atteso e anche sognato. ‘Ancora qui’ è il prologo di un percorso di ricerca e di racconto: un cammino che parte dalle cose ritrovate, un invito a riconoscere che la memoria non è mai conclusa, ma continua a formarsi e a parlare nel tempo, attraverso ciò che resta. Un lavoro che si costruirà, passo dopo passo, con nuove scoperte, nuovi sguardi, nuove memorie. Perché ogni oggetto, ogni traccia, ogni segno di vita è ancora qui e continua a parlarci”.
Parole forti, che impongono una vera e propria missione culturale e sociale, dalla quale non si può prescindere nemmeno alla luce della posizione strategica della struttura. Il Real Albergo dei Poveri, infatti, chiude l’asse murattiano ponendosi come un prolungamento naturale del Real Orto Botanico, lungo quello che somiglia a un boulevard inatteso nella città dei vicoli. Qui, a pochi passi dai flussi incessanti di via Duomo e dei Decumani, resiste ancora una zona di respiro, uno spazio sospeso che sfugge – almeno per ora – alla pressione turistica.
Ed è proprio davanti a un simile scenario che l’assessore al Turismo Teresa Armato ha spiegato che Napoli 2500 è stata un’occasione unica per restituire una nuova identità a questo luogo, intrecciando i temi dell’inclusione, dell’integrazione, della cultura e dell’innovazione. “Il Real Albergo dei Poveri, un po’ alla volta, sta diventando un riferimento per la città e per i turisti e rappresenta una chance concreta di riqualificazione per questa zona”, ha ribadito Armato.
All’interno, l’incontro tra memoria e arte contemporanea si manifesta con una misura attenta, che lascia parlare gli spazi. Nella lunga navata che un tempo ospitava il refettorio, “Ancora qui – Prologo” prende forma come un “archivio vivente”: i reperti emersi dal restauro si confrontano con l’opera di Norma Jeane, che ha raccolto e digitalizzato in altissima definizione le polveri provenienti dal palazzo, dall’ipogeo dei Cristallini e dal Maschio Angioino; ancora, significativi sono stati gli interventi di Antonella Romano, che con un filo dorato ha ricomposto idealmente le scintille di esistenza dei minori rinchiusi un tempo tra queste mura.
Poi, il racconto visivo prosegue anche attraverso le foto scattate da Mimmo Jodice e Luciano Romano, che regalano un’immagine stratificata di un luogo che dal 1781 si è posto l’obiettivo di riscrivere un nuovo futuro per delle vite che, al di fuori di quell’edificio, lo aveva completamente smarrito: i bambini avevano, infatti, l’opportunità di imparare un mestiere, divenendo così calzolai, bandisti, scrivani, sarte, intagliatrici e ricamatrici. Ancora, a dare voce a quelle traiettorie interrotte arrivano anche i testi di Viola Ardone e Stella Cervasio, che scavano tra le pieghe di questo vuoto per restituirne la sostanza umana. Infine, chiude la composizione sonora di Massimo Cordovani, che intreccia materiali d’archivio e suoni contemporanei in una trama che accompagna il visitatore come un’eco sommessa.
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