
Gli anni 50 e 60 del miracolo economico italiano sono lontani. Entrambi i decenni furono caratterizzati da una doppia crescita, economica e demografica, favorita da una serie di macro-processi e scelte fondamentali, tra cui l’adesione della neo Italia repubblicana al Piano Marshall americano e il passaggio alla società urbana e industriale, con il trasferimento definitivo degli italiani dalle campagne alle città, il quale favorì lo sviluppo dell’industria italiana con un aumento di produzione. Dagli anni 80, invece, il miglioramento economico italiano fu dovuto principalmente all’indebitamento pubblico, con lo scopo di garantire sempre più benessere ai cittadini, convinti di una crescita infinita.
L’ultimo periodo di consistente crescita economica italiana sul PIL è datato primi anni 2000 (+6 %), generata soprattutto dall’ingresso nell’euro e dalla conseguente riduzione dei tassi di interesse sul debito pubblico, schizzato alle stelle per le scelte dei governi italiani degli anni 70 e 80 di aumentate quasi all’infinito le spese dello Stato (pensioni, sanità ecc.) senza inasprire l’imposizione fiscale, aumentando le entrate. E oggi? Che periodo storico economico-demografico stiamo vivendo?
Dall’unità d’Italia fino al 1975, il nostro paese ha vissuto un secolo di forte crescita demografica. Le migliori condizioni di vita, in particolare quelle dovute al miracolo economico precedentemente menzionato, hanno favorito nella metà del secolo scorso i primi rimpatri dall’estero e le prime immigrazioni di massa, verificatesi soprattutto dalla Tunisia verso la Sicilia e dalla ex Jugoslavia verso il Friuli-Venezia Giulia. Due processi ai quali si aggiunse l’aumento del numero delle nascite.
Gli anni 80 sono stati invece un decennio di ristagno demografico, mentre a partire dagli anni 90 si è verificata una inversione di tendenza: il numero dei morti ha cominciato a superare quello dei nascituri, fino ad arrivare ai giorni nostri. E ricerche e studi di accademici hanno addirittura previsto un ulteriore passivo di 5-6 milioni di abitanti entro il 2050.
Come evitare, dunque, la drastica decrescita demografica italiana prevista per il 2050? I prossimi anni saranno contrassegnati (lo dicono gli esperti) da un numero crescente di famiglie uni-individuali, composte cioè da una persona; da una riduzione del numero dei matrimoni e dal conseguente calo delle nascite. Fenomeni derivati dall’aumento del costo della vita e dalla minore capacità di spesa delle famiglie italiane.
Una delle soluzione applicabili potrebbe essere quella relativa al sistema immigratorio, ma finora i governi italiani susseguitisi negli ultimi venti anni, sia di centrosinistra che di centrodestra, non hanno virato in questa direzione. Anzi, nel corso degli anni sono state approvate politiche immigratorie sempre più stringenti per il rilascio del permesso di soggiorno e l’ottenimento della cittadinanza italiana.
La Bossi-Fini del 2002, ultima legge che tratta l’immigrazione, ha ridotto di fatto le opportunità legali di ingresso, perché l’immigrato può entrare in Italia e ottenere il permesso di soggiorno solo nel caso in cui firmasse un contratto di lavoro, se escludiamo il ricongiungimento familiare, i motivi di studio e il diritto di asilo. Ma anche le richieste che fanno capo a quest’ultimo diritto vengono respinte. Inoltre, dal 2009 i governi italiani hanno quasi chiuso del tutto il canale annuale dei flussi per lavoro, che permetteva ogni anno l’ingresso in Italia di un numero fisso di persone: Berlusconi stabilì il blocco dei flussi ad eccezione di quelli per lavoro stagionale, mentre Monti nel 2012 aprì le porte solo a 12mila stranieri non stagionali.
Non è cambiato niente da allora. I governi italiani (quello attuale non è da meno) sembrano essere più concentrati sugli sbarchi clandestini, invece di favorire politiche atte all’ingresso regolare degli stranieri.
Il passato ha insegnato all’Italia che la bassa età media e le giovani forze della popolazione non possono che comportate ripercussioni positive sull’economia italiana. La crescita demografica è accompagnata da quella economica, è un dato di fatto.
Eclatante è l’articolo pubblicato su L’Espresso del 13 novembre scorso, grazie al quale diverse aziende venete e lombarde, elettorato del governo attuale, hanno denunciato l’assenza di manodopera, e non perché gli italiani si rifiutano di fare i cosiddetti “mestieri manuali”. “È esclusivamente una questione demografica. Bisogna ricominciare con la programmazione annuale dei flussi di ingresso degli stranieri in Italia” hanno dichiarato all’unisono alcuni imprenditori.
Il grido d’allarme è chiaro: la produzione e le esportazioni italiane sono in diminuzione. Servono più persone e manodopera, ma gli italiani questa volta non bastano.
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