
Diciamolo subito: non era previsto. O almeno non da tutti. Eppure ai David di Donatello trionfa Le Città di Pianura di Francesco Sossai, regista bellunese che fino a ieri conoscevano in pochi. È uscito da Cinecittà con otto David di Donatello: miglior film, miglior regia, miglior sceneggiatura originale, miglior attore protagonista, miglior produttore, miglior casting, miglior montaggio e miglior canzone originale.
La regia televisiva ha indugiato per qualche secondo su Paolo Sorrentino che non applaudiva. “La Grazia” è rimasto completamente a mani vuote. E quella singola inquadratura, involontariamente, ha raccontato tutto.
Da una parte il cinema di Sorrentino: esteticamente impeccabile, ma sempre più chiuso in sé stesso, sempre più barocco, distante. Dall’altra un road movie veneto girato con pochi soldi, facce vere e una storia che sa di bar di provincia, foschia padana e anni Novanta che non tornano più.
Chi ha vinto? La pianura. Sempre la pianura.
Il cinema italiano continua ad avere un problema strutturale che non riesce a risolvere da decenni. Da una parte produce blockbuster di bassa lega: commedie familiari costruite come copie sbiadite di format francesi o americani, dove tutto è prevedibile dopo trenta secondi. Dall’altra ci sono i film “d’autore”, pensati quasi esclusivamente per festival, critica e circuito culturale.
In mezzo c’è pochissimo.
C’è pochissimo spazio per un film come “Le Città di Pianura”, che riesce a parlare all’Italia profonda senza trattarla come un caso antropologico, senza la condiscendenza di certi autori verso i piccoli mondi provinciali, senza quella patina malinconica e artificiale che il cinema italiano spesso usa per sembrare serio.
Anche il problema dei finanziamenti è sempre lo stesso: fondi pubblici che finiscono quasi sempre agli stessi nomi, agli stessi produttori, alle stesse logiche di sistema. Il mercato, invece, continua a premiare le commedie usa e getta. E chi resta fuori da entrambe le porte? Registi come Sossai. Quelli che hanno qualcosa di autentico da raccontare ma non i contatti giusti per entrare dal portone principale.
Le Città di Pianura è arrivato nelle sale nell’ottobre 2025 quasi in punta di piedi, distribuito da Lucky Red, con il ritmo lento e vagabondo di una ballata country. Eppure funziona. Funziona perché è vero.
Doriano, detto Dori, e Carlobianchi sono due amici di bevute in un Veneto rurale che sembra quasi un Far West. Devono recuperare il loro amico Genio, di ritorno dall’Argentina. Durante il viaggio incontrano Giulio, uno studente di Architettura timido e spaesato, che finisce per unirsi a loro.
Sulla carta sembra una trama minima. Nel film diventa moltissimo.
Perché Sossai usa questa struttura picaresca per raccontare qualcosa che il cinema italiano raramente riesce a mettere a fuoco: la saudage verso una giovinezza che ormai non c’è più ed il conflitto tra due generazioni. Due che non si capiscono più ma che, nel corso di questo viaggio assurdo e alcolico, riescono comunque a trovare un linguaggio comune.
Da una parte Dori e Carlobianchi, cinquantenni nostalgici di un’Italia che non esiste più: le fabbriche, i bar aperti fino a tardi, le amicizie eterne, le decisioni prese senza Google Maps. Dall’altra Giulio, ventenne contemporaneo, cresciuto nell’ansia permanente di una generazione che ha tutti gli strumenti del mondo ma non sa dove andare.
Il film non giudica nessuno. Ed è qui la sua forza.
Per Giulio, quei due uomini diventano figure quasi mitologiche, persone che sembrano aver capito tutto della vita. Forse è un’illusione, forse no. Sossai lascia la risposta sospesa, e fa bene.
Il film sembra un indie americano anni Settanta, ma con ambienti profondamente italiani e personaggi riconoscibilmente veri. Ed è questo il punto centrale. Nel Veneto raccontato da Sossai non c’è nulla di folkloristico. Nessuna cartolina. C’è la pianura vera: grigia, infinita, piena di capannoni, nebbia e campane di chiesa. Esattamente quella che chiunque sia cresciuto in certe zone d’Italia conosce bene.
È un cinema che tratta il territorio come un personaggio, non come uno sfondo.
Filippo Scotti interpreta Giulio, Sergio Romano è Carlobianchi, Pierpaolo Capovilla interpreta Doriano, mentre Roberto Citran e Andrea Pennacchi completano il gruppo nei ruoli del Cavalier Fadìga e del Genio.
Ma il vero cuore del film sono Romano e Capovilla.
Sergio Romano vince il David come miglior attore protagonista. Viene dal teatro e si vede: ha una faccia consumata, vera, che regge perfettamente anche i primissimi piani. Carlobianchi poteva facilmente diventare una macchietta: il campagnolo, il cinquantenne fallito, l’eterno ragazzo ma Romano gli dà peso, dignità e una malinconia silenziosa che resta addosso.
Poi c’è Capovilla. E il discorso cambia.
Capovilla non nasce come attore. È il frontman de Il Teatro degli Orrori, One Dimensional Man e i Cattivi Maestri, band storiche dell’alternative rock italiano, autore viscerale, scomodo, allergico a qualsiasi forma di sistema. Ed è proprio questa cosa che rende Doriano così potente: Capovilla non sembra interpretarlo. Sembra semplicemente esserlo. E per chi lo conosce, sa che lo è.
Guardarlo sullo schermo rompe continuamente il confine tra persona e personaggio. Non recita quasi mai nel senso tradizionale del termine. Esiste.
Filippo Scotti, già visto in “È stata la mano di Dio“, conferma invece di essere uno dei giovani attori italiani più interessanti della sua generazione. Giulio era un personaggio rischioso: poteva diventare il classico ragazzo spaesato da fiction Rai. Scotti riesce invece a renderlo molto più sottile, quasi invisibile a tratti, un ragazzo che impara non attraverso i discorsi ma attraverso la semplice presenza fisica di questi due uomini fuori tempo massimo.
Le Città di Pianura è la seconda opera di Sossai. Ha scritto la sceneggiatura insieme al suo migliore amico, Adriano Candiago, che sul palco ha detto una frase semplicissima: “Grazie a mia moglie, che ha pagato l’affitto mentre scrivevo questo film”. Questa frase vale più di qualsiasi manifesto artistico.
Perché il film dà davvero la sensazione di essere stato costruito con vita vera addosso, non dentro un sistema industriale che decide a tavolino cosa deve emozionare e cosa no.
Capovilla lo aveva definito “un film socialista”. E in effetti c’è qualcosa di profondamente politico nel modo in cui Sossai guarda i suoi personaggi. Non li giudica mai. Li osserva e basta.
Ed è proprio in questo movimento lento, stanco, quasi ubriaco, che emerge un’Italia che il nostro cinema raramente riesce ancora a raccontare: quella delle vite marginali, delle amicizie che durano più dei matrimoni, delle sconfitte che non diventano tragedie ma semplicemente parte del paesaggio.
Come la pianura.
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