
Vi riporto una notizia che in passato ha mostrato due delle grandi derive del giornalismo attuale: la libera informazione e il contrasto alle fake news. Nel 2013, durante il colpo di Stato in Egitto, un video scioccante e divisorio viene pubblicato su YouTube. In primo piano c’è un’auto della polizia che viene spinta giù da un ponte da un gruppo di manifestanti. Bastano poche ore affinché le visualizzazioni arrivino a numeri da capogiro: persino Amnesty International analizza il filmato per individuare possibili violazioni dei diritti umani.
Questa notizia venne smentita in seguito dopo approfondite ricerche. La condanna dei manifestanti però, resta ambigua. Infatti, in nessun momento del filmato si vede chiaramente che sono stati loro a far precipitare l’auto giù dal ponte. Ma al pubblico del web poco importano i dettagli e gli accertamenti, a dare veridicità ai fatti sono i numeri degli shares e delle visualizzazioni.
«Si avverte sempre più, anche in presenza di notizie distorte, false, non controllate, che si diffondono nei social media, la necessità di una informazione che sia professionale, corretta, trasparente». Queste le parole che il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha espresso in occasione dei vent’anni di Sky TG24. Parole che fanno riflettere, così come i tre sostantivi a cui rimanda la descrizione dell’informazione necessaria: la professionalità, la correttezza e la trasparenza.
Durante lo scorso aprile abbiamo assistito ad un vero e proprio rinnovamento della televisione nazionale: la RAI ha infatti detto addio ad alcuni dei suoi volti più iconici in favore di nuovi protagonisti della scena tele-giornalistica italiana. La loro peculiarità? Essere legati alle figure politiche attualmente in carica, e non solamente su un piano ideologico.
Negli scorsi mesi si è a più riprese parlato di quanto possa essere considerata democratica una rete televisiva nazionale che però tiene unicamente conto del punto di vista politico dominante, a cui è appunto strettamente legata. Il tema della trasparenza entra dunque in contrasto con il nuovo modo di fare giornalismo a cui abbiamo assistito negli ultimi mesi.
La comunicazione delle notizie, gli aggettivi utilizzati e anche l’ordine stesso in cui vengono proposte, sono infatti il riflesso di un’informazione nazionale che ancora una volta rinuncia alla propria identità personale
per piegarsi ai puri fini propagandistici.
Che le principali fonti e reti di comunicazione nazionali fossero però controllate da interessi politici ed economici maggioritari, non è certo argomento nuovo, soprattutto a coloro che masticano un po’ di storia.
«I mass media come sistema assolvono la funzione di comunicare messaggi e simboli alla popolazione. Il loro compito è di inculcare negli individui valori, credenze e codici di comportamento atti a integrarli nelle strutture istituzionali della società di cui fanno parte. In un mondo caratterizzato dalla concentrazione della ricchezza e da forti conflitti di classe, per conseguire questo obiettivo occorre una propaganda sistematica.»
Non serve infatti ritornare sulle storie del secolo scorso per ben comprendere come la manipolazione e il controllo dell’informazione sia stato utilizzato durante la propaganda nazista per sottomettere il popolo.
«Nei media, come in altre istituzioni importanti, coloro che non mostrano di condividere i valori e i punti di vista richiesti saranno considerati irresponsabili, ideologici o comunque persone devianti e tenderanno a esserne esclusi.» Non serve, proprio perché potremmo azzardare a sostenere che questo tipo di manipolazione non sia mai effettivamente terminata. Ne scrive Noam Chomsky nel saggio redatto a quattro mani con Edward S. Herman, La fabbrica del consenso (1988).
Attraverso un’analisi schematica delle principali reti giornalistiche e televisive statunitensi, gli autori mettono in luce tutte le relazioni politiche e di interesse che controllano i mass media degli States. La pubblicità, la politica, la propaganda, tutta l’informazione viene filtrata dai codici sociali all’interno dei quali dobbiamo integrarci.
«Con la pubblicità, il libero mercato non produce più un sistema neutrale in cui a decidere sia la scelta dell’acquirente finale. Sono le scelte degli inserzionisti a incidere sulla sopravvivenza e sulla prosperità dei media. Un movimento di massa che non possa contare sul sostegno di nessuna testata di rilievo e che, anzi, venga fatto oggetto di veri e propri atti di ostilità da parte della stampa, vedrà per ciò stesso largamente compromesse le proprie capacità di azione e si troverà a combattere in condizioni di palese inferiorità.»
Riprendendo dunque il filo iniziale che vede come protagonista il video YouTube che ha “incriminato” gli attivisti israeliani, bisogna riconoscere che attualmente viviamo in una società all’interno della quale la validazione di individui e notizie passa attraverso i social.
Inoltre, sono sempre di più coloro che decidono di intraprendere carriere digitali e che dunque hanno come obiettivo il raggiungimento di un pubblico più vasto possibile a cui trasmettere i propri contenuti. L’ingrediente per alimentare gli shares e le visualizzazioni sui social si conferma essere la violenza. La pornografia della morte e del dolore ormai travalica tutti i tabù e le normative sociali. La spettacolarizzazione della violenza e dell’aggressione sono all’ordine del giorno sui social media di ognuno di noi.
Tra un reel e l’altro di ricette facili e veloci e i vlog giornalieri, ci appare un video di una donna iraniana picchiata dalla polizia, di un autobus precipitato oltre cinque metri, di un gruppo di manifestanti insanguinati. La consumazione frequente – e così breve – di questi filmati di violenza la normalizzano, la
privano della sua natura disumana che dovrebbe smuovere qualcosa dentro di noi. Invece l’attimo della notizia è breve, fugace, ci rende assuefatti a questa violenza e incapaci di riconoscerla nella vita reale.
Il giornalismo in questo ha un potere centrale: deve combattere l’instagrammizzazione delle
sue notizie, la ricerca alle visualizzazioni che avviene attraverso l’esposizione diretta a cruente scene di morte o violenza. Il giornalismo professionale, libero e trasparente riconosce la propria indipendenza da tutte le forme di controllo politico, e non cade nella trappola della spettacolarizzazione del dolore.
di Valeria Marchese
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