
Palazzoni in degrado. Ali tatuate dietro al collo. Un barbiere in uno scantinato. Dei ragazzi che fanno skateboard. Sono questi alcuni dei soggetti delle fotografie in bianco e nero dell’artista di cui parleremo in questo articolo. Michele Cortese Tempesta, 24 anni, viene da Maddaloni, in provincia di Caserta. La sua passione per la fotografia nasce quasi per caso, dopo il Covid; Michele inizia facendo una cosa relativamente semplice: scendere in strada con la macchina fotografica. «Mi sono avvicinato prima allo skateboarding. Andavo a fotografare gli altri, perché mi piaceva il feedback che ricevevo dalle foto. Ho iniziato prima nei pressi del Comune di Caserta. Grazie a loro mi hanno fatto conoscere i ragazzi di Napoli. Lo spot per eccellenza si chiama Centro Direzionale Plaza. E quindi mi sono avvicinato a Napoli città, Napoli di strada».

E così Michele si inizia ad appassionare all’arte fotografica, e studiando in Accademia va alla ricerca di uno stile suo: «Il primo approccio è stato un po’ da reportage, grazie all’influenza che avevo in Accademia del mio insegnante. Questo stile mi piaceva per raccontare determinate zone di Napoli». Dopo un primissimo progetto a Napoli Est (San Giovanni e Ponticelli), ci fu una vicenda che suscitò l’attenzione del fotografo maddalonese: «Il terremoto a Casamicciola è stato il primo evento che raccontava una sorta di catastrofe. Sono andato lì per capire che attitudine avessi in una situazione del genere». Nella ricerca di questo stile, fondamentali sono state le influenze di tanti altri fotografi affini: «Boogie, fotografo serbo sempre con un’attenzione al degrado, tutto in bianco e nero in pellicola. C’è Estevan Oriol, cicano, che ha fotografato tutti i più grandi rapper americani. Poi ho scoperto Dastpics, per me ispirazione massima. Perché lui passa appunto da fare le foto al quartiere, al raccontare i rapper». Nel suo percorso Cortese Tempesta si è avvicinato anche al mondo musicale: «Nel frattempo ho iniziato a scattare con Magnolia, quindi ho iniziato un’altra fase di clubbing e cultura hip hop». Poi ha rivolto la sua attenzione anche a Castel Volturno: «Andai con l’Accademia a scattare per Tam Tam Basket. Poi sono tornato un’altra volta a Castel Volturno al Parco Saraceno. Non c’era anima viva. Non è uscito nessuno, stavano tutti affacciati alla finestra».
E il degrado è stato comunque al centro di molti suoi scatti: «Ho fotografato le vele di Scampia, sono andato per l’apertura di un campetto. Mi affascina il degrado. Saranno le influenze fotografiche che ho avuto». Tra gli ultimi lavori si è avvicinato anche al mondo della moda: «L’ultimo lavoro era fondamentalmente una campagna di moda. Se vai a vedere le ultime foto che ho fatto e le foto precedenti, c’è una differenza abissale: c’è una ragazza sugli scogli a mare. Scattare in spiaggia è stata un’idea loro, ma il taglio mio rimane questo: sempre largo».
Michele ci tiene a delineare precisamente il suo stile fotografico in divenire: «Ho iniziato col reportage perché ero influenzato dal docente. Poi ho avuto l’approccio più semplice che avevo alla fotografia: scendere in strada. Ma il tutto con un senso: non faccio street foto cercando lo scatto rubato oppure il momento divertente. C’è differenza tra chi fa street e chi fa foto documentaristica. Chi fa street deve aspettare il momento, deve stare anche mezz’ora lì e aspettare che tutto si allinea e si compone in modo perfetto per scattare». Mentre Michele sembra più affascinato dagli scatti documentaristici: «Entri in una scena. Devi avere un’interazione con le persone a cui stai scattando. Io, anche nei ritratti che ho fatto a Scampia e non solo, ho sempre cercato comunque di avere un’interazione col soggetto in modo tale che mi guardasse e posasse per me. Non mi piace l’idea che gli faccia foto di nascosto. Io ci devo stare dentro la foto». Infine, una domanda sorge spontanea guardando le foto di Michele e degli artisti che lo hanno ispirato: perché il bianco e nero? «Il bianco e nero è reale. Non ci sono alterazioni. Vedi la foto cruda. Per me poi il bianco e nero è super versatile e quindi si presta molto per quello che faccio, può dare un tono più leggero o più drammatico. Poi per me – e per tanti altri – Napoli è bianco e nera come città. C’è contrasto».

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