
L’Ocse conferma il primato negativo dell’Italia: il nostro Paese è il peggiore nell’area euro. I salari reali sono al netto dell’inflazione. Lo confermano i dati dell’organizzazione parigina inerenti al primo trimestre del 2024. Si parla del -6,9% rispetto al quarto trimestre del 2019.
Nell’ambito dei salari l’Italia è al terzultimo posto tra i 38 paesi esaminati dall’Ocse, superata in peggio dalla Repubblica Ceca e dalla Svezia. Gli stipendi italiani sono tra i più bassi, tra il 2013 e il 2022 l’aumento per i salari nominali per occupato è stato del 12%, cioè la metà della crescita europea, che è del 23%.
Insomma, l’Ocse ci mostra come le buste paga in Italia siano stagnanti dal 1991 al 2023, con un +1% rispetto al 32,5% dei Paesi dell’organizzazione con sede a Parigi. Un fenomeno che va immediatamente arginato in quanto l’aumento delle retribuzioni rappresenta inevitabilmente il recupero del potere d’acquisto.
L’Ocse, appoggiata dal governatore Panetta, sostiene che ora tocca alle aziende adeguarsi all’aumento necessario degli stipendi, senza però toccare i listini. Secondo Panetta, infatti, “i minori costi degli input produttivi intermedi e i cospicui profitti sin qui accumulati consentono alle imprese di assorbire la crescita salariale senza trasferirla sui prezzi finali”.
Cosa ne penseranno le aziende al riguardo? Al momento non sembra esserci stata alcuna contestazione. Tuttavia, per comprendere il vero costo di un dipendente, le aziende devono considerare una vasta gamma di spese oltre lo stipendio.
Il costo di un dipendente, infatti, per un’azienda va oltre lo stipendio base. Comprende tasse obbligatorie come contributi previdenziali, benefici aggiuntivi (assicurazioni sanitarie, piani pensionistici) e costi di formazione e onboarding. Inoltre, ci sono spese generali come ufficio e attrezzature e costi indiretti legati alla perdita di produttività e al turnover, come il reclutamento e l’addestramento di nuovi dipendenti.
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