
Raccontare la depressione non è semplice. Il rischio principale di una narrazione del genere, oltre al non riuscire a trapassare la coltre di stereotipi che i media continuano a portare avanti, è di mettere in ombra i protagonisti di queste storie, di ridurre le persone alla loro malattia. Il racconto che traspare, spesso e volentieri, è edulcorato, è filtrato attraverso la lente di chi scrive e riporta; e qui si è cercato di ottenere l’effetto opposto: una narrazione trasparente, il più vera possibile, raccontata attraverso le voci di chi l’ha vissuta in prima persona. Daniele e Valentina, di 26 e 21 anni, sono amici, ma soprattutto persone che mi hanno mostrato come la depressione non sia una guerra da combattere – come la si vuol far passare – ma una malattia da cui guarire. Hanno deciso di raccontare se stessi, con considerazioni attraverso cui esplorare le rispettive esperienze.
Valentina: Non è una malattia i cui sintomi si mostrano all’improvviso. Non ti svegli e pensi: “C’è qualcosa che non va”, perché è più subdola. All’inizio fai fatica persino ad accorgerti di non stare bene, perché dopo un po’ cominci a farci l’abitudine.
Daniele: È vero, non c’è una data d’inizio; non puoi dire che un martedì qualunque sei stato male e il venerdì ti sei ritrovato con una diagnosi. È graduale, una consapevolezza che delle volte arriva quando ti sembra che sia troppo tardi. Anche se ci sono degli eventi che puoi considerare come un incipit. Mio padre si è ammalato quando avevo tredici anni, sclerosi multipla, e ho passato buona parte della mia adolescenza al suo fianco… ed è difficile quando sei un ragazzino che vorrebbe solo vivere la propria vita. Ho perso amici e opportunità che non sono più tornate, perché il mondo non si ferma quando lo fai tu.
Valentina: Io ho sempre avuto l’impressione di non essermi fermata, perché non ho mai realmente iniziato a camminare. Nel mio caso non c’è stato un evento scatenante, o che ha favorito l’insorgere della malattia: sono sempre stata così. È sempre una spirale, un po’ come la corrente del mare: quando ti afferra inizia a trascinarti sempre più giù e riemergere, quando si è soli, è complicato.
Daniele: Mi sembra inutile dire che sia stato complicato, sia iniziare che continuare. Sono stato io a decidere di intraprendere un percorso di cura, ma ci ho messo quanto? Mesi? Anni? Anche dopo, non è stato tutto in discesa. Ho imparato a riconoscere i miei pattern autodistruttivi, a creare una routine, ma qualche volta inciampo ancora. È normale, fa parte del percorso.
Valentina: Sai qual è stata la parte più difficile? La terapia farmacologica.
Daniele: Sfondi una porta aperta.
Valentina: Per me è stato più complicato iniziare, perché c’è ancora tanta disinformazione a riguardo e si crede che assumere farmaci possa creare una dipendenza, o che siano del tutto inutili. Prima di iniziare la terapia ho dovuto fare un percorso prima con i miei genitori, per abituarli all’idea che potessi essere costretta ad assumere farmaci per stare meglio… cosa che effettivamente è stata. Le persone che ti circondano fanno tanto.
Daniele: Io non sarei mai riuscito ad andare avanti senza mia madre e mio fratello. Hanno capito che anch’io avevo bisogno di una pausa, di tornare finalmente a respirare dopo anni di apnea, e non è scontato.
Valentina: Non parlerei di un “ritorno”. Dalla depressione si può guarire, ma è qualcosa che rimane sempre nell’ombra, come se volesse attaccarti, soprattutto quando si combina ad altri disturbi. Come hai detto prima, capita ancora di inciampare. Ma è, appunto, questo: un inciampo. Poi ci si rialza e si va avanti: alla fine diventa anche quello questione di abitudine, o no? Daniele: Vero. Non si può pretendere di stare sempre bene, anche in circostanze “normali”. Ho smesso di inseguire una guarigione totale e ho accettato che va bene anche concedersi momenti di debolezza, a patto che non sovrastino tutto il resto.
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