
Tra il 1998 e il 2005, l’epoca delle prime reti aziendali e dei server fisici, il lavoro del system integrator era concreto: installare, configurare, far dialogare sistemi spesso incompatibili. Era un mestiere tecnico, diretto, in cui il valore stava nella capacità di far funzionare tutto. A partire dal 2006, con la diffusione della virtualizzazione, lo scenario cambia. Le infrastrutture non sono più solo fisiche: diventano virtuali e più flessibili, migliorando l’efficienza nella gestione delle risorse. Poi, tra il 2013 e il 2019, l’arrivo del cloud e delle architetture ibride segna un ulteriore passaggio: non si tratta più solo di gestire sistemi interni, ma di integrare servizi distribuiti, spesso su scala globale.
IBS attraversa tutte queste fasi, evolvendo progressivamente verso una software house. Il focus si sposta dall’infrastruttura allo sviluppo di soluzioni proprie, sempre più orientate alla gestione dei dati e dei processi. Dal 2020 in poi, con l’accelerazione imposta dalla digitalizzazione e l’arrivo dell’intelligenza artificiale, il cambiamento diventa ancora più evidente: i sistemi non devono solo funzionare, ma anche interpretare le informazioni. Questa evoluzione è ben rappresentata dall’esperienza di Raffaele Bencivenga, attivo nel settore dal 1998 e parte di IBS dal 2017 in ambito commerciale. «Ho iniziato in un’epoca in cui per collegarsi a Internet si usavano ancora i modem a 56k – racconta Raffaele Bencivenga – La connessione era lenta, instabile, e ogni operazione richiedeva tempo. Ma proprio lì si capiva quanto fosse importante far funzionare tutto nel modo giusto. Una volta si interveniva direttamente sui sistemi. Oggi il lavoro è più ampio: bisogna gestire piattaforme e processi, non solo singoli strumenti». Raffaele sottolinea però anche un aspetto più critico, spesso meno raccontato: «L’automazione e l’intelligenza artificiale stanno inevitabilmente riducendo alcune attività operative. In molti casi, il lavoro viene semplificato o sostituito da sistemi automatici.
È un passaggio naturale, ma va gestito». La riflessione non è nostalgica, ma realistica. «Il punto non è fermare l’innovazione, ma capire come accompagnarla. Se da un lato cresce la richiesta di competenze sempre più specialistiche, dall’altro si riduce lo spazio per chi deve iniziare. Il rischio è creare un mercato che chiede esperienza senza dare modo di costruirla». È proprio qui che si gioca una delle sfide più importanti per il settore. Per aziende come IBS, continuare a innovare significa anche trovare un equilibrio tra efficienza tecnologica e sviluppo delle competenze, evitando che il progresso si traduca in una perdita di opportunità.
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