
Fin dall’antichità la diffusione di informazioni si è sempre scontrata con i limiti fisici dell’uomo; l’abbattimento di qualsiasi barriera fisica ci ha spinto ad un’interconnessione sempre più intensa, spingendo milioni di persone a condividere quotidianamente emozioni, stati d’animo e informazioni sensibili. Tali attività continuano a divenire assi sempre più portanti per la nostra società, acquisendo un potere smisurato convertibile in profitti economici e consensi pubblici. È questa la base della “Società Informazionale” delineata dal sociologo Manuel Castells, dove i profitti non provengono più da beni materiali, ma da una pioggia infinita di immaterialità: le informazioni. Nella nostra società l’ottenimento e la circolazione di informazioni costituiscono sempre più un tesoro per politici ed imprese per consolidare business o influenzare l’elettorato. Il problema sorge nel momento in cui gli attuali business economici alla base dell’editoria (e della politica) spingano verso informazioni plasmate per colpire l’emotività del lettore, prediligendo la sfera delle emozioni ad una lettura tecnica ed approfondita della realtà.
La crisi, occupazionale ed economica nel mondo dell’editoria, ha portato i giornali ad adattarsi a nuovi metodi di profitto dettati dai colossi del web. Mentre i quotidiani cartacei devono fidelizzare i propri lettori e invitarli a scambiare il proprio denaro con pagine di informazione, alle testate web basta unicamente un click. L’introito economico proveniente da un click è, ovviamente, irrisorio, ma più il traffico aumenta maggiori saranno i profitti derivanti da un singolo contenuto. Questo sistema è alimentato da un’economia di pubblicità pay per click. I ricavi della pubblicità, quindi, possono aumentare solo con un maggiore traffico sul proprio sito. Così, diviene indispensabile per i giornali online creare contenuti che attirino l’utente a cliccare, spesso eludendo i princìpi deontologici alla base della professione del giornalista. È proprio in questo che consiste il fenomeno del clickbaiting. È evidente che tale economia amplia fenomeni lesivi per la nostra società come la circolazione delle fake news. L’utente, così, diviene un bersaglio da colpire, di cui bisogna stimolare gli impulsi nervosi per avvicinarlo ad un gesto essenziale per l’organo di informazione: cliccare. In questo modo l’informazione perde la prospettiva di contribuire ad un accrescimento culturale e politico della società civile, ma si limita a fare un intenso e capillare lavoro di marketing.
La premessa è che oggi la politica è guidata da leader vogliosi di conoscere gli spostamenti emotivi degli elettori per creare messaggi che riescano a colpire la loro sfera sentimentale. Le campagne di marketing messe in atto dalla politica sono estremamente funzionali ad un’economia dei media fondata su pubblicità e clickbaiting. I toni aggressivi dei principali leader, soprattutto nazionalisti, vanno a stimolare quegli istinti emotivi che incidono con un click all’economia degli organi di stampa. Seguendo questa scia, si può notare una convergenza di interesse (di natura economica) tra politica e stampa, dove la seconda può incredibilmente rischiare di perdere la funzione di “cane da guardia del potere” per divenire suo distratto megafono. Se i politici usano toni più forti, che incitano rabbia e paure, è consequenziale che i media confezioneranno contenuti ancor più sensazionalistici. I politici moderni, supportati dalla stampa, implementano così una comunicazione politica che definirei “dichiarazionista”, dove l’approfondimento dei fatti è eclissato da un payoff, da un titolo sensazionalistico che deve solo colpire il messaggio. È proprio così che alle competenze politiche tradizionali si aggiungono nuove armi di trasformazione del consenso, come la “capacità memetica”, ovvero l’abilità di un personaggio politico ad essere raffigurato come meme; qualità utile per avvicinare la personalità all’universo “digital native”. In questo marasma di risate e pernacchie, i leader politici non vengono pesati per proposte elettorali e provvedimenti legislativi attuati, ma per definizioni caricaturali che i social network e i big media gli cuciono addosso; è il princìpio che trasforma Giuseppe Conte ne “L’Avvocato del Popolo”, Vincenzo De Luca ne “Lo Sceriffo” e Mario Draghi ne “Il Migliore“. I media trovano irresistibile un animale politico che sa fare show e attrarre su di sé i riflettori perché produce views che si convertono in profitti essenziali per la resistenza di molte realtà giornalistiche.
Il XVII secolo è il periodo storico che ha segnato la netta vittoria della ragione nei confronti dell’emotività. È l’epoca della Rivoluzione scientifica, del superamento delle teorie aristotelico-tolemaiche, del modello geometrico cartesiano e del metodo induttivo basato sull’esperienza di Francis Bacon, insomma: il pensiero scientifico e lo studio oggettivo dei dati ha dato il via ad uno dei periodi più prolifici sul piano delle nuove conoscenze. Il grande insegnamento di quell’epoca consistette in un progresso scientifico e sociale frutto della predominanza della ragione sull’istinto emotivo del singolo o della folla. Con la rivoluzione digitale e l’avvio della nostra “Società Informazionale”, questa concezione è stata letteralmente ribaltata: le verità oggettive, come quelle scentifiche, non reggono più i colpi delle emozioni del pubblico. Come afferma il Professor William Davies dell’Università di Londra: «Esperti e fatti non sembrano più in grado di appianare discussioni come sapevano fare un tempo. Non è più possibile isolare proficuamente dalle emozioni affermazioni oggettive su economia, società, corpo umano e natura. Nell’82% dei paesi del mondo, meno della metà dell’opinione pubblica esprime fiducia nei mezzi di informazione, contribuendo direttamente a un accrescersi dello scetticismo nei confronti dei governi». Le emozioni non sono un aspetto negativo della nostra vita, anzi, possiamo dire che per certi versi sono l’essenza stessa del “vivere”; tutto cambia quando lasciamo che siano queste ultime a influenzare le nostre posizioni su tematiche pubbliche spesso complesse, che vanno analizzate attraverso varie prospettive. Sono emozioni anche la delusione, la paura, la rabbia, la nostalgia e il risentimento, pensiamo a quanto sia pericoloso una lettura della nostra società attraverso queste chiavi. L’attuale generazione vive un progressivo allontanamento dalla partecipazione politica in senso stretto, considerata, nel corso degli anni ’60, come un naturale ingresso nella vita pubblica. Il disinteresse per la politica è figlio della delusione verso quest’ultima, ed è proprio la delusione ad essere una costante nella vita del cittadino all’interno dell’arena pubblica. L’azione pubblica del cittadino è proiettata verso una visione di società futura che possa essere migliore di quella attuale, dobbiamo però constatare che è quanto mai probabile che tale immaginario risulti assai lontano dalla prosaica realtà che l’azione pubblica riuscirà a realizzare. Mentre i beni di consumo privato ci rassicurano su ciò che ci aspettiamo dopo il loro acquisto, l’approvazione di un provvedimento o la vittoria di un referendum non riescono a cambiare lo stato del mondo nella misura delle aspettative del cittadino. Come ribadisce Albert. O. Hirschman, il mutamento delle società è un processo lento e a ciò dobbiamo aggiungere la capacità estremamente limitata che ha l’uomo nell’immaginare “il cambiamento sociale”. Abbiamo visto come la delusione sia insita nella nostra vita pubblica e, come tutte le forti emozioni, può indurci a valutazioni poco lucide e tutt’altro che oggettive dinanzi a temi focali per il futuro della nostra società. Privare la vita pubblica e privata dalle emozioni è, quindi, una totale follia e di ciò ne è ben conscio il mercato e i leader politici che vedono in questi venti impetuosi la fiamma adatta su cui poter soffiare.
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