
La Procura di Palermo è tornata ad indagare sugli esecutori materiali dell’omicidio di Piersanti Mattarella, avvenuta il 6 gennaio 1980 a Palermo. Si tratterebbe dei boss mafiosi Antonino Madonia, 72 anni, e Giuseppe “Lucchiseddu” Lucchese, 67 anni, già entrambi condannati all’ergastolo. Dopo 45 anni si potrebbe scoprire la verità sul “delitto perfetto”, così come venne definito dal capo della loggia massonica P2 Licio Gelli.
Il procuratore di Palermo Maurizio De Lucia ha richiesto video e foto di quella mattina del 6 gennaio 1980. Piersanti si stava recando a messa alla guida della sua Fiat 132, in compagnia della moglie Irma Chiazzese, della suocera Franca Chiazzese Ballerini e della figlia Maria. In via della Libertà, a Palermo, il sicario gli si avvicinò ed esplose 8 colpi calibro 38 attraverso il finestrino, per poi scappare a bordo di una Fiat 127 guidata da un altro individuo. Secondo le ricostruzioni degli ultimi giorni, sarebbe stato Madonia a sparare, mentre “Lucchiseddu” era alla guida dell’auto che si sarebbe poi dileguata. La moglie Irma descrisse il killer, che agì a volto scoperto, con un andatura ballonzolante, dall’espressione del viso gentile e dallo sguardo di ghiaccio. La fotografa Letizia Battaglia immortalò un attimo immediatamente successivo all’uccisione, in cui si intravedono le gambe della vittima e al suo fianco un giovane Sergio Mattarella.

Piersanti Mattarella era il figlio di Bernardo Mattarella, uno dei fondatori della Democrazia Cristiana, e fratello dell’attuale Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Era al tempo il Presidente della Regione Sicilia, nonché uno dei principali esponenti della Democrazia Cristiana dell’ala “moroniana” di centro-sinistra. L’allora Presidente della Regione Sicilia, difatti, era considerato all’interno della DC l’erede di Aldo Moro. Tant’è che c’era chi ipotizzò delle connessioni con il delitto Moro, avvenuto due anni prima. Non a caso, vennero avanzate le prime ipotesi su esecutori terroristi, sia di matrice “rossa” che “nera”, autorizzati da Cosa Nostra. In particolare il giudice Giovanni Falcone portò avanti le indagini su Giusva Fioravanti, terrorista neofascista, e su Gilberto Cavallini. Tuttavia i due esponenti dei NAR furono poi assolti in maniera definitiva.
Sui mandanti mafiosi, invece, ben presto non sembrarono esserci dubbi. Vari pentiti confermarono che l’ordine doveva essere necessariamente partito da Cosa Nostra. Su tutte, fu fondamentale la testimonianza di Tommaso Buscetta. Questo anche perché, in seguito, il delitto Mattarella venne poi collegato ad una serie di delitti politico-mafiosi. Si tratta delle uccisioni di: Michele Reina, segretario della DC di Palermo; Pio La Torre, segretario del PCI, e Carlo Alberto Dalla Chiesa, prefetto di Palermo. Piersanti, come le altre vittime citate, attuò una politica molto severa nei confronti della mafia. Eletto presidente della regione nel 1978, era suo intento fare “pulizia” all’interno dell’amministrazione pubblica, con un’aperta lotta contro la mafia e la corruzione. Dopotutto negli anni ’60 c’era stata la stagione del “sacco di Palermo”, in cui il boom edilizio divenne sregolato a causa delle concessioni che i politici Salvo Lima e Vito Ciancimino fecero verso gli imprenditori mafiosi. A seguito dell’omicidio di Peppino Impastato del 1978, Piersanti Mattarella si recò a Cinisi tenendo un duro discorso contro Cosa Nostra. L’anno dopo stupì tutti quando si unì alla denuncia del deputato comunista Pio La Torre contro la collusione mafiosa dell’assessorato regionale all’Agricoltura della Sicilia.
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