
«Quando mio padre morì, trovai nel suo portafoglio un foglio A4 piegato con dentro alcuni miei disegni di robot e manga giapponesi. Non ricordavo nemmeno di averli fatti. Ma lui li conservava gelosamente». Damiano Errico, fotografo e artista di Caserta, comincia da qui il suo racconto, dal filo sottile che unisce infanzia, creatività e memoria. Un filo che lo ha condotto all’Istituto d’Arte di San Leucio, dove il suo destino ha preso forma con l’incontro di un maestro: Bruno Donzelli.
«Donzelli era una figura carismatica. Dopo poche lezioni mi fece passare dalla matita alla tempera. Poi mi chiamò a casa sua. Avevo 14 anni. Montavo le sue tele da buon assistente». Donzelli non è solo un maestro di tecniche ma anche la porta d’ingresso al mondo dell’arte come universo interiore. «Mi ha insegnato a comporre, ad abbinare, ma soprattutto mi ha insegnato a rapportarmi all’arte. A viverla». Il segno lasciato dal Maestro Donzelli non è solo tecnico – la composizione, l’abbinamento dei colori, la sintesi delle forme – ma soprattutto esistenziale.
Dopo l’istituto arriva l’Accademia di Belle Arti di Napoli. Entra in scena Mimmo Jodice. All’Accademia, infatti, c’era in programma un corso dedicato alla fotografia. Un corso che significò inizialmente un trauma: «Mai usata una macchina fotografica prima». Con Jodice cambia tutto. «Non parlavamo mai di tecnica. Solo del bello: guardavamo immagini, sculture, sguardi. Mimmo Jodice mi ha fatto capire che la fotografia non è uno strumento. È un linguaggio».
Poi arriva il lavoro. Gli studi fotografici e le campagne pubblicitarie. «Avevo successo. Ma stavo male. Era artigianato, anche di livello. Ma non era arte». Errico decide così di chiudere gli studi fotografici aperti tra la Campania e l’Abruzzo, calcolare il necessario per vivere, recuperare l’unica cosa che davvero vale: il tempo. Nascono così nuove fotografie. Con Massimo Sgroi – curatore, critico e intellettuale di grande peso a Caserta – diventa soprattutto amico. «Mi chiamò durante il lockdown notando che stavo lasciando il commerciale per dedicarmi a trasfigurare le mie fotografie. Mi ha ridato vita. Io sono un Lazzaro. E Massimo è stato la mia resurrezione (ride, ndr)».
Da Sgroi nasce Èidola, un libro-manifesto sul concetto di mondi immateriali. E fu proprio il critico d’arte a scegliere Errico per collaborare al testo poiché stava mettendo in fotografia esattamente quello che Sgroi stava teorizzando da anni. Ecco che Damiano Errico non è solo un fotografo, ma “un artista che usa la fotografia”.
Il discorso però torna sempre a Caserta. Se Donzelli resta il cuore pulsante della scena artistica casertana, quel cuore oggi batte nel vuoto. «Caserta ha dimenticato tutto. Donzelli è l’artista casertano con più mercato al mondo. Faceva quattro-cinque lavori al giorno, spediva ovunque: Germania, Svizzera, Stati Uniti. Oggi nessuno lo celebra. Nessuno lo insegna. Nessuno lo fa conoscere ai giovani». Caserta è una città bellissima che non sa esserlo. Ha tutte le carte giuste per essere polo di cultura. Evidentemente non è stata amministrata a dovere. «La Reggia non basta se la si usa come fondale muto. Io credo che Caserta, oggi, la cultura non ce l’ha nemmeno in classifica. Non è all’ultimo posto, è fuori». Con una lucidità dolente: «Siamo stati cancellati. Eppure, un tempo, Sgroi riuscì a portare Miltos Manetas e Bill Viola a Caserta».
Damiano resiste, fa seminari, parla con i giovani, cerca di trasmettere un’idea semplice e potente. Lavora con l’intelligenza artificiale, studia il metaverso e i nuovi codici visivi. Il suo timbro è riconoscibile: «Da giovani, avevamo molti stimoli critici: artisti emergenti, testi approfonditi, piccole pubblicazioni. Oggi, se un giovane ha talento, come può emergere? Le opportunità per i giovani artisti sono poche e poco selettive. L’arte è sempre più ambigua: molti scambiano un oggetto appeso o una foto mossa per opera concettuale, ma senza sostanza. La vera arte richiede profondità, storia, giustificazione. Un esempio, Mat Collishaw: una sua natura morta ritrae un piatto con del cibo, una luce pessima, quasi caravaggesca. A prima vista, una pessima fotografia. Ma quella foto rappresenta l’ultimo pasto di un condannato a morte, o forse, simbolicamente, l’Ultima Cena di Cristo. Ecco la differenza: non è solo un’immagine, ma un’opera che racconta una storia, che evoca significati profondi. Questa è l’arte».
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