
C’è un punto preciso, nella nuova canzone napoletana, in cui la lingua smette di essere superficie e torna a essere attrito. È in quel punto che si colloca Dario Cuomo, con una traiettoria che sfugge alle linee dritte e preferisce le pieghe.
Il suo ingresso nella musica non ha la forma di una vocazione improvvisa, ma quella di una deriva naturale. Prima Roma, l’Accademia, il teatro, il cinema. Una grammatica dello sguardo e della parola che poi si riversa nel suono. Non sorprende allora che le sue canzoni sembrino costruite più per essere abitate che ascoltate, come stanze emotive in cui qualcosa resta sempre in sospeso.
“Ammore miserabile” è il punto in cui questa tensione diventa evidente. Non c’è consolazione, né catarsi. C’è il logorio di un sentimento che non finisce ma si consuma, giorno dopo giorno. «Non mi interessava raccontare una fine, quanto piuttosto quel momento in cui ti accorgi che restare è già una perdita. Eppure resti». Dentro questo spazio, Cuomo non cerca alibi: «Non mi piace assolvere i personaggi, nemmeno quando soffrono. Forse perché nemmeno nella vita funziona così».
La lingua, in questo senso, è una scelta quasi inevitabile. Il napoletano non è mai decorativo, non indulge in nessuna forma di nostalgia. «È una lingua che non vuole essere bella ma necessaria». E quando parla del suo rapporto con le parole, la direzione è chiara: «Una cosa su cui punto molto è la sonorità. Anche quando cerco un senso profondo, mi rendo conto che l’amore per i Verdena e per Mallarmé mi ha educato prima all’orecchio che al significato. Se qualcosa incrina la fluidità, mi fermo. Devo capire dove si inceppa, rimettere tutto in equilibrio». È un lavoro di sottrazione e aggiustamento, quasi artigianale, dove il testo deve reggere prima ancora di spiegarsi.
Questa attenzione si riflette anche nella costruzione musicale. Il suo è un pop che sembra voler sabotare sé stesso, come se ogni apertura melodica contenesse già una crepa. Non c’è mai un abbandono totale, ma una tensione continua che trattiene l’ascolto. «Non mi interessa che una canzone scorra e basta. Mi interessa che resti, anche quando finisce».
Nel racconto della scena campana, spesso restituita come un sistema compatto, Cuomo occupa una posizione irregolare. Non rivendica isolamento, ma nemmeno appartenenza. «Qui ognuno tende a cullare ciò che gli è più vicino. Ed è giusto così. Io però non mi riconosco in una scena precisa. Prendo quello che mi sembra autentico, funzionante, e lo porto dentro. Il risultato è qualcosa che si distacca da quello che c’è in giro. Non è un vanto, anzi, a volte sembra una condanna, perché oggi c’è bisogno di etichettarti subito. Però è anche l’unico modo che conosco per essere onesto».
La questione economica, spesso tenuta ai margini, entra invece con lucidità nel suo discorso. «All’inizio è un investimento totale, sai che non tornerà nulla, almeno per un po’. Ed è quello il momento più difficile». Poi arrivano i primi live, senza selezione, senza filtri: «Ho suonato dappertutto, a qualsiasi prezzo. Era l’unico modo per far crescere qualcosa. Ho incontrato gente affamata quanto me, che si è innamorata del progetto. Senza di loro non avrei smesso, ma non avrei nemmeno potuto immaginare certe cose».
Resta però un dubbio costante, quasi strutturale. Riguarda la lingua, ma non solo. «Mi chiedo spesso se quello che faccio possa essere una barriera», ammette. «Il napoletano, i temi, il modo in cui li tratto». La risposta che si è dato ha qualcosa di definitivo: «Non devo cercare una chiave. Sono io la porta. Se qualcuno la vuole aprire, bene. Altrimenti va bene lo stesso». Non c’è provocazione in questa posizione, piuttosto una forma di accettazione lucida dei limiti e delle possibilità.

Dietro questa idea di libertà c’è però una quotidianità molto concreta. «Ho passato più di tre anni a scrivere da solo, con la chitarra, in una stanza in penombra», racconta. Poi è arrivato il momento di uscire, di costruire anche tutto ciò che sta attorno alle canzoni: immagine, immaginario, presenza. «Ora sto cercando di esistere di più, di far funzionare quello che è pronto». Studio, laboratori, nuove direzioni come la scrittura per altri. Un lavoro continuo che sottrae tempo alla creazione, ma allo stesso tempo la rende più consapevole.
«Notti passate a dormire in macchina dopo i concerti, giornate a spaccarsi le mani e le meningi per tirare fuori qualcosa di convincente. Mesi interi su strategie, contenuti, tutto per una canzone. Appena finisci, devi ricominciare. Non puoi permetterti di fermarti troppo». E poi la distanza, geografica ed emotiva: la famiglia a Roma, Napoli diventata centro di gravità. «È un caos continuo, ma se mi guardo indietro, sono soddisfatto».
Quando scrive, però, tutto questo sembra dissolversi. «Non penso a chi ascolterà. È sempre una scrittura di getto, nasce da un’inquietudine». Il pubblico entra dopo, nello spazio vivo del concerto: «Lì sì che lo immagino. Cerco un equilibrio, un saliscendi emotivo. So che sto dando qualcosa a chi è lì, e allora provo a farlo al meglio».
“Come vorrei che non ci fosse più la tua testa tra le cosce,
a dare un peso a questo amore – a dare un senso alle parole.
O sei sbadata o fai sul serio, ma tu mi hai morso per davvero
mi hai dato un morso dritto al cuore e all’improvviso non ha senso
tutto questo sesso”
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